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The Rolling Stones: le 100 canzoni più belle (20-1)

Una giuria d'eccezione e 100 capolavori. Siamo andati a scavare nell'infinito archivio di oltre 50 anni di Stones

Jagger e Richards in tour nel 1965. Foto: Michael Cooper Collection

Da Paint It, Black a Shine a Light, le pietre miliari di 50 anni di carriera degli Stones, scelte dalla nostra giuria di scrittori, critici, registi e artisti.

Per realizzare questo listing, abbiamo chiesto a ciascuno di questi esperti degli Stones di darci le 50 canzoni favorite. Poi abbiamo incrociato i risultati: Patrick Carney – The Black Keys; Jonathan Cott – Contributing Editor, Rolling Stone; Cameron Crowe – Regista; Anthony DeCurtis – Contributing Editor, Rolling Stone; Jon Dolan – Contributing Editor, Rolling Stone; David Fricke – Senior Writer, Rolling Stone; Robert Greenfield – Giornalista e autore; Will Hermes – Contributing Editor, Rolling Stone; Robert Hilburn – Giornalista e autore; Howard Kramer – Direttore degli affari curatoriali Rock and Roll Hall of Fame; Chuck Leavell – Musicista; Jonathan Lethem – Scrittore; Martin Scorsese – Regista; Rob Sheffield – Contributing Editor, Rolling Stone; Lucinda Williams – Cantautrice; Warren Zanes – The Del Fuegos.

Gli Stones arriveranno in Italia per una data unica a Lucca, il 23 settembre. Qui la scaletta del primo concerto europeo. Di recente, abbiamo parlato di Stones (e di Beatles) con Michael Caine, in occasione del film My Generation, presentato a Venezia.

20. “Sway” Sticky Fingers, 1971

Una delle canzoni più devastanti degli Stones: la batteria di Charlie Watts rispecchia il testo di Jagger che parla di una giornata che “Ti ha distrutto la mente / Ha spazzato via la tua nozione del tempo”, mentre Mick Taylor completa il pezzo con un assolo altissimo e violento. Nonostante l’atmosfera di devastazione alla Richards, in questo pezzo Keith non suona affatto. Partecipa in seguito ai cori insieme a Pete Townshend e a Ronnie Lane dei Faces.

19. “Ruby Tuesday” Between The Buttons, 1967

Il titolo viene in mente a Keith dopo essere stato lasciato dalla fidanzata, Linda Keith, che subito dopo si metterà con Jimi Hendrix. Ma la canzone è più una celebrazione dello spirito libero femminile nell’epoca hippie che un blues rabbioso o un doloroso canto d’addio. Non è nemmeno dominata dalla chitarra, ma dal flauto lamentoso di Brian Jones, dal piano di Jack Nitzsche e dal contrabbasso suonato da Wyman e Richards. «Una bella melodia e un bel testo. Io non ho scritto nessuno dei due, ma mi piace cantarla», ha detto Keith.

18. “19th Nervous Breakdown” Aftermath, 1966

Un’innovazione dal punto di vista dei testi, con molti riferimenti alla droga e alla psicanalisi. Un pezzo che dimostra quanto gli Stones siano una band ormai in grado di mettere insieme critica sociale e rock&roll sfrenato. Mick si inventa il titolo alla fine di cinque settimane di un estenuante tour americano e sviluppa il tema in un testo che parla delle nevrosi, molto di moda tra le ragazze snob londinesi, cantato sulla base musicale di Keith, fatta di riff spezzettati alla Bo Diddley.

17. “Can’t You Hear Me Knocking” Sticky Fingers, 1971

«Mick Taylor era poetico, e aveva un grande orecchio», ha detto Charlie Watts. Il pezzo in cui Mick Taylor dimostra tutta la sua potenza ed eleganza è anche quello in cui la band si lascia andare per la prima volta all’improvvisazione strumentale, un elemento molto diffuso tra le rock band dei primi anni ’70, ma che gli Stones non avevano mai esplorato durante le registrazioni dei propri album. Non è una sorpresa il fatto che questa canzone sia nata assolutamente per caso. La prima parte è un blues rock elementare, basato su un riff vintage da pugno nello stomaco di Keith e un groove funky di Charlie Watts e Bill Wyman. La lunga parte strumentale inizia al minuto 2 e 40 secondi, perché la band pensava che la session di registrazione fosse finita: «Io ho semplicemente continuato a suonare», ha raccontato Taylor, «tutti avevano già messo giù i propri strumenti, ma il nastro girava e il suono era buono, quindi li hanno ripresi e siamo andati avanti a suonare. Tutto al primo take». Taylor non è mai stato così fluido con le sue linee dal sapore latino avvinghiate intorno agli stacchi potenti di Keith. Bobby Keys aggiunge un assolo blues di sassofono. «Era molto melodico e fluido, mi dava sempre qualcosa da seguire», ha detto Jagger a proposito di Taylor.

16. “Beast of Burden” Some Girls, 1978

La ballata fuorilegge che cattura lo stato d’animo degli Stones alla fine degli anni ’70: pieni di problemi e con un futuro incerto, ma sempre pronti a fare un po’ di sesso. Nel 1978 la sopravvivenza della band è messa in pericolo dai problemi di droga di Keith: «È stato un momento di ringiovanimento improvviso. Strano, era un momento difficile, io rischiavo di andare in galera e la band di sciogliersi. Ma forse è nato proprio da quello: facciamo qualcosa prima che finisca tutto». È anche l’esempio migliore dell’intesa tra Keith Richards e il suo nuovo compagno di avventure, Ron Wood, la canzone che fa vedere al mondo che Ron è uno degli Stones, come Honky Tonk Women per Mick Taylor. «Devi avere un’intesa automatica per fare un pezzo del genere, e io e Ronnie ce l’abbiamo», ha detto Keith.

15. “Miss You” Some Girls, 1978

Nel 1977 gli Stones arrivano a Toronto per fare un concerto in un club e aspettare il verdetto del processo per droga a Keith Richards. Nel tempo libero Jagger, assistito dal tastierista Billy Preston che suonava dal vivo con loro al tempo, comincia a lavorare a un nuovo pezzo. «Billy mi ha mostrato il tempo di batteria in quattro quarti e io ho suonato la chitarra», ha detto Mick. Preston scrive anche la linea di basso, che Wyman rifà, «ripulendola un po’ e con qualche variazione», come ha raccontato lui stesso. Keith intuisce subito l’origine di questa canzone: «Aha, Mick è stato in discoteca! Viene direttamente dalle sue serate allo Studio 54». Un pezzo disco, ma alla Rolling Stones, grazie al groove tipico della band e all’armonica blues di Sugar Blue. È l’ottavo, e per ora anche l’ultimo, n. 1 della loro carriera. «Man mano che lo facevamo, è diventato un pezzo interessante», ha detto Keith.

14. “Let’s Spend the Night Together” Between The Buttons, 1967

Gli Stones avevano già parlato di sesso prima, ma anche per i loro standard questo è un invito fin troppo esplicito. Comincia con il piano del grande turnista Jack Nitzsche, Keith Richards al basso e i mormorii lascivi di Mick Jagger e poi parte con un coro allegro, che fa sembrare il tutto ancora più osceno. Come se fossero una girl band travestita da gruppo blues. Una delle hit più famose della band, anche se troppo scandalosa per entrare nella Top 40 delle radio nel 1967 (si ferma alla posizione n.55). E quel rumore che si sente a metà? Secondo Andrew Loog Oldham sono due poliziotti che sono entrati in studio mentre gli Stones registravano. Oldham li ha distratti chiedendogli di partecipare al pezzo battendo il tempo con il loro manganello.

13. “Midnight Rambler” Let It Bleed, 1969

«Nessuno aveva intenzione di fare un’opera blues», ha detto Richards nel 2002, «è venuta fuori così». Scritta da Mick e Keith durante una vacanza in Italia con l’idea di dare un tempo diverso al blues di Chicago, è un epico pezzo lungo sette minuti, che dal vivo ha sempre funzionato benissimo, fino a oggi. Keith passa cinque notti a registrare la sua minacciosa parte di chitarra slide e Brian Jones fa una delle sue ultime apparizioni con la band suonando le percussioni («L’ultimo segnale prima del naufragio», ha detto Keith). Scritta pensando al serial killer Albert DeSalvo, lo strangolatore di Boston, assume un nuovo significato dopo i delitti della Manson Family. «Non so spiegarmi come abbiamo fatto a scrivere una canzone così oscura in un posto così bello e pieno di sole come l’Italia».

12. “Get Off of My Cloud” December’s Children (And Everybody’s), 1965

Satisfaction era un gran pezzo, ma Get Off My Cloud era ancora meglio”, ha scritto Neil Young nella sua biografia, intitolata Shakey, “un pezzo più sciolto, qualcosa meno di una hit. Aveva un senso di abbandono sfrenato”. Gli Stones danno un seguito a Satisfaction con un grido di ribellione contro l’America, la fama, le telefonate, la vita nei condomini e tutti i problemi della vita moderna. Ovviamente il singolo va dritto al n.1 in America, proprio come Satisfaction. La batteria martellante di Charlie Watts guida l’attacco maligno delle chitarre gemelle di Keith e Brian Jones, ma in realtà la band mirava a un pezzo più lento, nello stile funky del soulman di New Orleans Lee Dorsey. Il testo di Jagger, che racconta della sua macchina lasciata sempre in sosta vietata e di multe che “sono come una bandiera attaccata al mio finestrino” è uno dei più evocativi che abbia mai scritto. Fedele a se stesso, quando qualche anno dopo riceve dei complimenti, risponde secco: «Oh, non è vero. Fa schifo».

11. “Honky Tonk Women” Singolo, 1969

Richards ha descritto così il posto sacro che occupa nella scaletta dei concerti degli Stones: «Se la gente non balla su questa vuol dire che non stiamo facendo bene». Il primo assaggio dell’intreccio di chitarre tra Richards e Mick Taylor è praticamente il frutto della prima audizione del nuovo chitarrista con la band. Per Brian Jones invece è la prima canzone che verrà pubblicata dopo la sua morte. Appena finito il mix, Jagger, Richards e Watts erano andati direttamente dallo studio a casa di Jones e lo avevano ufficialmente liquidato. Decidono di non metterla su Let it Bleed, scegliendo al suo posto una versione country acustica intitolata Country Honk. Come ha detto Richards: «Aveva groove, non c’è dubbio. Uno di quei pezzi figli di puttana, quelli che sai che andranno al n.1 ancora prima di finirli».

10. “Under My Thumb” Aftermath, 1966

Un pezzo che entra nella storia per il testo misogino che parla di una donna sottomessa fino a diventare una “che parla solo quando le viene detto di farlo” e viene descritta come “un cane che scodinzola”, un “gatto siamese” o “l’animale domestico più dolce”. La musica però è seducente, grazie alle marimbas di Brian Jones e alla chitarra discreta di Richards, che aggiungono dolcezza alla baldanza di Jagger. Mick ha detto che il testo nasce dal fatto che al tempo aveva «troppe relazioni sbagliate». È come una versione dark di un pezzo della Motown, sul quale per tutti gli anni ’60 non splende mai il sole: gli Who ne fanno una cover nel 1967 per solidarizzare con la band in seguito al loro arresto per droga, e due anni dopo diventa addirittura la colonna sonora della morte di Meredith Hunter ad Altamont. Dal punto di vista della scrittura, però, è uno dei momenti più alti della band.

9. “Wild Horses” Sticky Fingers, 1971

«Le canzoni scritte in due sono meglio di quelle scritte da una persona sola», ha detto Richards nel 2002. Questo è l’esempio perfetto. Keith scrive il ritornello per suo figlio Marlon prima di partire per un tour in America nel 1969: «La cosa interessante è quello che dici all’altro, anche a Mick che mi conosce bene: “Vedi cosa riesci a fare con questo”». Jagger assolve il compito ispirandosi alla sua complicata relazione con Marianne Faithfull. Il suono country struggente nasce dall’amicizia di Keith con Gram Parsons, che registra Wild Horses con la sua band, i Flying Burrito Brothers, e la pubblica per primo, con la benedizione degli Stones. La versione registrata dagli Stones ai Muscle Shoals riflette l’empatia sempre più profonda tra Mick e Keith: «Si passavano una bottiglia di bourbon e cantavano nello stesso microfono», ricorda Jim Dickinson, che ha suonato il piano durante la session.

8. “Brown Sugar” Sticky Fingers, 1971

Ci vuole coraggio da parte di un gruppo di ragazzi inglesi per mettere piede nei leggendari Muscle Shoals Sound Studios di Sheffield, Alabama, nell’inverno del 1969 e registrare un pezzo che parla di schiavitù, sesso interrazziale e cunnilingio, con un titolo che è il termine usato nello slang per chiamare l’eroina. Sempre meglio del primo che Jagger aveva scelto: Black Pussy. La canzone viene registrata in due soli take, perché come dice Jagger alla band: «Deve suonare fottutamente sporca». Lo è davvero, grazie al testo di Jagger, all’attacco con l’accordatura aperta, che diventa il marchio di fabbrica di Richards (creato con l’aiuto di Ry Cooder), e al sax conturbante di Bobby Keys, che diventa il suo momento definitivo. Gli Stones la suonano per la prima volta dal vivo ad Altamont, pochi giorni dopo averla registrata. Nello stesso periodo, Jagger diventa padre di una bambina avuta dall’attrice e cantante afroamericana Marsha Hunt.

7. “Jumpin’ Jack Flash” Singolo, 1968

«Parla di attraversare un periodo difficile e provare a uscirne. Una metafora per lasciarci alle spalle il periodo degli acidi», ha detto Jagger al fondatore di RS Jann Wenner nel 1995. Dopo le sperimentazioni psichedeliche di Their Satanic Majesties Request, Jumpin’ Jack Flash è uno shock che nel 1968 dà il via al periodo migliore della band. Richards comincia a esplorare le possibilità infinite dell’accordatura aperta e tira fuori alcuni dei suoi riff più dinamici. Un giorno, in studio a Londra, sente Bill Wyman che sta provando un giro di organo e lo trasforma nel ritmo pulsante e inarrestabile del pezzo. Il titolo è ispirato al suo giardiniere, Jack Dyer, che una mattina passa dietro di loro per andare al lavoro, proprio mentre Keith e Mick sono alla fine di una session di registrazione durata tutta la notte: «Chi è quello?», chiede Mick. «È Jack. Jumpin’ Jack», risponde Richards. Dal blues sovrannaturale del Delta alla Swinging London.

6. “Paint It, Black” Aftermath, 1966

«L’abbiamo registrata come se fosse la colonna sonora di una commedia teatrale», ha confessato Richards. E che commedia: uno dei pezzi più terrorizzanti mai arrivato al primo posto in classifica, trascinato dal sitar di Brian Jones e dalla voce di Jagger che canta di sesso, morte e dolore sul ritmo ripetitivo e martellante della band. In origine era un pezzo pop e, secondo il produttore e manager Andrew Loog Oldham, nemmeno tanto promettente. È la linea di basso di Bill Wyman, composta su un organo Hammond, a spingere la band in un nuova direzione. Il suono è psichedelico, ma inquietante: «Era diversa da tutto quello che avevamo fatto prima», ha detto Richards. L’etichetta discografica della band chiede di aggiungere una virgola al titolo della canzone, con il risultato di renderla ancora più misteriosa: Paint It, Black.

5. “You Can’t Always Get What You Want” Let It Bleed, 1969

Nel pezzo finale del loro ultimo album degli anni ’60, gli Stones ripetono la lezione impartita dalla Storia a quel decennio aggiungendo un sapore agrodolce: tutto è possibile, ma ha un prezzo. La band è nel pieno della creatività ed è pronta a tornare a suonare dal vivo, ma Richards ha cominciato a farsi di eroina, la ragazza di Jagger, Marianne Faithfull, ha avuto un aborto e Brian Jones è più morto che vivo. «Il pezzo è tutto di Mick», ha ammesso Richards. Jagger trasforma la confusione in un inno alla disillusione universale, con in contrasto la speranza evocata dal coro e da un sontuoso arrangiamento R&B: il crescendo fatto dal coro London Bach Choir arrangiato da Jack Nitzsche, il regale corno francese suonato dal pianista Al Kooper e la batteria incalzante suonata da Jimmy Miller. «È una bellissima giustapposizione di tante cose diverse», ha detto Richards. Proprio come gli anni ’60.

4. “Street Fighting Man” Beggars Banquet, 1968

Jagger la scrive dopo aver partecipato alla grande manifestazione contro la guerra di Grosvenore Square a Londra. Ispirata a Dancing in the Streets di Martha and the Vandellas, questa canzone nasce dalle prime session di registrazione con il produttore Jimmy Miller, che produce tutti gli album degli Stones, da Beggars Banquet a Goats Head Soup del 1973. La cosa notevole è che, a parte il basso, ci sono solo strumenti acustici: Richards distorce la sua chitarra facendola passare attraverso un registratore a cassetta, Dave Mason dei Traffic suona una ipnotica tromba indiana Shehnai, Nicky Hopkins il piano e Charlie Watts una piccola batteria da pratica, che viene microfonata per sembrare gigantesca. Il risultato è la canzone più politica degli Stones: «Senza la guerra in Vietnam, non sarebbe esistita», ha detto Richards.

23. “Sympathy for the Devil” Beggars Banquet, 1968

Nessuna band ha riassunto in modo così perfetto lo scopo della propria missione sulla Terra come i Rolling Stones in questo pezzo. Una risposta a chi li critica, che rispecchia anche la malvagità dilagante nel mondo reale (Jagger deve cambiare la strofa “Chi ha ucciso Kennedy” in “Chi ha ucciso i Kennedy” quando, durante le registrazioni, arriva la notizia dell’assassinio di Bob Kennedy nel 1968). In origine è un pezzo folk in stile Bob Dylan, ma in studio si trasforma in un minaccioso groove funk-samba creato da Charlie Watts, dal percussionista africano Rocky Dijon e dal pianoforte e basso suonati da Keith Richards, con un maligno assolo di chitarra in mezzo. Jagger basa il suo ritratto di Satana in parte sul romanzo satirico di Michail Bulgakov Il Maestro e Margherita, ma poi fa suo il personaggio come nessuno altro.

2. “(I Can’t Get No) Satisfaction” Out Of Our Heads, 1965

Costruito sul migliore riff degli Stones, questo pezzo trasforma il rock&roll da una moda giovanile a qualcosa di molto più pericoloso. Richards ha raccontato di aver sognato la linea di chitarra: «Non sapevo neanche di averla scritta», ha detto. Si è svegliato il giorno dopo e si è ritrovato la base della canzone (suonata con l’acustica che teneva sempre vicino al letto) registrata su una cassetta. Jagger dice che Keith ha preso il titolo da una strofa di 30 Days di Chuck Berry (“I don’t get no satisfaction from the judge”). Il resto lo ha scritto lui nella piscina di un hotel di Clearwater, Florida, durante il terzo tour della band in America nel ’65, sfogando tutta la sua «frustrazione verso tutto». Ci mette dieci minuti, diventa la prima n.1 della band in America.

1. “Gimme Shelter” Let It Bleed, 1969

«Una canzone per la fine del mondo. È l’apocalisse. Tutto l’album è così» ha detto Jagger a Rolling Stone nel 1995 descrivendo Gimme Shelter. Un pezzo che come nessun altro nella storia del rock&roll rappresenta fisicamente l’esperienza di vivere in un momento storico tumultuoso. L’elogio funebre definitivo degli anni ’60 e il più grande inno paranoico del rock, con il potere unificatore della musica soul e un’energia caotica che supera quella di qualunque canzone punk rock. La tempesta perfetta degli Stones nasce durante un violento temporale: «Una giornata orribile», come ricorda Richards. Era a casa di Robert Fraser, guru della scena artistoide di Londra, mentre Anita Pallenberg era a lavorare sul set di Sadismo, un film in cui va a letto con Jagger. Una musica maestosa che nasce dall’incontro tra il blues ipnotico di Jimmy Reed, le ansie di Richards e l’eroina che ha appena iniziato a usare. Keith impiega solo 20 minuti a scrivere il pezzo, che viene sviluppato in studio a Londra e Los Angeles nel 1969. I cori in stile gospel sono della cantante di New Orleans Merry Clayton, che sostituisce la prima scelta della band, Bonnie Bramlett, e coglie l’opportunità al volo gridando: «Stupro! Morte! Sono a un passo!», come se stesse per arrivare la fine del mondo. Quando la band la esegue ad Altamont, pochi minuti prima dell’assassinio di Meredith Hunter, suona come una sinistra profezia. Richards ha raccontato che durante le registrazioni la sua chitarra si è rotta: «Come se lo avesse fatto apposta».

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