Home Classifiche Classifiche musica

Qual è il disco migliore dei Baustelle?

Vent’anni fa usciva ‘Sussidiario illustrato della giovinezza’. Per festeggiare la ricorrenza, abbiamo messo in fila gli album del gruppo. Meglio gli esordi adolescenziali e lo-fi, la svolta mistica o il pop osceno più recente?

Baustelle - Foto di Gianluca Moro

C’è questo video dei Baustelle che suonano sulla defunta TMC – nel marzo del 2001, praticamente da esordienti – che dice molto di quanto la band sia cambiata dagli inizi. Il pezzo è il trattato adolescenziale Le vacanze dell’ottantatre, dal loro primo album Sussidiario illustrato della giovinezza, un cult uscito l’1 luglio del 2000 e che oggi compie vent’anni. All’epoca, il gruppo era diviso fra la Toscana e Milano, non aveva studiato canto e i suoi membri, per mantenersi, facevano altri mestieri. Nel filmato, Francesco Bianconi ha i capelli corti, un paio di enormi occhiali a goccia e pare abbastanza a disagio sul palco, Rachele Bastreghi è molto meno magnetica di come ce la immaginiamo oggi, il look e l’estetica complessiva da dandy sono solo abbozzati, i suoni – vintage, sì – sono scarni, lontani dalla magnificenza orchestrale che sarebbe arrivata poi. In una parola: è tutto molto acerbo.

Ecco, quelle immagini sembrano venire da un’altra dimensione, pensando al futuro: la loro scrittura che raccoglie l’eredità del pop d’autore, persino colto, di Battiato e diventa maestra per una generazione; la voce di Bianconi che trova la profondità di uno chansonnier; Bastreghi che cresce come artista e interprete, fino a diventare la musicista ipnotica che conosciamo anche da solista; quell’estetica romantica e decadente che si afferma e diventa un marchio di fabbrica; e, non ultimo, il successo commerciale, per niente scontato viste le radici alternative del progetto. Persino i concerti, a lungo tallone d’Achille della band, si sono trasformati in un rituale impeccabile come testimonia in parte il buon disco dal vivo Roma live! (2015), e che comunque per una scaletta ridotta non rende nemmeno troppo giustizia allo show che vorrebbe raccontare.

Concentrandoci però sui dischi in studio, che sono sette e scandiscono quel percorso cominciato vent’anni fa, qual è il migliore che hanno scritto? Meglio gli esordi adolescenziali e lo-fi in orbita Pulp, la svolta mistica, quella orchestrale o il pop “osceno” più recente? Vediamo.

8I mistici dell’occidente (2010)

Problema: il livello dei lavori dei Baustelle è sempre abbastanza alto, per ispirazione, riferimenti nei testi, arrangiamenti, capacità di crescere rispetto al passato; per questo, è più difficile comporre la parte bassa di questa classifica che quella alta. E allora on the bottom ci finisce I mistici dell’occidente: non perché non sia godibile, ma perché poco aggiunge al precedente Amen, oltre a portare avanti un’idea di pop meno consapevole di quella de L’amore e la violenza, invece autentico riferimento di quella specifica corrente del gruppo. Non mancano i bei pezzi: la title track è da scuola di scrittura, Le rane è l’adolescenza degli esordi col filtro nostalgia, Follonica spleen purissimo, e i suoni sono tutti pomposi il giusto. E però: alcuni episodi sembrano scritti di mestiere, superflui (Il sottoscritto, La canzone della rivoluzione), mentre un singolo come Gli spietati pare un pezzo di Amen in tono minore. Come, del resto, buona parte del disco, al di là di alcuni testi da colpo al cuore (“Bambina, voglio bere un’aranciata / perché amara sfinge è la realtà / e io non ho più l’età / per riuscire ad illudermi”, da L’estate enigmatica).

7La moda del lento (2003)

Indicato da Bianconi come la pecora nera della famiglia, in realtà La moda del lento soffre di un unico, vero difetto: è invecchiato peggio degli altri album. Torniamo indietro: nel 2003 i Baustelle sono pronti per il secondo disco, rappresentano un culto che piace più alla critica che al pubblico, vengono da vari stravolgimenti di formazione (la sezione ritmica degli esordi è saltata), escono persino a fatica su una piccola etichetta indipendente (la Mimo) e, come detto prima, fanno altro per mantenersi. Ma c’è ancora il tastierista Fabrizio Massara, che insieme a Bianconi decide di vestire il lavoro con tinte vintage 80s, con più sintetizzatori e meno chitarre elettriche del Sussidiario, sempre ammiccando al lo-fi. Tuttavia, rispetto a quell’album, qui si ampliano i temi, passando dal racconto dell’adolescenza-dandy (che rimane nel pop di Love Affair) all’esistenzialismo (la mistica EN, il classico della title track), all’amore decadente (La canzone di Alain Delon, l’asettica ballata Mademoiselle Boyfriend) e al nichilismo (La settimana bianca, Arriva lo ye-ye). Bastreghi si prende più spazio, tutto è candido e sensuale più dei ruvidi inizi e tutto sommato il neanche velato gusto pop del disco resterà fondamentale per lo sbarco della band in major. Eppure, al di là di alcuni classici, rimane un lavoro meno importante di altri, a metà fra la purezza degli inizi e la completezza di un La malavita. Il che oggi, per certi aspetti, lo rende – come dice Bianconi – invecchiato.

6L’amore e la violenza vol. 2 (2018)

L’amore e la violenza – uscito in due capitoli ciascuno a un anno di distanza dall’altro – è stato descritto come “oscenamente pop” dai suoi stessi autori, ma che significa? A giudicare il risultato, il senso è che si tratta di un lavoro in cui la band è conscia di non avere niente da dimostrare: niente concept, niente rivoluzioni copernicane, niente orchestra; solo una cuccagna di sintetizzatori e la voglia di scrivere semplicemente belle canzoni (pop) – e dopo la scalata a mani nude di Fantasma era comprensibile. Tradotto: è un’enciclopedia barocca in due parti dei Baustelle, fra certa musica leggera dei ’70 (Mina, su tutti), i soliti ritornelli melodicamente insindacabili e testi decadenti. Eppure, in questo secondo capitolo alcuni passaggi sono calligrafici, di mestiere: si smarcano il pop d’amore totalizzante e radiofonico di Veronica, n.2, il citazionismo delle ballate di Baby e Il minotauro di Borges e l’interpretazione di Bastreghi in ottica Tigre di Cremona su A proposito di lei; decisamente meno ispirate, invece, Jesse James e Billy Kid (con uno degli incisi più deboli della storia della band), l’austera L’amore è negativo (un pezzo di Fantasma in tono minore) e il barocchismo di Lei malgrado te, quasi un esercizio di stile.

5L’amore e la violenza (2017)

Se il secondo capitolo de L’amore e la violenza è un po’ calligrafico e prevedibile, il primo capitolo ha invece un altro fascino soprattutto perché nella prospettiva oscenamente pop inserisce la musica leggera “colta” à la Battiato, palesemente omaggiato ne Il vangelo di Giovanni. Il risultato generale, comunque, è una prova di scrittura matura, sì, ma soprattutto più ispirata del seguito. Su tappeto di sintetizzatori, i Baustelle trasformano, attraverso una sorta di ballata disco-decadente, icone di altri tempi in profili esistenziali (Amanda Lear), oppure si rifugiano in un rinnovato, brillante intimismo (la paterna Ragazzina, dedicata alla bambina di Bianconi, come pure l’accorata Lepidoptera) e nel solito sguardo lucido e disincantato, che sia nell’imponente e austera Betty – ora che l’adolescenza è un’età lontana da chi la racconta – o negli echi vintage e terribili delle voci di Eurofestival. Ma per definire bene i progressi e l’alleggerimento complessivo della formula, forse, basta citare La vita: una ballata elegante e ariosa, con gli archi e la voce profonda di Bianconi, quasi fosse il negativo fotografico di Fantasma. Il testo? “Pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere”: una sorta di disperato ottimismo, come l’amore in un mondo di violenza.

4 Sussidiario illustrato della giovinezza (2000)

Ok, Sussidiario illustrato della giovinezza – il disco d’esordio della band – ascoltato oggi sembra abbastanza acerbo, magari pure troppo vicino ai Pulp, ma contiene già le basi di quell’immaginario da esteti maledetti e annoiati, ma rigorosamente adolescenti e italiani e provinciali su cui i Baustelle avrebbero poi costruito una carriera intera, e che nel 2000 per la musica italiana era una novità spiazzante. Appunto, la giovinezza: quella dei primi pruriti de Le vacanze dell’ottantatre, della tragica La canzone del riformatorio e degli amanti a singhiozzi de La canzone del parco, sempre retta da una struttura ruvida e alt rock, che ogni tanto prova il colpo di scena (il citazionismo da cinema, persino erotico di Cinecittà, quasi una Piangi Roma con dieci anni d’anticipo) e a volte cade in ingenuità (Io e te nell’appartamento). Certo, le voci di Bianconi e Bastreghi sono ancora esili, le produzioni un po’ approssimative; ma davvero vogliamo fingere che la forza di un pezzo come Gomma, tre minuti di adolescenza violenta, erezioni, sabati di paese e droghe, non sia proprio nella sua “purezza”? Sentitevi la versione rivista per i dieci anni dell’album: era già tutto lì, l’1 luglio del 2000.

3La malavita (2005)

Il senso de La malavita, terzo album dei Baustelle e primo con una major (la Warner), nonché quello del grande successo commerciale, è nel singolo Un romantico a Milano: il romantico (Bianconi, il dandy dei dischi precedenti, la band tutta: chi vi pare) che lascia l’eremo delle elucubrazioni e si perde nella metropoli, per osservare come la decadenza si riproduca nei bar (Perché una ragazza d’oggi può uccidersi?), in strada (Il nulla), nelle camerette (La guerra è finita), persino ai confini dell’impero (I provinciali). E, forte degli episodi lo-fi degli esordi, grazie anche alla produzione di Carlo Ubaldo Rossi (maestro di un certo alt pop, all’epoca) la band imbrocca la formula che resterà: un pop rotondo ricco negli arrangiamenti (il budget porta in dote un’orchestra sinfonica, per dire), polemico e colto nei testi (Il corvo Joe, un must dedicato ai poeti maledetti pieno di citazioni), con gli archi e le morbide chitarre di Brasini in bella vista. Ma sempre – ed è questo il punto – coi ritornelli ariosi e a loro modo radiofonici, mentre Bastreghi si afferma (Revolver) e Bianconi abbraccia una voce più cantautorale, impostata, tecnica. E se oggi quest’equilibrio fra sacro e profano ci sembra scontato, nel 2005 era una nuova rivelazione per la musica italiana, vent’anni dopo Battiato.

2Amen (2008)

Proprio quel pop d’autore che era un seme ne La malavita, in Amen germoglia in uno dei dischi più importanti dei nostri anni Zero. Al di là del singolone – un po’ paraculo, dai – Charlie fa surf, la grandezza di un album del genere è tanto negli arrangiamenti elettrici e orchestrali (che rispetto al lavoro precedente trovano varietà: Baudelaire è praticamente house), quanto nelle melodie ariose, immediate, imponenti, che ripercorrano il declino dell’occidente (Colombo, con un espediente narrativo non da poco) o quello umano dei suoi stessi accusatori (Il liberismo ha i giorni contati, una cavalcata epica con fiati e archi). Perché siamo davanti alla fotografia di un mondo alla deriva, fra storie d’amore logoranti e panorami nichilistici, nella penna di un Bianconi mai così lucido, polemico, ironico, disperato. O forse basta citare L’aeroplano, un trattato d’amore post adolescenziale che è la miglior prestazione di sempre di Bastreghi; oppure la perla di Alfredo, che prende la vicenda di Alfredo Rampi e la rilegge, sì, in chiave esistenzialista, ma anche sociale, fra Platini, Cossiga, il benessere degli ’80, la caducità del tutto. Alternando realismo e tenerezza, come in tutto il disco: l’amore e la violenza, dieci anni prima.

1Fantasma (2013)

 

Contestualizziamo: prima del 2013 i Baustelle piacciono a critica e pubblico, il loro pop d’autore ha già definito un nuovo modello di riferimento, eppure con I mistici dell’occidente è chiaro a tutti che quella strada è al termine, e i dubbi sulla loro effettiva maturazione ritornano – dal vivo, per esempio, continuano a essere deludenti. Serve, insomma, un album per dimostrare di essere grandi, e scolpire il proprio nome nella musica italiana. Ci pensa Fantasma, un concept colossale sul trascorrere del tempo – e quindi, non prendiamoci in giro, sulla morte – in cui l’orchestra diventa centrale, il cantato di Bianconi caldo e profondo, l’interpretazione di Bastreghi magmatica, mentre anche i concerti si trasformano in eventi suggestivi. È un lavoro ostico a livello commerciale, lungo e costante (19 tracce, alcune strumentali, come fosse la colonna sonora di un ipotetico film rigorosamente noir; comunque senza cali), sempre angosciante, e lo si capisce già dal singolo di lancio, quella La morte (non esiste più) che è quasi un gospel barocco. Eppure passando fra il nichilismo elegiaco di Il futuro, l’escatologia liturgica di Monumentale (con gli organi e la voce di Rachele a prendersi la scena), il testamento austero di Nessuno muore e il citazionismo, ancora, da cinema della ballata Contà l’inverni (bella e misera: “S’annavamo a diverti’, pure ar centro commerciale”), ne viene fuori un triplo carpiato nerissimo, ambizioso, sì, ma che non perde un colpo in intensità, portando la band su un altro livello. Difficile, a questo punto, anche immaginare un’opera migliore di questa, per il futuro dei Baustelle. Ma poco importa, dopo un album così.

Leggi anche