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Le peggiori canzoni dei figli d’arte

Da Sean Lennon a Giacomo Celentano, fino a DJ Francesco e Kelly Osbourne, la nostra lista dei crimini musicali commessi dai figli dei musicisti più famosi

I parenti sono come le scarpe, più sono stretti più fanno male. Ne sa qualcosa Bret Michaels, leader dei Poison e oramai celebrità televisiva statunitense, che fu guru e mentore della disastrosa carriera discografica della biondissima compagna Susie Hatton. Autrice di un solo album, furbescamente intitolato Body and Soul (1991), imbarazzante fin dalla cover di Brown Sugar degli Stones. E avrà sofferto di sicuro di più Nicolas Cage, il cui figlioletto Weston Coppola Cage, ha avuto la brillante idea di mettere su una band di black metal. Autori di Inceptum (2009), gli Eyes Of Noctum erano ingolfati, come canone nel genere, di canzoni tenerissime (Declaration Of War) e docili esternazioni (“We live and play for Satan”) che avranno dato molto da pensare al papà.

Ma se gli amori, lo si sa, vanno e vengono, portandosi dietro tutto il corollario di incredibili minchiate che comportano, con un briciolo di malizia, viene facile pensare che la brevissima carriera di Susie abbia subito uno stop proprio in contemporanea con la fine della storia con Bret. E a Weston si può rendere il merito, a differenza del padre, di avere scelto almeno una strada tutta sua senza rovinare film di culto, come Il Cattivo Tenente e The Wicker Man, con opinabili remake. Il peggio arriva di solito quando i figli vogliono seguire le orme dei genitori. Perché se Jethro Cave, al posto di posare nudo come modello con teschi, manette e banane, avesse fatto musica come il padre Nick, chi sa che ne sarebbe venuto fuori. Purtroppo però il mondo della musica è pieno di ragazzi che prendono la strada dei genitori… ma spesso è quella sbagliata. Perché gli eredi non sono alla stessa portata. O cambiano genere, o usano il cognome noto sul trend del momento, per furberia o timore di confrontarsi con gli ingombranti papà. E così mentre sarà impossibile sapere se la figlia del maestro di sitar che tanto amava George Harrison e tutta la generazione hippie, Ravi Shankar, ovvero Norah Jones, abbia rubato qualcosa al DNA paterno, di sicuro Sean e Julian Lennon si sono fatti ben riconoscere e pure sbracciandosi, specie quando Yoko Ono ha decantato lodi del primo (suo pargolo), ignorando quasi l’esistenza dell’altro (non suo).

Clamoroso caso di tentata clonazione tra le mura di casa è quello dei figli di Bob Marley. Ma tutti e sette i fratelli, con Ziggy in testa, dopo avere rimarcato la parentela illustre e dopo un’astuta sosta dal parrucchiere, si sono persi nel mare del reggae qualsiasi che nulla ha di che spartire col genio paterno. Se da Enrique Iglesias non ci si poteva aspettare certo chi sa che (e infatti papà Julio approva), più intrigante di sicuro il percorso artistico di Jeff Buckley. Anche se è sempre apparso curioso che abbia negato incessantemente di ispirarsi al padre Tim, nonostante appaia più che palese la consonanza di certe intonazioni sofferte della voce, è indubbio che l’autore di Grace (1994) sia stato in grado di eguagliare e, almeno per qualcuno, superare il lascito paterno. Cosa che invece non si può dire per l’ingrata progenie di Bob Dylan. Il menestrello di Duluth, in tal senso, è un campione di sfiga: prima si è dovuto subire il figlio, Jakob Dylan, che soffriva da morire l’immagine paterna, quasi come un’ossessione hitchcockiana, che si rifletteva fin dall’estetica e dalle vesti grafiche sulla musica (e comunque non spiegava perché avesse scelto il nome d’arte del padre, che in realtà si chiama Zimmerman), e ora pure il nipote, il tragicomico Pablo Dylan che, dopo un flop con il rap, si è accorto di avere una recondita vena cantautorale.

Ultimo da inserire in ordine di tempo in un lungo, lunghissimo, in apparenza interminabile, elenco di gente senza fiuto, più o meno giovane, che non ha individuato una strada alternativa a quella dei padri o ha deciso di percorrerla a noia – come Charlotte Gainsbourg – perché, in fondo, se lo può permettere. Che ha spesso portato a non poco imbarazzanti confronti (Nona Gaye, figlia di Marvin o Frank Sinatra Jr. e la stessa Nancy, cui però va riconosciuto il merito di These Boots Are Made For Walkin’) e patetiche sovrapposizioni (Natalie Cole e il duetto virtuale con il padre Nat nella riedizione di Unforgettable e, a casa nostra, i siparietti pomeridiani di Manuela Villa sulle basi del papà Claudio). Così, con la curiosità in cuore di sapere cosa ne pensa (cosa ne pensa veramente) quel Rod Stewart che era solito infilarsi su per il retto pasticche di cocaina del debutto “christian-pop” della figlia Kimberly, e nella speranza che il debutto di Frances Bean Cobain resti in eterno una fantasticheria, ecco la nostra classifica dei dieci peggiori crimini musicali commessi dai figli d’arte. Non dite poi che non vi avevamo avvertiti.

10. “You and Me” di Giacomo Celentano (2002)

Poche cose son certe nella vita. Una di queste è che a casa Celentano devono aver un dannato senso dell’umorismo. Se no non si spiega. Dopo l’incommentabile debutto di Rosita del 1994, FDM, che sta per “Faccia di Merda”, preceduto dal clamoroso flop della sorella Rosalinda che, tra il 1990 e il 1991, riuscì a passare dal look giovane-rom a piccola-skinhead in un battere di ciglia, col nuovo millennio i Celentano’s hanno regalato al mondo Giacomo. Un non-giovane di già 36 anni che si presentò a Sanremo conciato come uno scarto dei casting de I Ragazzi Del Muretto e cantava inutili canzoni d’amore, svenevoli fin dal titolo (Io Ti Cercherò, Tra Noi) e improponibili anche per uno spot di una tariffa di una compagnia telefonica, da cui il disco sembra aver preso idea per il titolo.

9. “Havin’ A Bad Day” di Dweezil Zappa (1986)

Se ti chiami Ian Donald Calvin Euclid Zappa e con tutti quei nomi decidi di scegliere Dweezil, forse non è il caso che poi ti lamenti di avere una “brutta giornata”. Tanto più se sfoggi un look che prende spunto da uno dei Bee Hive, e hai baffi di papà messi al posto delle sopracciglia. Su disco sgraffigna tre idee minori di Frank Zappa ma le condisce con sei canzoni che si rifanno ai dettami hard rock dell’epoca con goffi riferimenti al rock chitarristico dei Van Halen – che è già di per sé un assurdo – e tentativi vani di equiparare il senso e il tono dissacratorio paterno, risultando due volte più antipatico. Quando uscì, Mtv fece uno speciale per la premiere del video di Let’s Talk About It, peccato che un quarto d’ora dopo ce l’eravamo già dimenticato tutti.

8. “La canzone del capitano” di DJ Francesco (2004)



Dj Francesco si può direttamente dire che sia stato il Jovanotti 2.0, o meglio il tentativo di Claudio Cecchetto di propinare alle nuove generazioni ciò che aveva già fatto vent’anni prima con Lorenzo. Il risultato però non è neanche una copia sbiadita di quello che fu il debutto di Jova che, vuoi o non vuoi, cercava di ricalcare, magari alla carlona, il sound dei Beastie Boys. Dj Francesco però sembra per molti solo un figlio di papà con idee usa e getta, pensate male e realizzate peggio. Non a caso il secondo disco tentò una poco credibile carta della maturità con anni di anticipo rispetto al CV del suo originale, e infatti nessuno ci credette. Del Capitano Uncino si salva il messaggio di ribellione a un papà, Roby Facchinetti dei Pooh, troppo ingombrante e troppo bravo. E forse neanche quello.

7. “Need You Tonight” di Liv Tayler (2011)

Il titolo è palesemente un omaggio agli INXS. Poveri INXS. La figlia del leader degli Aerosmith fa un disco di elettro pop facile facile, a base di elettronica a buon mercato e un uso imbarazzante delle chitarre e delle percussioni. Guidato, ça va sans dire, dal singolo e cover omonima del gruppo di Michael Hutchence, Liv inconsapevolmente anticipa di un anno la flemma scazzato-sexy di Lana del Rey ma nel contesto più sbagliato che potesse immaginare. Quello hard rock del padre. Se ne ricorderanno sicuramente qualcosa gli spettatori che se la sono dovuta subire in scaletta in festival che comprendevano gruppi del calibro di Iron Mainden, Mastodon, Motorhead e Machine Head, che non persero occasione per fischiarla in modo impertinente, rivalutando persino Avril Lavigne.

6. “We Go Home” di Adam Cohen (2014)


Partiamo dal presupposto che se ti chiami Cohen come Leonard o sei un genio o puoi fare qualsiasi mestiere fuorché il cantante. Piuttosto fai l’arrotino. Adam invece sembra fare il vecchio lagnoso. Ha quarant’anni ma sembra più vecchio del padre che è morto e per questo appare ridicolo. E dopo ben quindici anni dal debutto, invece di migliorare, peggiora di album in album, mostrando tutti i cliché di un pop cantautorale da sala d’attesa: produzione pompatissima e pulitissima, ritornelli loffi a orchestrazione sanremese, banale orecchiabilità e, in questo caso, giusto per non farsi mancare nulla, pose fotografiche alla Andrea Bocelli con tanto di sciarpe a proteggere una voce che non c’è. Immeritatamente compagno di etichetta di Maximo Park e Billy Bragg, Adam sta al padre come Joe Bastianich sta a Gualtiero Marchesi. La dimostrazione che certe porte vanno lasciate chiuse.

5. “Elettrica” di Cristiano De André (1987)

Direbbe Bukowski: “riallacciatevi la patta, folks”. Passa subito il bollore di sapere di avere di che spartire con il figlio di Fabrizio De André. Passa nel giro dei primi sessanta secondi che del primo singolo che poi darà titolo alla seconda ristampa del disco. In Elettrica emerge una versione, mi si perdoni il termine, simpsoniana dei Diaframma. Una sorta di fumettone paradossale che cerca di unire la new wave del periodo a un cantatorato sintetico come un piumino del discount. Dopo le imbarazzanti apparizioni al Festivalbar, Cristiano prima cerca di buttarsi nuovamente sulle orme del padre e, venuto a mancare Faber, entra nella parte del buono, nel senso, sembra fare parte del figlio buono, e da qui a fare la cosa più cazzuta che può, cantando con un fegato enorme le canzoni del padre. Si potrebbe odiarlo per questa costruzione a tavolino ma alla fine chi meglio di lui può?

4. “Friendly Fire” di Sean Lennon (2006)



Se il figlio di Sir McCartney ha avuto il buon gusto fino al 2013 di uscire sotto lo pseudonimo di Light, quello di George Harrison di suonare la chitarra negli anonimi Thenewno2 e il migliore di tutti, Zak Stakley, figlio di Ringo, ha suonato con Who, Oasis e RHCP, dei figli di Lennon, Julian è comparso solo con sei dischi in 35 anni ma il fratellastro Sean, irritante fin dall’assonanza del nome col padre, dal 1991 a oggi si è palesato già venti volte. Di tutte, questa è l’inizio al peggio. Voce inutilmente simile al padre, mood più spettrale che psichedelico che ammorba e incipit di tutti i tentativi d’emulazione estetica futuri, ridanno una dignità ai dischi di Cristel, una più anonima figlia di Albano, che si presentò come una sorta di Joan Osburne di Cellino San Marco e senza futuro. Al confronto quasi tenera nella sua impacciata Custodi, di cui potete vedere il video su Youtube.

3. “Questo Tempo” di Irene Fornaciari (2016)

Metto l’ultimo in ordine di tempo, ma Irene Fornaciari fa parte di un idea che non capisco. Cioè, non so a chi venda i dischi, non so se li venda, non so chi vada ai suoi concerti e non so nemmeno dove e se abbia mai fatto un tour in Italia. Non ho mai conosciuto in vita una persona che potrebbe, anche solo in via ipotetica, trovarsi a compiere anche solo uno dei due atti: pagare per un suo disco o per un suo concerto. Qualcuno potrebbe dirmi: vabbé, ce ne sono tanti così! Ma anche no. Conosco infatti gente che ha regalato o comprato per se dischi di Rocco Hunt, di Arisa, persino dei Ragazzi Italiani e di Alessandro Canino, qualcuno di Luca di Risio, di Dolcenera e delle Lollipop ma non ricordo una sola persona una che abbia acquistato, regalato, ricevuto in dono, ascoltato in macchina o per puro sbaglio un disco per intero della figlia di Zucchero. Se voi la conoscete, fate un fischio. 



2. “Changes” di Kelly Osbourne (2003)

Non ho dubbi sui perché questo disco abbia spopolato negli Stati Uniti, riuscendo a suo tempo ad avere una sua massiccia programmazione su Mtv. Ci sono melodie ruffiane, un pizzico di malinconia emo, dei vaghi chitarroni – che fanno tanto rock da cameretta – e c’è un estetica mediocremente spooky che fa tanto adolescente con i poster dei Good Charlotte attaccati sui muri. Peccato solo che manchi tutto il resto. Kelly Osbourne purtroppo non ha capito un piffero né di metal né di rock, e pensa che basti essere la figlia del Principe delle Tenebre per guadagnarsi la stima dei milioni di fan che il papà si è guadagnato a costo della propria salute fisica e mentale. Questo disco ebbe pure l’ardire di buttare nel mezzo una pessima cover di Papa Don’t Preach di Madonna.

1. “Come Stai” di Massimiliano Pani (1991)


Per molti Pani è come il napalm: da quando si è messo in testa di seguire le orme della madre ogni cosa tocca muore. Autore di L’Occasione, album del 1991 che, uscito per l’etichetta materna, non ha avuto successo nemmeno sul pianerottolo di casa sua, con una veste grafica rubata a un backstage di una telenovela rumena e un’accozzaglia di tracce che sembrano scopiazzare e male idee dalla Motown Records e di George Brenson. Mamma Mina, per salvare le tasche del pargolo, ne ha ripreso alcune negli album Sorelle Lumière e Pappa di Latte e si è sobbarcata un numero impressionante di testi imbarazzanti da santificare con la sua voce da usignolo. E pensare che come autore di sigle di cartoni animati, tra Palla al Centro per Rudy e Siamo Fatti Così, Holly e Benji e Prendi il Mondo e Vai ci ha pure saputo fare. Se solo si fosse fermato a Cristina D’Avena senza pretese d’onnipotenza.

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