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Le migliori canzoni di Leonard Cohen

La carriera del poeta di Montréal in cinque capolavori, da "Suzanne" a "Hallelujah"

Leonard Cohen in concerto a Parigi nel 1979

Leonard Cohen (1934-2016), cantautore, poeta e romanziere canadese, si è lasciato dietro una discografia vasta e molto ricca, da Suzanne, la sua prima canzone in assoluto del 1967, fino a String Reprise / Treaty, lo struggente commiato pubblicato un mese prima di morire. Ecco una selezione essenziale – e assolutamente di parte – delle sue canzoni più celebri. Ce ne sarebbero molte altre, lo sappiamo. Ma se volete un corso accelerato sulla musica di Leonard Cohen, potete partire da qui. 

5. “Bird on a Wire”

Leonard Cohen stava attraversando un periodo di depressione durante i suoi anni sull’isola greca di Hydra, quando vide un uccello solitario appollaiato su un cavo telefonico. Iniziò a scrivere una poesia paragonando se stesso a quell’uccello, ma fu soltanto molto tempo dopo che riuscì a ricavarne una canzone soddisfacente. Durante le sessioni a Nashville per Songs From a Room, nel 1968, Cohen tornò così tante volte sul brano senza successo da arrivare a mandare a casa tutti i musicisti per la frustrazione. Un giorno, verso la fine delle registrazioni, andò semplicemente al microfono e trovò da solo un modo per interpretare la canzone. Divenne una delle sue canzoni più amate, e un caposaldo delle sue performance dal vivo.

4. “Everybody Knows”

Everybody Knows dev’essere la canzone più pessimista del vasto catalogo di Cohen. Ecco le cose che, come dice il titolo, tutti apparentemente sanno: i dadi sono truccati, la barca ha una falla, il capitano ha mentito, i poveri restano poveri, i ricchi diventano più ricchi, la peste sta arrivando e si muove in fretta. È un po’ deprimente, ma il pacchetto completo dà l’idea che potremo superare insieme questa parata degli orrori. Nel corso degli anni è stata ripresa da chiunque, da Don Henley a Concrete Blonde fino a Rufus Wainwright.

3. “Famous Blue Raincoat”

All’inizio degli anni ’70, qualcuno rubò il vecchio impermeabile di Cohen dall’appartamento di Marianne Ihlen a New York. Dio solo sa che cosa gli è successo, ma il ladro ignorava che quel capo d’abbigliamento sarebbe diventato un oggetto degno del Rock and Roll Hall of Fame, se non addirittura dello Smithsonian Museum. È stato quell’impermeabile a ispirare una delle canzoni più amate e misteriose di Cohen. È scritta in forma di lettera, forse indirizzata al fratello del narratore, che gli ha rubato la fidanzata Jane. 

Famous Blue Raincoat ha affascinato gli ascoltatori sin dalla sua apparizione in Songs of Love and Hate, del 1971, anche se Cohen ha ammesso di non essere per nulla contento dei testi. “È un pezzo che non mi ha mai stato soddisfatto”, ha dichiarato nel 1994. “Sono pronto a lasciare che il testo resti un po’ misterioso, ma ho sempre sentito che in questa canzone c’è qualcosa di poco chiaro”. 

2. “Suzanne”

C’era una volta la vera Suzanne. E contrariamente a quanto la canzone suggerisce, lei e Cohen non hanno mai fatto sesso. Ma Suzanne Verdal era davvero bellissima, e aveva davvero servito tè e arance quando Cohen era andato a trovare lei e il fidanzato, il celebre scultore Armand Vaillancourt, nella loro casa di Montréal. Quindi Cohen si era trovato costretto, come dice la canzone, a “toccare il suo corpo perfetto con la mente”. Era nata come poesia, ed era stata inizialmente registrata come canzone da Judy Collins nel 1966. Cohen aveva creato la propria versione l’anno successivo. È la prima canzone del suo album d’esordio, e ha dato il via a una delle carriere più straordinarie nella storia della musica. 

1. “Hallelujah”

L’anno 1984 è stato molto fortunato per la musica pop, con le uscite di Prince, Madonna, Bruce Springsteen e Van Halen che riempivano le onde radio. In mezzo a quella grandezza atterrò, verso la fine dell’anno, la mole di Various Positions di Leonard Cohen. All’epoca l’interesse verso Cohen era così basso che, all’inizio, la Columbia si rifiutò di farlo uscire: sospettavano che non valesse nemmeno la fatica di stampare le copie e farle distribuire. E praticamente nessuno all’inizio presto attenzione a un piccolo pezzo intitolato Hallelujah, con cui iniziava il lato B del disco. 

Cohen, però, sapeva di avere tra le mani qualcosa di speciale. Aveva speso una grande quantità di tempo a lavorare al testo, cesellando ossessivamente ogni parola nel corso di circa 80 revisioni. Quando John Cale gli chiese di mandargli i testi per una cover che voleva incidere, ricevette via fax 15 pagine di versi scartati. Cale mise insieme una nuova versione del pezzo, che registrò al piano. Era quella che Jeff Buckley utilizzò per la cover contenuta nell’album Grace, nel 1994. Lentamente, divenne un brano sensazionale, ripreso in seguito così tante volte da altri artisti da essere persino sbeffeggiata da Adam Sandler durante uno show di beneficenza al Madison Square Garden nel 2012.

Oggi, anche coloro che non hanno mai sentito parlare di Leonard Cohen conoscono Hallelujah. È diventata un inno moderno, suonato e cantato ovunque, dal busker sotto casa ai concorrenti di American Idol. Anche chi crede di averla già sentita abbastanza, quando Cohen inizia a cantare: “I heard there was a secret chord that David played and it pleased the Lord…” sente un nodo alla gola. Ogni volta.

 

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