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Le 5 persone più potenti della musica non lavorano nella musica

Chi decide davvero nell'industria discografica non ha niente a che vedere con artisti, autori, classifiche o album, ma può cambiare il futuro del settore inviando una mail

Kenichiro Yoshida, presidente e CEO di Sony

Foto Getty Images

Tra poco meno di due settimane le persone che prendono le decisioni più importanti del music business cadranno, inevitabilmente, in un leggero stato d’agitazione. A Los Angeles, qualche giorno prima della notte dei Grammy, Billboard rivelerà la sua annuale Power 100 – la classifica degli “individui più influenti dell’industria discografica”. La lista, come sempre, farà rumore, probabilmente per l’inevitabile abbondanza nelle posizioni di potere di uomini bianchi di mezza età.

Le ripercussioni dell’uscita della Power 100, però, non finiranno qui: i dirigenti più arrivisti digrigneranno i denti perché si ritroveranno 16esimi invece che 11esimi, e ci sarà sicuramente chi si dirà infastidito solo per essere stato associato alla lista – e ad alcuni colleghi. Los Angeles, insomma, verrà presto invasa da una polemica vecchia e logora: in un mondo post-Weinstein, osservare il potere è diventata un’esperienza piuttosto sordida, non credete?

Se tutto quello che abbiamo detto è vero, allora ecco cosa potrebbe succedere: i capitani più potenti dell’industria discografica finiranno sicuramente nelle alte sfere della nuova Power 100; le cariche più importanti di Universal, Sony Music Entertainment, Warner Music Group, Sony/ATV, Spotify, Pandora e Live Nation saranno certamente presenti. Tuttavia, questa lista di personaggi non si estenderà fino alle persone a cui questi dirigenti rispondono “Sì, signore”.

Ecco, quindi, una lista alternativa e in ordine alfabetico dei Power 5 dell’industria discografica mondiale. Sono i capi dei capi, uomini che guardano i titani dell’industria musicale come se fossero “impiegati” – sono loro, senza alcun dubbio, a detenere il vero potere.

Non lavorano direttamente con artisti, autori, classifiche o album, ma possono cambiare il volto dell’industria semplicemente inviando una mail.

Lev Blavatnik, fondatore di Access Industries

Warner Music Group possiede la terza etichetta più grande del settore, Warner Music, e il terzo publisher, Warner/Chappell. WMG ha nel suo roster di artisti del calibro di Ed Sheeran, Bruno Mars, Cardi B e 21 Savage. Il capo della divisione musicale, Max Lousada, e tutto il suo team di Warner/Chappell, Guy Moon e Carianne Marshall, rispondono al CEO Steve Cooper. E Cooper? Lui risponde al 27esimo uomo più ricco d’America: Len Blavatnik, fondatore di Access Industries.

Access ha iniziato concentrandosi su investimenti in russia, e ha ammassato una fortuna scommettendo sull’immobiliare, sulle risorse naturali e sulle aziende media. Nel 2011, Blavatnik ha investito $3.3 miliardi per acquistare Warner Music Group, poi ha fatto lo stesso con Parlophone nel 2013 (£487 milioni). Entrambe le operazioni si sono concluse in un momento difficile per l’industria, appena uscita dalla cosiddetta “era Napster”, e hanno fatto sollevare più di un sopracciglio. Blavatnik, con il tempo, ha trionfato: Warner Music Group ha appena registrato nuovi record finanziari, e ha acquistato l’etichetta Spinnin’ Records, il media hub UPROXX, e la potenza dell’e-commerce EMP.

Al di fuori di Warner, Access ha ulteriore potere sull’industria discografica. L’azienda possiede il management di First Access Entertainment – che dà casa a Rita Ora e Bebe Rexha -, e alcune quote di Deezer. Il suo braccio finanziario, ATV, di recente ha mostrato interesse per Alibaba, Facebook, Spotify, Amazon, Snap Tencent Music Entertainment e Beats by Dre.

Vincent Bolloré, ex presidente di Vivendi

Il CEO e presidente di Universal Music Group, Sir Lucian Grainge, è il principale candidato per il primo posto della nostra power list 2019. UMG ha nel suo roster 8 dei 10 artisti più ascoltati in America nel 2018: Drake, Post Malone, Migos, Juice WRLD e Maroon 5. Grainge ha portato a UMG il record assoluto di entrate, e la sua azienda – che possiede etichette come Republic, Capitol e Interscope, oltre a Universal Music Publishing Group – arriverà alla cifra record di $7 miliardi di vendite in un anno.

Di conseguenza, UMG è diventata la pietra più brillante della corona di Vivendi, che ne venderà metà prima della fine dell’anno. Il valore stimato attuale dell’azienda è di $33 miliardi, e non c’è da sorprendersi se Grainge è stato definito un leader “grandioso” da tutto il resto del suo team.

Tuttavia, nonostante le sue performance commerciali, Grainge resta sempre al di sotto di un altro individuo di Vivendi. Vincent Bolloré, ex presidente della compagnia, tutto meno che pensionato. Nel 2017, quando ha lasciato ufficialmente il suo posto, Bolloré ha consigliato al board di Vivendi di assegnare la carica a suo figlio Yannick. Il suo veicolo d’investimento, il Bolloré Group, ha ancora la maggioranza delle azioni di Vivendi e un terzo dei voti nel consiglio d’amministrazione.

Ma Huateng, CEO di Tencent

Era fondamentale trovare un posto nella lista al proprietario di un gigante dello streaming. Avremmo potuto scegliere i co-fondatori di Spotify, Daniel Elk o Martin Lorentzon, che possiedono ancora la maggioranza dei voti nel board della più grande piattaforma a sottoscrizione. Oppure, per ragioni ovvie, Jeff Bezos di Amazon, o Tim Cook di Apple.

Nessuna di queste imprese, però, può controllare il futuro dello streaming musicale meglio di Tencent. Per cominciare, Tencent possiede il 9,1% delle azioni di Spotify – grazie a Tencent Music Entertainment e Image Frame -, ed è per questo che la piattaforma non si è gettata nel mercato cinese, che nel 2017 ha fruttato $292,3 milioni.

In India, Tencent ha investito $115 milioni nella piattaforma Gaana, che al momento ha più di 80 milioni di utenti attivi – e diventerà presto un rivale diretto di Spotify, che dovrebbe diventare disponibile al pubblico indiano il 31 gennaio.

Poi c’è Tencent Music Entertainment, di cui Tencent possiede il 58,1%. TME contiene i principali servizi di streaming della Cina – QQ Music, Kugou Music, Kuwo Music e WeSing – che, combinati, contano più di 800 milioni di utenti mensili (quattro volte il pubblico di Spotify). Lo scorso dicembre TME ha debuttato nella borsa di New York, dove ha raccolto $1 miliardo, ed è vista di buon occhio dagli specialisti di JP Morgan e HSBC, che hanno alzato le aspettative sul futuro economico dell’azienda.

A capo del vasto impero di Tencent c’è il suo CEO, Ma Huateng. Conosciuto come “Pony Ma”, controlla una compagnia che vale $400 miliardi, di cui possiede il 9% delle azioni. Il suo reddito personale supera i $40 miliardi, ed è l’uomo più ricco della Cina.

Qualcuno dice che nel 2019 Tencent potrebbe guadagnare un posto ancora più importante nell’industria discografica mondiale acquistando il 50% delle azioni di Universal Music Group. Per riuscire nell’impresa, però, dovrà battere i prossimi due nomi nella lista…

John Malone & Greg Maffei, presidente e CEO di Liberty Media

Liberty Media possiede più di un terzo di Live Nation e la maggioranza di SiriusXM, che presto acquisirà il servizio di streaming Pandora. Inoltre, sembra che l’azienda proverà ad assicurarsi iHeartMedia, un colosso del broadcast che raggiunge ogni mese 250 milioni di americani. Gli analisti suggeriscono che Liberty Media poterebbe aumentare le sue quote in Live Nation, probabilmente collegando la più grande azienda del mondo che si occupa di concerti con l’accoppiata Sirius/Pandora – che definiscono come “l’azienda di audio entertainment più grande del mondo”. Alcuni rumor parlano anche di una possibile scalata all’agenzia di management CAA, oltre al già menzionato 50% di Universal Music Group.

I gentiluomini a capo di questo gigante della discografia sono il presidente e fondatore John Malone, e il suo CEO Greg Maffei. Maffei, che in passato aveva criticato i modelli di business impostati solo sullo streaming come Spotify, è a sua volta presidente di SiriusXM e Live Nation. Malone, un veterano del settore finito spesso sulle prime pagine dei giornali per acquisizioni di media companies, è il 67esimo uomo più ricco degli Stati Uniti, e ha un patrimonio personale di più di $7 miliardi.

Kenichiro Yoshida, presidente e CEO di Sony

Le notizie più importanti dell’ultimo anno del settore discografico erano tutte a proposito di Sony. Prima, a maggio, il gigante giapponese ha speso $2,3 miliardi per acquistare il 60% di EMI Music Publishing, casa di più di 2 milioni di canzoni scritte da autori come Kanye West, Queen, Carole King e Calvin Harris. Poi ha concluso la scalata di EMI acquistando il restante 10% dell’azienda dalla Jackson Estate. Due anni prima, aveva investito $750 milioni in un affare, concluso ancora con la Jackson Estate, per acquistare il 50% di Sony/ATV – un altro Publisher globale – e prendere il controllo totale dell’azienda.

Dopo aver concluso questi due affari, Sony si è messa alla ricerca del dirigente perfetto per guidare l’azienda, e l’ha trovato: a settembre ha annunciato che Jon Platt, una delle figure più rispettate del settore, sarebbe diventato CEO e presidente di Sony/ATV. Platt è stato strappato alla concorrenza di Warner/Chappell.

Il music team americano di Sony è attualmente composto da Platt, che si occupa del publishing, e Rob Stringer, CEO di Sony Music. Entrambi i dirigenti risponderanno a Ken Yoshida, che ha investito nell’acquisto di EMI $2,5 miliardi.

Yoshida deve credere davvero fermamente nel valore della musica: prima di prendere il ruolo di CEO in Sony, lo scorso febbraio, era conosciuto più per il denaro risparmiato che per quello investito. Yoshida è entrato in Sony grazie all’ex-CEO Kaz Hirai, e il suo compito iniziale era snellire l’azienda (l’ha fatto vendendo il settore laptop Vaio, e tagliando posti di lavoro e parte dell’unità tv).

La sua fede nel valore della musica, però, è un’ottima notizia per Platt e Stringer. Ma cosa succederà quando il più grande rivale di Sony, UMG, venderà il 50%? La questione potrebbe farsi interessante. Una grande valutazione di Universal potrebbe portare ad altrettante valutazioni sui principali competitor. In uno scenario simile, le mosse di Yoshida e della divisione musicale di Sony potrebbero diventare la storia più importante del settore dei prossimi anni.

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