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Le 30 migliori canzoni per pianoforte di tutti i tempi

Da Elton John ai Coldplay, da Vanessa Carlton a Calcutta, ecco le migliori ballad di sempre. Spoiler: non troverete di proposito i Queen, perché fanno parte di un campionato a parte

Foto di David Warner Ellis/Redferns

Tutte le battute fatte da quasi quarant’anni a questa parte sui versi di Venditti “Io mi ricordo, quattro ragazzi con la chitarra / E un pianoforte sulla spalla” dovrebbero da sole rendere bene l’idea di che strumento di merda possa essere il pianoforte. Costoso, dispendioso, scomodo da portare e difficile da suonare. Collegato da sempre nell’immaginario a terribili lezioni pomeridiane fatte da insegnanti più inclini alle bacchettate sulle mani che alla simpatia, è esteticamente bellissimo se si tratta di un Bösendorfer o di un Hammond ma inguardabile nelle varianti post-moderne di Casio o Yamaha (o, dio ci perdoni, nella versione keytar della Korg). Con quelle gambette rachitiche, nascoste dietro teli di dubbio gusto o strutture dal taglio avanguardista a musicisti come Boosta. Eppure.

Eppure il pianoforte e le sue varianti resta il secondo strumento – dopo la chitarra – a cui tutti siamo più legati. Personalmente, ho sempre pensato al piano come una partita di tennis, bisogna essere in due perché funzioni: chi lo suona e chi ci crede. Con la chitarra è diverso, la chitarra è più autoreferenziale. Le occasioni di empatia pianistica però possono esser molteplici. Belle o brutte. Quella volta che vostro cugino, folgorato dalla visione di Blues Brothers, si mise in testa di poter suonare come Ray Charles la diamonica di scuola. Il dramma amoroso di Amélie Poulain pure ignorando chi sia Yann Tiersen. Lo spot della Barilla. Il saggio al liceo, quando vi accorgeste per la prima volta della biondina della 3F mentre il vostro compagno di classe triturava il piano e non solo con una My Heart Will Go On di Céline Dion. Una versione per piano e voce al concerto dove non dovevate neanche andare. Non fate finta che non sia così.

Per questo abbiamo tentato di fare una Top 30 delle migliori canzoni con il piano di sempre. Qualche nome ce lo siamo persi per strada. Per non cadere nell’ovvio, come nel caso di Lucio Battisti, perché troppo complesso, come Diamanda Galas, o perché mai veramente esploso alle nostre latitudini, come per gli Steely Dan. Oppure non sarà stato nelle nostre corde o più semplicemente non ci avremo pensato: siamo umani anche noi. La classifica è ribaltabile. Se cercate la polemica, leggetela al contrario. Spoiler: non troverete di proposito i Queen – prima che Bohemian Rapsody diventi un intercalare come “cioè”.

30.Niente di Speciale di Lo Stato Sociale (2017)

Stile: COCKTAIL. Oltre a essere la prova provata che Francesco Draicchio sta a Lodo Guezzi come Noel sta a Liam Gallagher, lavorando in un liceo musicale, è la canzone più suonata e risuonata dai miei alunni durante l’intervallo. Sotto la scorza d’arancia e l’angostura, si sono presto accorti che a farla da padrone è il Vermut, ovvero il piano. Dal vivo infatti regge benissimo pure solo con quello.

29.Frosinone di Calcutta (2015)

Stile: COPINCOLLA. Tra i moderni ce ne sono a iosa di pianisti più estrosi o semplicemente capaci di Edoardo. Per dire: Giovanni Truppi è dieci volte più bravo, e Marco De Annuntiis più creativo. Tuttavia, nella rilettura del secondo Venditti (quello per intenderci delle alte maree) in chiave emo-pop, riesce a comunicare laddove altrettante carrettate di pianisti riescono solo a suonarsi addosso.

28.Thanatos di Soap&Skin (2008)

Stile: SPETTRALE. Al dolore della giovane austriaca corrisponde un sound che fa della estensione del registro sui bassi una caratteristica preponderante. A tratti l’impressione è che si tratti di poco più che una musica di fondo alle struggenti invocazioni vocali di Anja, una sorta di Sinnead O’ Connor a una seduta spiritica, ma si capisce subito che senza piano il pezzo non reggerebbe un solo minuto.

27.You Are My Sister di Antony and the Johnsons (2005)

Stile: COMPENSATIVO. Indefinito come il suo creatore, l’androgino Antony Hegarty. A fornire carburante alle linee vocali, noir e baritonali, il contrasto tra i suoi vocalizzi altamente emotivi e la relativa neutralità pop dello sfondo strumentale. A fare deragliare però i lineari arrangiamenti di un brano pop la sottesa magniloquenza di un pianoforte che aspira a essere parte di un lied operistico .

26.Mad World di Michael Andrews Feat. Gary Jules (2003)

Stile: PARACULO. Rispetto all’originale dei Tears For Fears, Michael Andrews, già noto per la colonna sonora di Donnie Darko, aggiunge proprio una linea di pianoforte alienante. Il risultato è grado di creare, allo stesso tempo, un’indicibile struggimento e una forte empatia con le linee vocali, qualsiasi cosa esse dicano. Venne eletta la migliore musica per uno spot pubblicitario, non a caso.

25.A Thousand Miles di Vanessa Carlton (2002)

Stile: ZUCCHERO FILATO. Vanessa era una che già girava a bordo del suo pianoforte manco fosse una Smart anni e anni prima di Calcutta. La differenza è che se Calcutta gioca a fare il complesso e il complessato per coprire palesi lacune del veicolo, lei il piano lo sa suonare e non ha bisogno di mettersi morettianamente di profilo o di tre quarti per farsi notare di più. Suona pop ma suona bene.

24.Clocks di Coldplay (2002)

Stile: DA STADIO. Quello suonato da Chris Martin è un pianoforte facile ma non banale, ossessivo ma leggero allo stesso tempo, che non pretende molte attenzioni, tant’è che lo si può intervallare a balletti qua e là per il palco, ma fa bene il suo lavoro. Questo è un piano che non pretende di stare in piedi da solo ma dà un colore inconfondibile al pezzo. Il successo è inevitabile e pure meritato.

23.Fallin’ di Alicia Keys (2001)

Stile: TALENT SHOW. Alicia era una pronta per X Factor prima di X Factor. Era quella che arriva con un jeans, una camicetta e giusto un cappello messo storto per dare una vaga idea di essere una che fa musica. Si siede al piano e in tre secondi son tutti in piedi a spellarsi le mani. E’ un mostro di bravura. Suona cose che sanno di déjà-vu in un modo che sa di déjà-vu, ma è un mostro di bravura.

22.Pyramid Song di Radiohead (2001)

Stile: FUTURIBILE. Pare che Yorke l’abbia scritta in sei minuti dopo una mostra di arte egizia a Copenhagen. Il giro di tastiere l’ha creato su di un piano giocattolo perché era stufo della chitarra. Ne è venuta fuori una magnifica lagna che, in un mondo che sente l’assoluto bisogno di lagnarsi, sembra sempre un passo davanti a tutti. Figuriamoci se si fosse trovato davanti alle piramidi vere.

21.Avril 14th di Aphex Twin (2001)

Stile: COLTO. A uno che se lo immagina (da) sempre a sfondarci i timpani, questo brano potrebbe sembrare un tutorial. Della serie: questo è il pianoforte, questo è ciò che ci si può fare, e questo è il suono che producono le vere corde percosse da veri martelletti. Eppure AFX sembra saperlo meglio di tanti e tanto da potersi permettere esercizi di stile così gustosi da rimanere in testa a oltranza.

20.I’m So Tired di Fugazi (1999)

Stile: ESSENZIALE. Ci sarà anche un motivo se milioni di persone in questo mondo darebbero via un rene per una reunion dei Fugazi. Uno di questi è stato egregiamente spiegato da un musicista di casa nostra descrivendo proprio questo brano “C’era materiale per due canzoni in questa canzone che ne dura meno di due minuti: crepi l’avarizia”. In quasi ogni classifica c’è un posto per i Fugazi.

19.Spark di Tori Amos (1998)

Stile: GENERAZIONALE. Se avete più di trent’anni e vi chiedessero una canzone suonata con il piano, probabilmente rispondereste citandone una di Tori Amos. Se siete tra quelli che si sono fermati alla superficie, direte Cornflakes Girl, se avete approfondito magari direte un altro brano da uno dei suoi quattro dischi, usciti tra il 1991 e il 1998, che non dovrebbero mancare in nessuna casa.

18.Never Is a Promise di Fiona Apple (1996)

Stile: ENCOMIABILE. Fiona Apple sta al pianoforte come Ani Di Franco sta alla chitarra. Intimista ma niente affatto minimale, popolare ma innegabilmente di livello “art”. Perché riuscire a fare rivivere il pop stravolgendone l’essenza non è cosa semplice, riuscire a stravolgerlo rimanendo (per definizione) belline lo è ancora meno. Fare entrambe le cose è, a suo modo, unico.

17.Scivola vai via di Vinicio Capossela (1990)

Stile: CONTE. Non nel senso del titolo nobiliare ma riferito al Paolo, pianista di Asti, noto per Via Con Me e non solo. Ecco, Vinicio nasce per essere un’interessante sviluppo di quei suoni, per finire a essere un’isola a sé stante. Si sente il fascino della ballata jazz tradizionale nella sfumatura noir del pezzo, ma si trasforma in un esercizio musicale e concettuale chiuso tra le due mani del suo autore.

16.The Ship Song di Nick Cave (1990)

Stile: ONNIPOTENTE. Grazie l’utilizzo della doppia tastiera, pianoforte e organo da chiesa, nasce il suo marchio di fabbrica che rende inquiete anche le sue canzoni più soavi. Qui si canta l’avvento natalizio, ma le maschere di halloween sono ancora lì vicino. Quella di Cave al piano è un’unica canzone: celestiale, apocalittica e lunga 35 anni. Qualche volta una canzone sola basta e avanza.

15.Lovesong di The Cure (1989)

Stile: DARK. A seconda della biografia che vi troverete tra le mani, sono ben tre le persone che potrebbero aver scritto la linea di tastiere di questa canzone. Manco a dirlo Robert Smith, Roger O’Donnell per altri o persino Lol Tolhurst sotto le mentite spoglie di “other instrument” sui crediti. Qualunque sia la verità, chiunque sia stato ha creato qualcosa di veramente speciale e irripetibile.

14.Don’t Know What You Got (Till It’s Gone) di Cinderella (1988)

Stile: LACCA SPRAY. Di tutte le ballate pianistiche stracciacoglioni uscite a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 per mano di una band hair-street-glam-whatever metal, questa forse è un “non plus ultra” del genere. Una voce nasale ai limiti della legalità e un crescendo emotivo oltre che solo pianistico che, tra i suoi illustri proseliti, può annoverare i Guns di un paio d’anni dopo, con November Rain.

13.My Baby Just Cares For Me di Nina Simone (1987)

Sile: AVVOLGENTE. Nina era un osso duro. Picchiava sui tasti come stesse dando dei pugni a quelli del Klu Klux Klan. Sentite Mississipi Goddam per farvi un’idea. Qui, rispetto alla versione più secca e classica del 1958, dimostra di saper suonare anche in modo morbido, caldo, avvolgente. Persino sensuale. Pur rimanendo una delle interpreti jazz e blues politico più credibili di sempre.

12.Cara di Lucio Dalla (1980)

Stile: SPLEEN. Visto che ciascuno di Dalla ha la propria preferita, scegliamo la nostra. Senza però nulla togliere alle altre. Cara esce dopo il boom discografico dell’omonimo disco del ’79 come una serenata notturna in grado di rinnovare il miracolo, con un testo pieno di straripante malinconia e una melodia avvolgente, cullata proprio dal suono del piano. Citandola: “Che pena / che nostalgia”.

11.Shake Your Tail Feather di Ray Charles (1980)

Stile: ELETTRICO. Se la carriera di molti artisti è destinata a esaurirsi in un lampo, lo stesso non si può dire del destino che toccò in sorte a Ray Charles. Quando uscì questo rifacimento, Ray Charles aveva all’attivo qualcosa come una quarantina di album in studio, eppure di note sembrava averne a disposizione ancora mille, non sette. Shake è un’esplosione di potenzialità timbriche e dinamiche.

10.Tu Come Stai di Claudio Baglioni (1978)

Stile: CANTAUTORALE. Forse non lo sapete ma esiste gente che ha scritto dei saggi su Baglioni. Voi ora lo vedete così, come un sito archeologico che i vostri vecchi vi ripetono di andare a visitare ma voi non avete la sbatta, ma il suo stile semplice, malinconico ma allo stesso tempo epico, negli anni d’oro, ha fatto storia. E senza Claudio Baglioni oggi molta gente farebbe il benzinaio.

9.New Coat of Paint di Tom Waits (1974)

Stile: DINOCCOLATO. Il sottofondo adatto per una riunione degli alcolisti anonimi. Non è proprio jazz, ma nemmeno pop e nemmeno cantautorato: Tom che si lancia in assolo sulla struttura delle sue strofe è come un funambolo ubriaco che sembrava poter cadere da un momento all’altro ma ancora non è mai successo. C’è solo da augurarsi che non smetta mai di avere questo suo modo di fare.

8.Superstition di Stevie Wonder (1973)

Stile: SEXFUNKY. Se il Wurlitzer e il Fender Rhodes nascono come versione elettrica del piano, poco dopo arriva il Clavinet, versione elettrica del clavicembalo. Le corde prendono il posto delle piastrine, il wha-wha prende il posto del tremolo e obbliga alla dinamica funky dove, per dirla come Leslie Nielsen, “come un cieco ad un orgia bisogna farsi strada palpando”. Rispetto infinito.

7.Sora Rosa di Antonello Venditti (1972)

Stile: ROMA CAPOCCIA. Su un muro di Roma campeggia la scritta “Te credi infame ma io so più infame de te”. Il primo Antonello Venditti, con quel suo modo di prendere gli accordi con la destra senza mai partire dalla tonica, era molto efficace, e riusciva a riempire parecchio il suono. Pareva un po’ un borgataro e di sicuro un po’ lo era anche ma di certo uno di quelli “cor cervello fine”.

6.Mona Lisas & Mad Hatters di Elton John (1972)

Stile: GLAMOUR. A dirla tutta questa canzone (neanche tra le sue più note) esce da un cappello dal quale Elton John ha tirato fuori spesso altre cose più melassose, tragiche ai limiti del melodramma, come per esempio Candle In The Wind. Insomma, ci siamo capiti. Qui però il seppur grande impatto melodico non fa passare in secondo piano il ritmo, creando un’empatia con l’ascoltatore da brividi.

5.Imagine di John Lennon (1971)

Stile: PARROCCHIALE. Diciamo per una volta la verità: la grandezza di questo approccio al piano risiede in una semplicità ai limiti del parrocchiale. Con un esempio facile facile: Jalous Guy è mille volte più interessante sotto ogni punto di vista ma Imagine la riconoscerebbe persino un sordo. Poi il personaggio Lennon, la sua morte e tutte le guerre di questo mondo la rendono unica come poche.

4.Take A Pebble di Emerson, Lake & Palmer (1970)

Stile: ROCOCO’. Qui di sicuro non ci si può improvvisare o sperare che facendolo nessuno se ne accorga. Il sincretismo di progressive rock, jazz e folk per come tre inglesi lo possono intendere, ci porta all’alternanza di utilizzi sperimentali (le corde pizzicate sul telaio) e ostentazioni classicistiche (le veloci fughe). Il risultato può anche non garbare ma a qualcuno piace freddo, parafrasando.

3.Life On Mars di David Bowie (1971)

Stile: PIENO. Dietro quattro minuti che sono stati martoriati in lungo e in largo in spot televisivi e quant’altro, si celano un’escursione modale più che estesa e degli interventi sinfonici trionfanti più precisi di un orologio svizzero; creando un brano di ineguagliata bellezza e maestosità. Quando la sostanza, geniale e non conforme, coincide con l’apparenza, l’eccentricità può non temere critica.

2.I’m Waiting for the Man di Velvet Underground (1967)

Stile: TOSSICO. Più che un pianoforte quasi una batteria, tanto il ritmo di questo brano è dato più dal picchiettare sui tasti d’avorio di John Cale che sul pestare sul rullante Maureen Tucker. Ne viene fuori un martellante boogie fatto con il piano che, assieme alle chitarre elettriche, crea un ambiente lisergico e irresistibile. E pensare che il grosso dell’epopea psichedelica doveva ancora arrivare.

1.Whole Lotta Shakin di Jerry Lee Lewis (1957)

Stile: CIRCENSE. “Questo pianoforte sodomizzato”, come direbbe Verdone e Richard Benson, parecchi anni prima che Hendrix o Towshend lo facessero alle loro chitarre. Ma Jerry era anni luce avanti su tutti i fronti: l’erotismo nel sapere suonare, la scelleratezza dell’esecuzione, il microfono tenuto basso come James Hetfield, il pubblico accalcato come a un concerto hardcore, eccetera. Tutto già nel 1957.

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