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Le 10 migliori suite prog di sempre

Lunghi strumentali e atmosfere mutevoli, storie di fantascienza e umorismo alla Monty Python. Che siano dei King Crimson, dei Genesis o degli Yes, le suite di rock progressivo contengono mondi

Peter Gabriel in concerto con i Genesis

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Recita Wikipedia: «In musica, la suite (in francese “successione”) è un insieme di brani, per uno strumento solista, un complesso da camera o un’orchestra, correlati e pensati per essere suonati in sequenza. I pezzi che compongono una suite vengono chiamati tempi (o movimenti) e nella musica barocca sono tutti nella stessa tonalità».

La suite, all’interno della musica rock, è invece il tentativo rivoluzionario di dare un bel pugno in faccia alla canzone da 3 minuti e lanciarsi a esplorare territori alieni. Mentre nella classica infatti gli schemi sono da sempre ben definiti, nell’ambito del rock ci si prendono tutte le libertà possibili e si creano delle vere e proprie saghe in musica, nelle quali varie sezioni servono a raccontare diverse fasi di una storia. Il tutto mescolando stili ed emozioni al fine di creare una sorta di colonna sonora alle vicende narrate.

Da questo punto di vista la suite rock è il concept album possono quasi identificarsi. Non a caso infatti coloro che sono autori di un concept (due nomi per tutti: gli Who di Tommy e i Pink Floyd di The Wall) sono soliti eseguire dal vivo l’intera sequenza dei brani come fosse un gigantesco pezzo unico. Quello che a noi interessa in questa sede è però analizzare la tipica suite del rock progressivo, quella che spesso e volentieri si protrae lungo un lato intero di vinile, aggirandosi sulla durata standard di circa 20 minuti.

Il prog, come sappiamo, ingloba parecchi schemi mutati dalla musica classica, la suite non poteva quindi mancare. Inevitabilmente, aggiungerei, visto che uno dei capisaldi della filosofia progressive, fin dagli inizi, è stata quella di traghettare i brani verso lunghezze che non tenessero conto di strofe e ritornelli, ma si “allargassero” fino a includere parti strumentali, cambi di tempo, atmosfere mutevoli, assoli, misture di generi, strumentazione quanto più variegata possibile.

I primi a concepire una suite prog furono i Procol Harum, che altro non fecero se non prendere una serie di canzoni e collegarle al fine di seguire un discorso unitario di musica e testi. Da quel momento gli artisti faranno a gara a chi compone la suite migliore, raggiungendo in qualche caso esiti destinati a fare la storia della musica moderna. A partire dalla fine degli anni ’60 prendono vita le suite prog, che in qualche caso oggi cominciano a essere eseguite da altri gruppi o da formazione miste di band più orchestra, come fossero brani classici. Molto probabilmente in futuro questa sarà ricordata come la vera musica sinfonica del ‘900, sarà rappresentata nei teatri e vivrà vita eterna, allo stesso modo di Beethoven e Mozart.

Ecco quindi la classifica dei 10 classici della classica del futuro: dal 1968 al 1978, età d’oro del prog. Ricordando però che la suite non è mai morta (ne sanno qualcosa band come i Mars Volta, ma gli esempi moderni si contano a migliaia) e che sempre continua ad affascinare chi concepisce la musica come momento in cui lasciarsi andare a esplorare mondi sconosciuti, per raccontare emozioni che non si esauriscono in 3 minuti.

10“In Held ‘Twas in I” Procol Harum (1968)

Punto focale dal quale si sono sviluppate tutte le suite di questa lista, In Held ‘Twas in I è rivoluzionaria non in quanto brano lungo ma in quanto storia in musica segmentata in vari spezzoni uniti armonicamente tra loro. Il punto di partenza sono i Beatles di Stg. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, quindi soprattutto pop psichedelico e tentazioni world, che qui vengono spalmate lungo 18 minuti di trip mistico. Specie nella prima sezione Glimpses of Nirvana, per voce recitante, sitar e altri ammennicoli indianeggianti. Si confluisce poi in ‘Twas Teatime at the Circus che pare una Being for the Benefit of Mr. Kite! ancora più sghemba e surreale, a seguire The Autumn of My Madness, tipica canzone Procol Harum sulla scia della hit che ha segnato la loro storia: A Whiter Shade of Pale. Poi succede qualcosa. Ed è qui che i Procol Harum cominciano a dire cose mai dette prima, con una serie di flash strumentali che conducono a un crescendo che riprende potentemente (complice la chitarra di Robin Trower) la melodia base di Glimpses of Nirvana. Da lì si torna ai tipici PH con Look to Your Soul e si arriva al colpo di coda con uno dei primi affreschi rock-classicheggianti della storia: Grand Finale, movimento per pianoforte, coro, orchestra e band che lentamente sfocia in un solo di chitarra teso quando basta per preparare l’entrata del coro che traghetta la suite verso un grandioso finale. Un paio d’anni dopo questo momento fungerà da ispirazione ai Pink Floyd di Atom Heart Mother.

Infine due curiosità: 1) Il titolo In Held ‘Twas in I è un acrostico formato prendendo la prima parola del testo di ciascuno dei primi quattro movimenti e la prima parola del sesto verso del primo movimento; 2) nel 1968 le voci sulla morte di Paul McCartney si fanno sempre più insistenti e i Beatles si divertono a infarcire i loro dischi di segnali più o meno nascosti atti a ribadire la scomparsa del bassista. Ma non solo loro, se si ascolta Look to Your Soul si possono udire rumori di clacson, ambulanze, persone che piangono, polizia e qualcuno che urla “Paul, Paul, Paul!”.

9“Song of Scheherazade” Renaissance (1975)

Ispirata alla quasi omonima opera del compositore russo Nikolaj Rimskij-Korsakov, Song of Scheherazade è puro rock sinfonico: pomposo, magniloquente, esagerato. Ma, a ben vedere, anche nell’esagerazione può esserci classe. Ed è ciò che mettono in scena gli inglesi Renaissance, band che sa coniugare con maestria gli impulsi classicheggianti di cui sopra con delicati accenni folk. Complice la voce incantata di Annie Haslam, la chitarra acustica a sostituzione dell’elettrica e la presenza di un’orchestra tanto possente quanto aggraziata.

Ispirati dalla novella tratta da Le mille e una notte, i 24 minuti e rotti di Song of Scheherazade si snodano tra la tipica introduzione della Fanfare, il duetto tra Annie Haslam e il bassista Jon Camp di The Betrayal e gli arabeschi romantici di The Young Prince and Princess as Told by Scheherazade, con un’interpretazione commovente da parte della Haslam. Poi la suite si arresta, il clima, in Festival Preparations, si fa notturno e sospeso, gli archi cominciano a tessere nervosi le proprie trame. Fugue for the Sultan esplode in arie strumentali tra occidente e oriente, fino a sfociare in The Festival, nel quale torna la voce che via via tocca toni sempre più alti. Il Finale, ripresa del tema di The Sultan, chiude degnamente la suite. Il riaffacciarsi, in conclusione, del tema iniziale è una delle caratteristiche più importanti di molti di questi lunghi brani. Questo accorgimento dona infatti all’ascoltatore un senso di compiutezza, di chiusura del cerchio, come se dopo un percorso tortuoso e labirintico si fosse infine trovata la luce.

8“Nine Feet Underground” Caravan (1971)

Mettiamo da parte quanto scritto finora. Niente più orchestre, cori e pomposità assortite. Ora si parla dei Caravan, la caramella più dolce della scuola di Canterbury. In the Land of Grey and Pink è uno dei sommi capolavori di tutta la scuola, con il suo farsi morbido e rarefatto, sottilmente lisergico e altrettanto sottilmente jazz, quanto basta per impreziosire una serie di canzoni (quelle del lato A) dal piglio inglese fino al midollo, brani pastello che affascineranno stuoli di band a venire, per citarne una: Belle and Sebastian.

Nel lato B le cose cambiano. Scritta in un seminterrato dal tastierista David Sinclair (da qui il titolo), Nine Feet Undergound mostra una faccia diversa da tutte le suite coeve. Qui non ci sono cambi improvvisi o esagerazioni strumentali, tutto scorre liscio e sereno. Il ritmo è costante, veloce e fresco, con assoli su assoli da parte di David Sinclair (con organo e Mellotron trattati con effettistica varia) che non sono mai ostentazioni inutili di tecnica quanto piccoli saggi di buon gusto. Il chitarrista Pye Hastings invece non si lancia mai in momenti solisti, si accontenta di tenere il ritmo e sfoggia il suo canto wyattiano nella sezione intitolata Hold Grandad by the Nose. L’altro momento arriva dopo poco, si intitola Disassociation ed è interpretato da un altro Sinclair, il cugino Richard. Lui è la musica di Canterbury, con il suo basso gommoso e la voce dai toni bassi, dolci e ironici. La sezione che interpreta è quanto di più incantevole sia stato concepito nel rock, l’immaginifica copertina dell’album si fa viva sotto la sua melodia, da lì in poi è tutto un dolce naufragare in un mare grigio e rosa.

7“Cygnus X-1 Book II: Hemispheres” Rush (1978)

Nei 10 minuti del brano finale di A Farewell to Kings del 1977, Cygnus X-1 Book I: The Voyage, i Rush hanno cominciato a narrare le avventure di un misterioso astronauta che a bordo della sua nave spaziale Ronzinante (dal nome del cavallo di Don Chisciotte) viene inghiottito da un buco nero chiamato Cygnus X-1. L’anno successivo la fantasia di Neil Peart si scatena in maniera ancora più fervida nella continuazione di tali vicende, ora narrate in uno dei vertici creativi dei tre canadesi: 18 minuti di saliscendi emozionali a base di hard prog fantascientifico.

Rivelatosi in realtà una soglia verso una differente dimensione, il buco nero catapulta l’astronauta in una sorta di Olimpo intergalattico nel quale il nostro assiste alla lotta tra due divinità: Apollo, dio della saggezza e del pensiero logico, e Dioniso, dio delle emozioni e della sensibilità. Questi, a loro volta, esortano alla guerra il popolo diviso in pensatori ed emotivi. L’astronauta assiste silenzioso alla diatriba riflettendo sulla mancanza di equilibrio che da sempre funesta le sorti del genere umano. Intuiti i suoi pensieri, le due divinità decidono di rinunciare al combattimento e designano il nostro come nuovo dio, il suo nome sarà Cygnus e la sua sorte sarà quella di essere il messaggero dell’equilibrio.

Divisa in sei capitoli, la suite si snoda tra parti più metalliche e momenti cosmici nei quali si ode il lontano l’eco della colossale battagli tra gli dei. Il resto si divide tra le tensioni chitarristiche di Alex Lifeson, i continui cambi di tempo di Peart e uno straordinario Geddy Lee che si divide tra voce, basso e tastiere. Conclude la suite la magica ballata acustica The Sphere: A Kind of Dream, a testimonianza della ritrovata armonia.

6“Lizard” King Crimson (1970)

Il brano più lungo mai inciso dai King Crimson è anche uno dei momenti più fascinosi nella storia della band (o dovremmo dire progetto, visti i musicisti sempre intercambiabili) di Robert Fripp. Lizard occupa per intero il secondo lato dell’album omonimo ed è la testimonianza, vergata dalla fervida e allucinata fantasia del paroliere Peter Sinfield, di una sorta di mutazione alchemica da parte di Rupert duca di Cumberland, conte palatino del Reno e duca di Baviera, che in una delle immagini della copertina – nella lettera “N” di “Crimson”, dipinta da Gini Barris – viene raffigurato come un celebre personaggio di storie per bambini: l’orsetto Rupert.

La presa di coscienza e le battaglie – reali o mentali – di Rupert vengono narrate in quattro quadri musicali di abbacinante bellezza, tra le pagine più alte nella storia del gruppo. Dall’iniziale cristallina melodia di Prince Rupert Awakes, interpretata dall’ospite Jon Anderson (Yes), la suite si spinge verso le orchestrazioni di Bolero: The Peacock’s Tale, nel quale un quadro musicale di stampo classicheggiante muta lentamente fino a trasformarsi in una baraonda free jazz, salvo poi tornare trionfalmente all’origine. Da qui in avanti Lizard si tinge di oscurità. The Battle of Glass Tears (divisa a sua volta in tre sottosezioni) è come un esercito in lontananza che si avvicina mentre spuntano le prime luci dell’alba. Poi infuria la battaglia che lascia spazio a un campo di morte, con le spettrali note della chitarra di Fripp che si alzano lancinanti nell’aria. A concludere il tutto l’enigmatica Big Top, coriandoli di suoni in libertà che scortano l’ascoltatore verso il mistero più assoluto.

5“Tarkus” Emerson, Lake & Palmer (1971)

Un sommesso accordo vocale si fa sempre più intenso fino a sfociare in un’esplosione tastieristica a ritmo furente di 5/4. È Eruption, nella quale il fuoco di un vulcano frantuma una sorta di involucro a uovo che decreta la nascita di Tarkus, creatura fantascientifico-mitologica metà carro armato e metà armadillo. Un essere di fantasia forse influenzato da molta cinematografia giapponese anni ’60 e allo stesso tempo ispiratore di robot modello Mazinga.

Tarkus vaga per una landa metafisica, sorta di deserto disegnato da De Chirico, e subito è preda dell’attacco di mostri suoi pari. La fantasia di Keith Emerson e soci accompagna le vicende. Impetuose scorribande su organo Hammond e sintetizzatori amplificano il clima di tensione e le visioni della bestia metallica. A volte le atmosfere si distendono e lasciano spazio alla voce di Greg Lake a intonare canti strazianti con melodie d’alta scuola. È un connubio a sua volta fantascientifico quello tra l’irruenza di Emerson, il batterismo mai domo di Carl Palmer e l’afflato melodico di Lake. È a sua volta una specie di combattimento dove non ci sono vincitori né vinti, solo l’equilibrio pazzesco di questa musica che fonde classica e rock nel modo più creativo e variopinto possibile.

Nel frattempo il nostro Tarkus è arrivato a confrontarsi con un altro essere da incubo, con testa di uomo e corpo di leone, con tanto di coda uncinata da scorpione. È la Manticora della mitologia greca che affronta l’armadillo corazzato risultando presto vincitrice. ELP hanno sempre dichiarato che questa lunga suite è una metafora delle atrocità della guerra, come si evince dalla struggente Battlefield, dedicata a tutti i caduti dei conflitti mondiali e sottolineata da uno dei rari assoli di chitarra di Lake (tale strumento è spesso assente nella musica dei tre), a tratti addirittura gilmouriano. Il bailamme tastieristico di Eruption, ripeso nel finale di Aquatarkus, accompagna il nostro armadillo che si ritira sconfitto presso le acque di un fiume, nel quale presto scompare.

4“Echoes” Pink Floyd (1971)

Per chi scrive questa suite è l’apice luminoso dei Pink Floyd. Echoes sono quasi 24 minuti di perfezione spalmati in una composizione che non ha bisogno di cambi continui per colpire l’attenzione ma che anzi sa svilupparsi in maniera fluida tra le varie parti che la compongono. È l’arte dei quattro che si fonde in un corpo unico, con la batteria tanto essenziale quanto fondamentale di Nick Mason, la chitarra e le tastiere di David Gilmour e Rick Wright, le voci dei due in perfetta consonanza, il basso ora solenne ora funkeggiante di Roger Waters e il suo testo che già anticipa le alienazioni di The Dark Side of the Moon.

Echoes è un viaggio nello spazio della mente, dalla sua lenta introduzione che sfocia nel canto a due, al primo immenso assolo di chitarra, al momento funky con ancora urla estreme alla sei corde, al momento nebuloso nel quale grida di gabbiani metallici squarciano l’aria, al lento rinascere che in un crescendo esaltante riporta al canto iniziale e poi alla coda che pian piano sfuma tornando alla nota di pianoforte che l’aveva aperto (un Si ripetuto varie volte facendo passare il piano in un Leslie), mentre un coro che continua a discendere all’infinito copre tutto il paesaggio.

Echoes è musica totale, realmente senza confini, un brano che amplia le possibilità della band e che sarà il perfetto biglietto da visita per i successivi successi stellari.

3“Close to the Edge” Yes (1972)

Definita da più parti la suite assoluta del prog rock, Close to the Edge è una composizione sui generis rispetto alle altre qui citate. I suoi quattro movimenti sono infatti mutevoli variazioni di quella che isolata potrebbe essere una canzone di pochi minuti, con un ritornello insistito e ficcante, quello che dà il titolo all’opera. La maestria degli Yes permette però alla song di essere stirata lungo 18 minuti nei quali ne succedono di tutti i colori.

Da una intro “naturalistica” si sfocia in un tourbillon di chitarra-basso-tastiere che rischia di fare perdere la testa a chiunque, per fortuna da lì a poco viene alla luce un tema melodico che lancia la voce di Jon Anderson. Il testo della suite prende più di uno spunto (in maniera del tutto libera da ogni vincolo di significato, ma pensando a offrire immagini e suoni-musica che si armonizzano col tessuto sonoro) dal Siddharta di Herman Hesse. Il ritmo pare costante, ma in realtà cambia spesso, con Bill Bruford bravissimo a mascherare con semplicità parti assai complesse. Steve Howe è un mondo a parte: solista, ritmico, jazz, blues, rock, classico. Chris Squire crea le armonie toccando tutte le note della tastiera del suo Rickenbacker e fornendo cori da brivido. Rick Wakeman aleggia sul tutto con ampi tappeti di organo e Mellotron. A metà di I Get Up I Get Down interviene a spezzare il flusso con un’oasi paradisiaca di sospensione all’interno di una grotta gocciolante. Qui i cori raggiungono le alte sfere, prima che Wakeman metta in moto il suo sintetizzatore facendo tremare le pareti. La corsa riprende con uno dei soli di Hammond più infuocati della storia, tornano le voci, riprende il ritornello che si fonde con la grande corale di I Get Up I Get Down, viene giù il mondo. Dopo l’orgasmo tornano i suoni della natura a suggellare un vero cataclisma di perfezione.

2“A Plague of Lighthouse Keepers” Van Der Graaf Generator (1971)

A Plague of Lighthouse Keepers non è una semplice suite, è piuttosto il testamento di un cervello in preda alla pura follia. Pensate che i Joy Division o i Cure abbiano sondato i meandri più tormentati dell’anima? Non avete ascoltato i Van Der Graaf Generator, in particolare questa summa eccelsa del loro lavoro. A Plague prende le mosse dalla descrizione degli incubi di un guardiano del faro. Dice Peter Hammil, voce solista della band e cantore assoluto dell’oscurità, a proposito del brano: «È la storia di un guardiano del faro, della sua colpa e dei suoi complessi nel vedere le persone morire, le navi schiantarsi tra gli scogli e non essere in grado di aiutarle. Alla fine o si uccide o razionalizza tutto per vivere in pace. In fin dei conti è la storia di un individuo che cerca di venire a patti con la società».

Sono 10 movimenti, oltre 23 minuti. L’inizio è già profondamente buio, ma più ci si cala nella suite più le cose peggiorano, il nero si fa ancora più fitto, c’è il mare e i suoi abissi che richiamano la letteratura gotica di Poe e Lovecraft, ci sono strumenti in collisione, jazz malato, piccole oasi di luce subito ricacciate nel maelstrom. Spunta addirittura la chitarra di Robert Fripp, le tastiere di Hugh Banton sono un sepolcro, i fiati di David Jackson sirene d’allarme, le percussioni di Guy Evans tetri rintocchi. La voce di Peter Hammill sovrasta il tutto come officiante di questo sacrificio. Il magma che sfocia nell’ultimo movimento dona un piccolo varco di speranza, Hammill intona parole enigmatiche: “All things are a part / All things are apart / All things are a part”. Con l’ultima nota la voce si perde nel nulla cosmico.

1“Supper’s Ready” Genesis (1972)

Non poteva che essere lei la regina di tutte le suite, il capolavoro dei Genesis che occupa quasi per intero la seconda facciata di Foxtrot. Supper’s Ready rappresenta l’unione di sette brani il cui filo conduttore è l’eterna lotta tra il bene e il male. Peter Gabriel, autore unico del testo, affronta l’argomento mettendo in scena tutto il pathos che necessita, ma anche una buona dose di ironia. Criticati all’epoca del punk come dinosauri del rock che si prendono troppo sul serio, i Genesis in realtà adoravano i Monty Python e chi si arrischierà a tradurre le finezze linguistiche contenute in questo pezzo sarà stupito nel ritrovarvi la verve che caratterizzava il famoso gruppo comico inglese. Ma non solo, visto che gli opposti si attraggono alla leggerezza di alcune parti Gabriel fa seguire momenti intensi e drammatici, con la musica a seguire il passo grazie a momenti acustici, elettrici, cabarettistici, apocalittici e trionfali.

Supper’s Ready racconta di due innamorati che guardandosi negli occhi si perdono in un mondo parallelo nel quale vengono a contatto con dei e demoni, figure mitologiche, luoghi dove la realtà muta con un fischio. Anche loro mutano, a un certo punto si trasformano in semi che ricrescendo si trovano al cospetto dell’Apocalisse, alla quale assisteranno giusto in tempo per vedere calare dal cielo la Gerusalemme celeste.

Dotata di un’emotività straordinaria la suite ha diversi temi che si ripetono ciclicamente, una macchina ritmica (Mike Rutherford e Phil Collins) che tocca i vertici in Apocalypse in 9/8, un chitarrista (Steve Hackett) tanto prezioso quanto misurato e un tastierista (Tony Banks) che macina accordi sempre originali e cangianti, vero marchio di fabbrica della macchina Genesis. Quando alla fine della suite Peter Gabriel riprende la melodia di The Guaranteed Eternal Sanctuary Man e canta della Nuova Gerusalemme non c’è progster che non abbia pianto calde lacrime, trattasi del momento più emozionante dell’intero movimento prog.

In conclusione torniamo al primo disco analizzato in questa lista con due curiosità che legano Supper’s Ready a In Held Twas in I. A parte la somiglianza della voce di Gabriel con quella di Gary Brooker, abbiamo almeno due momenti nei quali i Genesis pagano tributo ai loro ispiratori: 1) quando Gabriel sussurra “isn’it” su Lover’s Leap (a 1:58), riprendendo la stessa parola detta allo stesso modo su Glimpses of Nirvana (1:31); 2) in Willow farm, chiaro omaggio alla assai similare ‘Twas Teatime at the Circus. Alla fine tutto torna, il cerchio è chiuso.