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Le 10 migliori canzoni soliste di George Harrison

Aprite i vostri cuori e le vostre menti: ecco i pezzi migliori pubblicati dal “quiet Beatle” dopo lo scioglimento del gruppo

George Harrison a Cannes, nel 1976

Foto: Michael Putland/Getty Images

Nel 1976 George Harrison dovette pagare oltre 500 mila dollari per avere “plagiato inconsciamente” una vecchia canzone intitolata He’s So Fine nello scrivere il suo successo più grande, My Sweet Lord. John Lennon disse che l’amico “avrebbe potuto cambiare un paio di battute e nessuno avrebbe potuto dirgli niente, ma non l’ha fatto e ne ha pagato il prezzo. Forse pensava che Dio l’avrebbe tenuto lontano dai guai”.

Ecco, George Harrison non era tagliente e velenoso come Lennon. Gran parte delle sue canzoni soliste parlano di comprensione, amore, spiritualità, accettazione. Sono un caldo abbraccio, anche dal punto di vista musicale. Ne abbiamo selezionate 10 fra le migliori e le abbiamo messe in fila. È il nostro omaggio al “quiet Beatle” nato il 25 febbraio 1943 e morto il 29 novembre 2001. Perché in un mondo di John e di Paul c’è anche chi vuole essere George Harrison.

10“Run of the Mill” (1970)

I Beatles sono in crisi e il progetto Get Back, il sogno di Paul McCartney di riportare il quartetto alle origini rock’n’roll, finisce male. Harrison descrive quel periodo in Run of the Mill che parla di rapporti personali, di fare le scelte giuste, della necessità di mettersi alle spalle i conflitti. È la cosa che più somiglia a un’analisi dello sfaldamento dei Beatles. Se vi sembra che la canzone abbia qualcosa di dylaniano è perché è ispirata a The Band, il gruppo con cui His Bobness suonava all’epoca. Harrison li stimava e aveva passato del tempo con loro a Woodstock.

9“Any Road” (2003)

Prima di morire nel novembre 2001, Harrison aveva dato al co-produttore Jeff Lynne e al figlio Dhani istruzioni su come finire le registrazioni di Brainwashed, l’album che sarebbe uscito postumo e che conteneva Any Road. È il tardo Harrison in purezza: un sentimento positivo di accettazione dell’esistenza nei momenti migliori e peggiori, l’amalgama fra strumenti elettrici e acustici con il suono sferragliante del banjulele, incrocio fra banjo e ukulele. E la massima “Se non sai dove sei diretto, qualunque strada ti ci porterà”.

8“Blow Away” (1979)

Le poche note iniziali di chitarra equivalgono all’impronta digitale del musicista, così come lo sono il tono solare e la melodia fischiettabile. Blow Away è uno dei pezzi più candidamente pop di Harrison e ha un testo spudoratamente semplice: “Non devo far altro che amarti, non devo far altro che essere felice”. Cose che funzionano solo in una canzone pop.

7“Got My Mind Set on You” (1987)

Il 1987 è stato l’anno del grande ritorno di George Harrison. Non pubblicava un disco da cinque anni e con l’album Cloud Nine stabiliva un nuovo, vecchio sound, una versione aggiornata agli anni ’80 del suo stile messa a punto con la complicità di Jeff Lynne della Electric Light Orchestra, che quel sound derivante dai Beatles lo aveva affinato in anni di lavoro. Got My Mind Set on You, cover di un pezzo poco noto del 1962, rendeva quel ritorno ancora più eccitante. E di successo: arrivò al numero uno negli Stati Uniti e attirò l’attenzione di Weird Al Yankovic che parodiò la canzone in (This Song’s Just) Six Words Long.

6“All Those Years Ago” (1981)

È l’omaggio di Harrison all’amico John Lennon, scritto rimaneggiando un pezzo composto per un altro Beatle, Ringo Starr. Ed è anche un pezzo polemico su come è stato trattato Lennon in vita: “Viviamo dentro a un brutto sogno / Non c’è più umanità / Ti hanno messo con le spalle al muro / Tanti anni fa”.  Nel testo ci sono riferimenti a Imagine e a All You Need Is Love e i tre Beatles viventi si riuniscono per l’incisione, con Paul McCartney ai cori. Accadrà di nuovo per rimettere mano ai demo di Lennon per la Beatles Anthology.

5“Give Me Love” (1973)

“Dammi amore, dammi amore, dammi pace sulla Terra. Dammi luce, dammi vita, liberami dalla nascita”. Dopo la fine dei Beatles il fascino esercitato dalle filosofie e religioni orientali su Harrison emerge in una lunga serie di canzoni fra cui Give Me Love (Give Me Peace on Earth). “A volte apri bocca e non sai cosa dire, e la prima cosa che dici diventa un punto di partenza. Se accade e sei fortunato, può nascere una canzone. Questo canto è una preghiera e una dichiarazione personale tra me, il Signore, e chiunque voglia parteciparvi”. Il mix di chitarre acustiche e slide, marchio di fabbrica di Harrison, è inserito nel contesto di una produzione raccolta e folk.

4“Isn’t It A Pity” (1970)

Scritta ai tempi dei Beatles – c’è chi dice per Revolver, chi per Sgt. Pepper’s, chi per le session di Get Back – la canzone viene recuperata dopo la fine del quartetto e inclusa nel debutto del 1970 All Things Must Pass. Musicalmente riflette la visione del produttore Phil Spector di un suono ampio e stratificato, pieno di strumenti sovrapposti. Il testo, ha detto Harrison, racconta il momento in cui una relazione tocca il punto più basso. “È la realizzazione che se mi sono sentito deluso da qualcuno, è probabile che io stesso abbia deluso qualcun altro”. La versione originale dura quasi sette minuti, ma l’album contiene anche una ripresa del tema intitolata Isn’t It a Pity (Version Two). A quanto pare, Harrison voleva che la cantasse Frank Sinatra. Non gli è andata male: l’ha rifatta Nina Simone.

3“What Is Life” (1970)

Harrison passato attraverso il Wall of Sound di Spector: chitarre fuzz, fiati, archi, suoni di percussioni che rimbombano, un ritornello in accelerazione che ricorda certe cose dei Byrds. Harrison aveva scritto What Is Life per Billy Preston, il tastierista che aveva affiancato i Beatles in sala d’incisione. È in apparenza una semplice canzone d’amore: “Dimmi, che cos’è la mia vita senza il tuo amore? E dimmi, chi sono io senza di te al mio fianco?”. Alcuni hanno però intravisto il fervore religioso tipico delle composizioni dell’epoca di Harrison.

2“All Things Must Pass” (1970)

Billy Preston l’aveva pubblicata per primo nell’album Encouraging Words, con la parola “Must” messa fra parentesi nel titolo. È uno di quei pezzi influenzati da The Band e addirittura Harrison la immaginava interpretata da Levon Helm. Ha una cadenza e uno stop-and-go che ricorda da vicino quello di The Weight della formazione americana, ma la realizzazione è British: per il canto, per la melodia, per la chitarra di Eric Clapton, altro musicista influenzato da The Band. Il testo racconta l’accettazione del carattere caduco dell’esistenza, con un riferimento alla poesia di Timothy Leary All Things Pass. Era stata incisa per i Beatles e una versione demo è contenuta nel terzo volume della Anthology.

1“My Sweet Lord” (1970)

Curioso che la canzone solista più nota di George Harrison sia quella che più gli ha creato problemi. My Sweet Lord è una vera e propria preghiera su una base gospel-pop. Harrison la concepì mentre si trovava in tour con Delaney and Bonnie, ispirato dal successo della versione di “Oh Happy Day” degli Edwin Hawkins Singers. La produzione “in Cinemascope” di Spector non convinceva appieno Harrison che per la riedizione dell’album All Things Must Pass ha voluto pubblicarne una versione rimaneggiata e musicalmente scarna.

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