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Le 10 migliori canzoni degli Afterhours

Da 'Male di miele' a 'Dentro Marilyn', i brani fondamentali per riscoprire la discografia della band di Manuel Agnelli

Gli Afterhours

Foto: Fabio Leidi

«Andare in televisione mi ha fatto capire quanto poco abbiamo passato alla generazione successiva rispetto a quello che la precedente aveva dato a noi: la controcultura, l’autoproduzione, il vivere la musica senza la psicosi della fama, tutto questo oggi non significa più nulla», ha detto Manuel Agnelli presentando Foto di pura gioia, la prima raccolta celebrativa dedicata agli Afterhours, band imprescindibile per la storia del rock indipendente italiano. L’esordio cantando in inglese e inseguendo il mito del rock underground, la ricerca di una strada nuova per il rock in italiano, la fondazione di un festival “indie” e itinerante, il debutto nel mainstream a Sanremo, la consacrazione mediatica di X Factor: nel corso della loro carriera, gli Afterhours hanno attraversato tante fasi diverse, accumulando una serie di album ricchi di canzoni straordinarie. Un patrimonio artistico che, come ha detto Agnelli, sarebbe bello passare alla generazione successiva. Per questo, in occasione del ritorno delle serate teatrali “An Evening with Manuel Agnelli”, abbiamo selezionato le dieci canzoni più belle degli Afterhours. Non è stata una scelta facile – dieci brani sono pochi, e siamo stati costretti a escluderne di bellissimi come Bianca, Ballata per la mia piccola iena, Riprendere Berlino, Ossigeno, La sottile linea bianca, Non si esce vivi dagli anni ’80, Lasciami leccare l’adrenalina –, ma è un buon punto di partenza per esplorare la discografia della band.

10. “Ci sono molti modi” da “Ballate per piccole iene” (2005)

Uscito nel 2005, Ballate per piccole iene è il disco più completo e maturo degli Afterhours post Xabier Iriondo – icona della chitarra rock italiana nella formazione della band fino a Non è per sempre. Allo stesso tempo, è anche l’album più cupo e rigoroso della discografia degli Afterhours, scritto con grande coerenza tematica e armonica. Ci sono molti modi è una ballata tanto semplice quanto straziante, ed è ancora oggi uno dei brani più cantati dal pubblico durante i concerti della band.

9. “Male di miele” da “Hai paura del buio?” (1997)

I fan più integralisti degli Afterhours riempirebbero questa lista esclusivamente con brani di Hai paura del buio?, capolavoro del 1997 che ha cambiato la carriera della band di Manuel Agnelli e che, ancora oggi, è considerato una delle vette assolute del rock alternativo italiano. Male di miele rappresenta l’anima grunge del disco, tanto che qualcuno l’ha addirittura definita la Smells Like Teen Spirit italiana. Un paragone come minimo azzardato, ma che ci permette di misurare l’impatto che ha avuto questo album sulla scena indipendente italiana.

8. “Rapace” da “Hai paura del buio?” (1997)

Con i suoi diciannove pezzi in scaletta, Hai paura del buio? è un disco incredibilmente vario: c’è il grunge di Male di miele, il punk di Sui giovani d’oggi ci scatarro su e la sperimentazione di Punto G e Questo pazzo pazzo mondo di tasse. In alcuni brani, però, Agnelli e la band sono riusciti a mettere tutte queste cose insieme e a farle convivere senza troppi problemi, alternando atmosfere e generi come dei veterani. Rapace è un capolavoro di equilibrio tra tutte le anime del disco (e del gruppo), con un testo straordinario che anticipa di quasi un decennio le tematiche di Ballate.

7. “Oceano di gomma” da “Non è per sempre” (1999)

Nonostante sia passato alla storia come “l’album commerciale” della discografia degli Afterhours, Non è per sempre è un disco complesso ed eterogeneo, che dietro al power pop di singoli come Bianca e la title track nasconde una vena di noise psichedelico (L’estate), accenni d’elettronica (Milano circonvallazione esterna) e momenti tragici come Oceano di gomma, canzone scritta per un amico scomparso – “Io che c’ero ancora non sapevo chi fosse più reale tra noi due. Mi ero perso, lui era una goccia in un oceano di niente”, ha detto Agnelli – e di recente dedicata alla memoria del padre del frontman. Oceano di gomma ha uno dei testi più commoventi mai firmati da Agnelli, sicuramente tra i più belli di tutta la discografia.

6. “La vedova bianca” da “Ballate per piccole iene” (2005)

“Greg Dulli ha rivoluzionato la musica rock, e anche noi”, diceva Agnelli all’epoca dell’uscita di Ballate per piccole iene. “C’è un lavoro sulle ritmiche che deriva dal funk e dalla musica nera, un amore che ci ha trasmesso lui. È evidente ascoltando brani come La vedova bianca, dove la ritmica è suonata solo da Greg e Giorgio Prette”. Trascinata da un giro di percussioni, La vedova bianca è il brano-simbolo di Ballate, innovativo per il sound del gruppo e con un testo talmente riuscito da finire inciso sui banchi dei licei di tutta Italia (soprattutto la frase: “C’è qualcosa dentro di me che è sbagliato e non ha limiti / E c’è qualcosa dentro di te che è sbagliato e ci rende simili”). È il miglior esempio della scrittura “carnale” di Agnelli, tra baci sporchi e cuori infestati da demoni.

5. “Bye Bye Bombay” da “Quello che non c’è” (2002)

Ispirata al viaggio in India con l’amico Emidio Clementi – frontman, bassista e autore dei Massimo Volume –, Bye Bye Bombay è il vero capolavoro da concerto degli Afterhours. Con un ritornello grandioso, un testo impossibile da dimenticare (“Io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va” è forse il verso più citato di Agnelli) e una coda strumentale travolgente, il brano è la dimostrazione che la band non aveva bisogno di Xabier Iriondo per alimentare la sua anima più sperimentale e psichedelica. Insieme alla title track, Bye Bye Bombay è la canzone più riuscita e interessante dell’album Quello che non c’è.

4. “Strategie” da “Germi” (1995)

Dopo tre album in inglese, la splendida cover di Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano, registrata nel 1993, convincerà gli Afterhours a scrivere definitivamente in italiano. Il risultato è Germi, un album sfacciato ed esuberante che contiene i primi classici del repertorio del gruppo: Posso avere il tuo deserto, Siete proprio dei pulcini, Dentro Marilyn e, ovviamente, Strategie. Impostata sull’alternanza tra i riff rock della strofa e un ritornello cupo e acustico, Strategie è un brano semplice e straordinario, con un testo – scritto con la tecnica del cut-up – potentissimo.

3. “Non è per sempre” da “Non è per sempre” (1999)

L’inevitabilità del tempo, la decadenza e la manipolazione del corpo, la sofferenza di chi si sente sempre fuori posto: Non è per sempre è la canzone di maggior successo degli Afterhours e, allo stesso tempo, una sintesi perfetta dei temi che permeano l’album con cui la band salutava il nuovo millennio. Con una melodia memorabile e un arrangiamento illuminato dal violino, Non è per sempre è diventata un classico della canzone italiana, la dimostrazione che si può scrivere del pop sfacciato e iper-cantabile senza svilire la propria identità artistica.

2. “Dentro Marilyn” da “Germi” (1995)

Scritta per la prima volta in inglese (il titolo era Inside Marilyn Three Times) e ripensata in italiano per Germi, Dentro Marilyn è semplicemente un capolavoro, una ballata intensa e straziante in cui funziona davvero tutto: il testo (“L’anima brucia più di quanto illumini”), l’arrangiamento, la grande performance vocale di Agnelli. Non è un caso che abbia stregato anche Mina, che ne ha registrato una versione intitolata Tre volte dentro me. “Mi ha telefonato lei di persona. Io sono onorato e lo dico senza ritegno: è stata la più grande soddisfazione della mia vita”, ha detto Agnelli. “Mina è la voce più straordinaria della musica leggera italiana, e la sua scelta ci ha fatto capire che sapevamo scrivere canzoni”.

1. “Quello che non c’è” da “Quello che non c’è” (2002)

Quando, in occasione del trentennale del gruppo, abbiamo chiesto a Manuel Agnelli di indicare la canzone degli Afterhours di cui va più fiero, lui ha risposto senza esitazioni: “Quello che non c’è, perché riassume un po’ tutto quello che penso”. Forse non è la canzone più bella mai scritta dagli Afterhours – in fondo si tratta di una ballata piuttosto semplice –, ma sicuramente è la più rappresentativa della band e del percorso d’autore di Agnelli, che nel testo stila una sorta di manifesto. È per questo che la “foto di pura gioia” di cui si parla nei primi versi è finita sulla copertina della prima raccolta del gruppo: “Quella foto mi ha aiutato a uscire da un periodo di crisi profondo che ho vissuto mentre scrivevo Quello che non c’è, l’album in cui ritrovai me stesso”. Se volete cominciare ad ascoltare gli Afterhours, non c’è brano migliore.

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