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I Talk Talk in cinque brani

La morte di Mark Hollis ha ricordato a molti dell'epopea dei Talk Talk: la band che a partire da un synthpop à la Duran Duran si è inventata un nuovo genere, il post-rock

Mark Hollis dei Talk Talk

Foto Martyn Goodacre/Getty Images

La notizia della morte di Mark Hollis è arrivata improvvisamente, avvolta in un alone di mistero paragonabile al modo in cui l’ex voce dei Talk Talk ha trascorso i suoi ultimi 20 anni di vita. Aveva 64 anni, e fino a oggi non si conosceva neanche la data precisa (lunedì sera) mentre tuttora rimane un mistero la causa della morte.

Quello che conosciamo molto bene però non sono tanto i dischi che ha firmato coi Talk Talk, inventandosi con i suoi compagni qualcosa di così importante come il post-rock partendo da un semplice synthpop in chiave Duran Duran. Piuttosto, bisogna riconoscere a Mark Hollis un coraggio (per non essere volgari) mostruoso, guidato da una ricerca artistica in totale controtendenza con l’immagine dell’artista-immagine degli anni Ottanta.

“The Party’s Over” da The Party’s Over (1982)

C’è un motivo ben preciso se i primi Talk Talk spesso vengono accostati ai Duran Duran. Dopo una brevissima avventura nei Reaction (un singolo o giù di lì), Mark Hollis mette insieme una perfetta formazione synthpop, con Lee Harris alla batteria, Simon Brenner alle tastiere e Paul Webb al basso. È il 1981 e, visto il successo mostruoso che sta riscuotendo il “new romantic” dei Duran Duran, la EMI inizia a setacciare il sottobosco londinese in cerca di nuove band synthpop da mettere sotto contratto. Hollis e i suoi ci mettono poco a farsi notare. Dopo un paio di singoli, nel luglio dell’82 esce il primo The Party’s Over, plasmato dallo stesso produttore che la EMI ha messo a disposizione dei Duran Duran per il loro disco di esordio, Colin Thurston. A sceglierlo è stato lo stesso Hollis, ma non per via dei Duran Duran. Il nome di Thurston appare infatti nei crediti di Heroes di David Bowie alla voce “tecnico del suono”. Ne viene fuori un album dal piglio pop à la Duran Duran (i Talk Talk fanno anche da band spalla a fine 1981), ma con delle trovate coraggiose negli arrangiamenti e degli splendidi angoli di penombra. Proprio come il Bowie del periodo berlinese.

“Renee” da It’s My Life (1984)

Nel 1983, un anno prima dell’uscita del secondo album, It’s My Life, il tastierista Brenner lascia il gruppo, senza essere mai di fatto sostituito. Al suo posto, in veste di tastierista non ufficiale ma soprattutto di produttore, arriva Tim Friese-Greene. Ovvero, l’uomo che aiuterà i Talk Talk a plasmare il loro suono unico fino al momento dello scioglimento. It’s My Life è il primo output di questa fruttuosa collaborazione: un disco con i piedi ancora piantati nel synthpop, per quanto tutt’altro che frivolo, ma che comincia già a presagire le manovre future della band. Fra le varie hit, dalla It’s My Life che nel 2003 verrà di nuovo riportata in auge dei No Doubt alla famosissima Such A Shame, si nascondono piccoli capolavori dark come Renee. A metà fra un pezzo dei Japan e il (scusate il calembour) proto post-rock di cui poi i Talk Talk si faranno pionieri.

“I Don’t Believe in You” da The Colour of Spring (1986)

Il terzo album del 1986, The Colour Of Spring, nonostante il nome segna il punto cardine del passaggio da synthpop più luminoso a un più introspettivo post-rock. O meglio, fra synthpop e qualcosa che nel 1986 è del tutto nuovo, sconosciuto. Rimane ancora molto funk, tanto da non farlo assomigliare minimamente ai Mogwai, ma da pezzi come I Don’t Believe In You emerge un carattere nuovo, fatto di riverberi eterni e chitarre in delay che non lasciano più equivoci. Anche la voce profonda di Hollis in questo nuovo suono sembra trovarsi molto più sicura di sé, oltre che inclina a sperimentare.

“Eden” da Spirit of Iden (1988)

Se The Colour Of Spring rappresenta il classico trampolino di lancio per la band, un disco di successo e pure innovativo, originale, Spirit Of Eden rappresenta un ulteriore trampolino. Anziché fare da atterraggio morbido e facile dopo il salto dal trampolino del terzo album, il quarto album spoglia di (quasi) ogni elemento pop i Talk Talk, elevandoli nell’empireo della storia della musica ma condannandoli all’epoca dell’uscita a un inesorabile allontanamento da pubblico, attenzione, successo. Col suo blend di elementi jazz, ambient, di rock rarefatto e musica da camera, Spirit Of Eden mostra l’unico vero pregio per cui vale ricordare Mark Hollis e i Talk Talk: il coraggio, l’incessante ricerca artistica e sete di rinnovamento, anche a costo di rinunciare a video su MTV, tour e a contratti appetitosi con le major. Il disco più completo e acclamato al giorno d’oggi, sarà anche quello che vedrà lo sbando della band. Fra litigi interni (Webb lacerà la formazione nel 1988), cause legali con la EMI e un quinto album che farà purtroppo da ultimo capitolo dei Talk Talk.

“After the Flood” da Laughing Stock (1991)

Essendo liberi dalla EMI e avendo firmato un contratto con la Polydor per la pubblicazione di due album, Hollis, Harris e Friese-Greene possono finalmente portare alla massima espressione il progetto Talk Talk. Ne risulta Laughing Stock, un tripudio floydiano al rock etereo, con rimandi attualissimi al trip hop come nel caso di After The Flood.

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