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I Pooh hanno fatto anche cose buone

Sì, gli autori di 'Pensiero' e di ‘Tanta voglia di lei’ sono musicisti prog sprecati. Prima di dire che ci siamo bevuti il cervello, ascoltate questi 10 pezzi risalenti per lo più agli anni '70 in cui suonano rock sinfonico iper romantico

I Pooh negli anni '80

Foto: Luciano Viti/Getty Images

Fermi tutti: i Pooh? Quelli di Tanta voglia di lei e di Pensiero? Ebbene sì, i quattro teneri orsacchiotti che hanno fatto sognare nonne, mamme e figlie con la loro presenza pulita e le canzoni colme di buoni sentimenti, anche quando si spingevano verso territori più irti (vedi Pierre, sull’omosessualità in tempi in cui era tabù), nascondono un lato diverso. Da una parte le canzoni ‘normali’ (che comunque hanno spesso una struttura armonico-melodica di gran classe), dall’altra gli strumentali, le suite, i pezzi nei quali i quattro danno libero sfogo a tutto il loro amore per il prog. Sì, i Pooh sono dei progghettari sprecati. O meglio, bene hanno fatto a dedicarsi all’arte della canzone che ha permesso loro di diventare ricchi e famosi, ma il loro cuore batte anche da un’altra parte, verso il rock sinfonico che più sinfonico non si può. Del resto se lo possono permettere, sono strumentisti a dir poco eccezionali.

Prendiamo Dodi Battaglia, il nostro David Gilmour, stessa maestria, vigore e tocco riconoscibilissimo. La differenza con il celeberrimo inglese è data dal fatto che il buon David sa fare due cose e le fa divinamente, Dodi invece è un vero mostro capace di passare disinvoltura dal rock alla classica al jazz e al folk come se stesse mangiando un pacchetto di popcorn. Ci sono certi assoli di Battaglia che sono da urlo, da vero fuoriclasse. Che strappano il cuore in quanto a intensità.

Vogliamo parlare poi di Roby Facchinetti? Il nostro Rick Wakeman, tanto abile a destreggiarsi tra mille tastiere, quanto peculiare nel timbro vocale e nelle composizioni che spaziano dal pop alla classica. È lui la vera anima prog dei Pooh, si vede all’istante il suo godere nel lanciarsi in assoli al Minimoog o nello stendere colate di Mellotron.

E gli altri due? Beh, questi il prog lo hanno fatto veramente, prima di entrare nei Pooh. Red Canzian era parte dei Capsicum Red (l’unico parto Appunti per un’idea fissa è negli annali del sinfonico italiano) ed è parimenti il nostro Chris Squire (gli somiglia anche fisicamente), ma anche lui è più versatile: contrabbasso, basso senza tasti, rock, fusion, orchestra. Stefano D’Orazio (che veniva da Il Punto, un solo album che sono due colonne sonore spalmate sui lati del vinile: In nome del popolo italiano e Ettore Lo Fusto) dei quattro è il musicista meno dotato. Continuando con il giochino lo potremmo definire il nostro Nick Mason, tecnicamente così così, ma insostituibile proprio per le sue peculiarità. Le rullatone sui pezzi più sinfonici dei Pooh non possono essere eseguire da nessun virtuoso, sono il pane di D’Orazio che porta a casa un gol a ogni colpo.

Insomma, un’alchimia perfetta che viene fuori soprattutto quando i quattro si liberano dei vincoli canzonettistici e si lanciano a fare ciò che più amano: il prog, appunto. Qualcuno storce ancora il naso? Provate ad ascoltare uno dei 10 pezzi che vi propongo, in ordine inverso di bellezza, poi ne riparliamo.

10. “Concerto per un’oasi” (singolo, 1989)

L’unica presenza post anni ’70 in questa lista. E si sente subito, i suoni di plastica del decennio successivo ci sono tutti, ma il brano ha la sua bella progressione su un tappeto di tastiere e drum machine. Poi si apre maestosamente, con i sintetizzatori a tessere un ampio tema alla Čajkovskij e l’entrata della batteria acustica. Quando sulla coda arriva Dodi, ciao a tutti.

9. “Quinta stagione” (da “Forse ancora poesia”, 1975)

Qui invece siamo dalle parti di Chopin, ancora uno strumentale con pianoforte malinconico e le onde del mare a infrangersi sullo sfondo. Ma da un certo punto il tessuto si vivacizza, diventa nervoso grazie al clavicembalo, alla batteria e alla chitarra elettrica. A 2:07 il cielo si squarcia. La PFM più sinfonica incontra Beethoven, gli accordi si fanno così drammatici che nemmeno Tony Banks avrebbe potuto pensarli. Successivamente il timone è ripreso dal clavicembalo in un crescendo sempre più intenso, fino a uno stop improvviso, come sul ciglio di un precipizio.

8. “Preludio” (da “Un po’ del nostro tempo migliore”, 1975)

Nel 1975 i Pooh decidono di fare sul serio con un disco colmo da cima a fondo di decadente neoclassicismo (lo si capisce fin dalla copertina). Vogliono dimostrare di non essere solo dei bambocci in pasto alle ragazzine, ma veri musicisti. Il problema è che a chi ascolta roba seria dei Pooh non frega nulla e alle ragazzine il lato colto della band passa inosservato. Nonostante tutto il disco è di grande valore, prova ne è questo Preludio strumentale in crescendo con orchestrona e tema da epica colonna sonora.

7. “L’anno, il posto, l’ora” (da “Parsifal”, 1973)

Il primo brano cantato della lista, da quello che è ritenuto il loro album prog per eccellenza, Parsifal. In realtà i Pooh faranno di meglio con Un po’ del nostro tempo migliore, ma già il disco del cavaliere solleticherà più di un palato progressivo. Il pezzo d’apertura in origine durava più di nove minuti (se ne trova traccia live qui), la versione su disco è più concisa, ma non per questo meno prog, con arpeggi genesisiani e una generale atmosfera onirica. Certo, gli intransigenti dovranno sforzarsi di passare sopra i timbri vocali caratteristici di Dodi, Red e Roby, ma se non ci si fa caso è un attimo perdersi nel magma progressivo.

6. “La gabbia” (singolo, 1978)

Nel 1978 le cose sono un po’ cambiate, i Pooh non hanno più l’ansia di dimostrare nulla e si permettono di mettere in scena spesso e volentieri le due facce della loro musica, quella più tradizionalista e quella più avventurosa. Alla seconda categoria appartiene un singolo con due sigle strumentali dello sceneggiato La gabbia di Carlo Tuzii (con Miguel Bosé tra gli attori protagonisti). Ne La gabbia i Pooh si trasformano in novelli Goblin, con atmosfere decisamente debitrici del binomio Profondo Rosso/Suspiria, ma con in più una dose di inquieto pathos classicheggiante. In concerto, i Pooh metteranno in scena La gabbia in uno dei momenti più visivamente d’impatto.

5. “Odissey” (singolo, 1978)

Anche il singolo Fantastic Fly/Odissey contiene due sigle, quelle della serie tv del mistero Racconti fantastici, a cura di Daniele D’Anza. Il lato B prosegue nell’accostamento con la proposta dei Goblin. Climi tesi e inquietanti, quindi, che mostrano una faccia dei Pooh molto diversa da quella usale. Basata su un ossessivo ritmo dettato dal basso, Odissey è contraddistinta da un continuo svisare di un Minimoog usato a mo’ di theremin, ingrediente perfetto per creare tensione che sale fino ad aprirsi a un momento più percussivo.

4. “Risveglio” (singolo, 1978)

Il lato A del singolo contenterete anche La gabbia si mantiene su arie più melodiche, condotte inizialmente dalla chitarra slide di Battaglia, a rimembrare quasi una Echoes di casa nostra. Ma la quiete dura poco e da 1:36 ecco la consueta apertura sinfonica che tanto farà godere i proggers più incalliti e vomitare chi aborre il romanticismo (di stampo classicheggiante) in musica. Da lodare invece è l’impegno con il quale i Pooh vogliono dimostrare di essere compositori seri, non solo fantocci da classifica.

3. “Fantastic Fly” (singolo, 1978)

Qui si giunge quasi all’apice della perfezione strumentale di casa Pooh: il brano mette insieme vari stato d’animo in una melodia realmente indimenticabile, condotta ancora una volta da una chitarra elettrica di stampo pinkfloydiano. Poi la batteria entra lenta e incalzante e il basso senza tasti di Red Canzian viaggia di par suo. La tensione si smorza un poco in una specie di interludio a base di Moog e mandolino, ma in seguito la chitarra riprende campo e conduce il tema fino alle stelle.

2. “Il tempo, una donna, la città” (da “Un po’ del nostro tempo migliore”, 1975)

Uno dei momenti più alti nella storia dei Pooh, una suite da sogno per oltre 10 minuti di musica metafisica come un quadro di De Chirico, sospesa tra realismo magico e surrealtà, con le voci ad alternarsi solisticamente e coralmente alla stregua i migliori Yes. Un puzzle di diversi quadri sonori a incastrarsi in maniera prima soffusa e poi più energica, con cambi di tempo, tonalità e atmosfere.
Un vero concentrato di tutto il meglio del prog di marca Pooh. Potete amarli o odiarli, ma è impossibile per chiunque non riconoscere la loro classe.

1. “Parsifal” (da “Parsifal”, 1973)

Ed eccolo qui il brano prog per antonomasia dei Pooh, altri 10 minuti di musica totale suddivisi in due tempi a narrare la storia del personaggio wagneriano che immolò la propria esistenza nel tentativo di redimere l’umanità. Parsifal si snoda dalle movenze iniziali di pianoforte e poi esplode in larghi squarci sinfonici, stacchi quasi eroici, oasi contrappuntate dal flauto. Ma è nel finale che la suite si impenna clamorosamente, ospitando uno dei soli di chitarra più belli del rock, una roba simile alla coda della Comfortably Numb che verrà, un montare di note su note in un momento di un’intensità che fa quasi male e che vorresti non finisse mai. La versione migliore, a parere di chi scrive, non si trova nell’album omonimo ma va ricercata nell’esecuzione dal vivo contenuta nel doppio live Palasport (1982), al netto delle voci assordanti del pubblico.

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