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I migliori album italiani del 2017

La musica italiana ha svoltato: pop e rap macinano views e sold out, e il paradiso è a portata di clic

Testi a cura di Dario Falcini

20. “Vida Eterna” Ninos du Brasil

Il primo album del duo art-tribale è – finalmente – una realtà. Un club immerso nella giungla, una gemma nascosta tra le liane.

19. “Mezzanotte” Ghemon

Il ragazzo di Avellino prosegue nel suo percorso, che dal rap lo ha portato a diventare un vero artista. E che qui è riuscito ad affrontare i suoi demoni.

18. “Terra” Le luci della centrale elettrica

Un viaggio in giro per il mondo, e dentro a se stesso, che dimostra di poter diventare altro dal cantore della de-industrializzazione in provincia: suoni essenziali e grandi narrazioni.

17. “Pulviscolo” Colombre

L’ex Chewingum ci dona un disco d’esordio fatto di canzoni pop, scritte seguendo l’istinto, in cui anche il tema più complicato può essere affrontato con il sorriso sulle labbra.

16. “Manifesto Tropicale” Selton

Dove Brasile e Italia si incontrano, nel segno delle grandi canzoni: un disco vario e ben scritto in più lingue, in cui Ornella Vanoni va a braccetto con il suono dei club di Shoreditch.

15. “Il codice della bellezza” Samuel

Un album solista che arriva dopo 20 anni di Subsonica, un lavoro che colpisce per libertà espressiva e di stili, dall’elettronica alle musiche da film.

14. “Pizzicato” Izi

Un disco articolato, scritto di petto. La musica per Izi può essere una terapia verso la propria inadeguatezza, o verso la rabbia che ogni tanto lo domina.

13. “Faccio un casino” Coez

Strana storia il successo di questo disco e dei suoi singoli. Qui Coez cementifica il legame tra hip hop e canzone pop, scegliendo di non scegliere.

12. “Infedele” Colapesce

Un gran singolo come Pantalica. E poi ritornelli radiofonici, classiconi e un po’ di nostalgia. In un album che non ha la pretesa di trasformarsi, ma di fare bene il proprio dovere indie.

11. “A casa tutto bene” Brunori SAS

Non solo un grande singolo, La Verità, che spopola in radio. Ma un lavoro completo, che stupisce ed emoziona con melodie e arrangiamenti brit.

10. “Prisoner 709” Caparezza

Dopo Museica, un altro “disco a tema” pensato in ordine cronologico. Una lunga e tormentata autoanalisi per chi dall’impegno dichiarato è ormai passato all’impegno per capire se stesso. Prisoner 709 racconta le gabbie in cui l’artista si è rinchiuso: le atmosfere cupe, quasi noise, della maggior parte dei brani – in cui la voce “naturale” di Caparezza prende spesso il posto del tono nasale – sono interrotte da un singolo come Ti fa stare bene, e dal capolavoro La chiave, oltre che da un finale che sa di via di fuga: materiale per le prossime fatiche.

9. “Fa niente” Giorgio Poi

Come fare Battisti – e un po’ Ariel Pink –, senza copiare in maniera spudorata. Fa niente conferma tutto il talento di Giorgio Poi per le melodie, e fa più che ben sperare per i prossimi dischi di un ragazzo che dà il suo meglio dal vivo. Non a caso Giorgio non vive più tanto in Italia, anche se ne ha una gran nostalgia, che affiora nei suoi testi. Pochi come lui sanno tenere assieme un approccio da cantautore e virtuosismi indie, trabocchetti armonici, sonorità psichedeliche e ballate. E alla fine è proprio la naturalezza ciò che rimane di questo album.

8. “Graziosa Utopia” Edda

Se è vero, come già i più avventurosi si affrettano ad annunciare, che il 2018 sarà l’anno del ritorno delle chitarre, Edda ha giocato d’anticipo e l’ex voce dei Ritmo Tribale è la nostra quota rock d’autore. Graziosa Utopia è una ventata di controllato ottimismo: racconta la felicità di scoprire che si può invecchiare, pur senza maturare come vorrebbero gli altri. Con una poetica di masochismo amoroso ed esistenziale che ha fatto innamorare tanti delle sue liriche, rese meno spigolose dalle derive iper-melodiche e dalla tendenza al cazzeggio. Un discone.

7. “Fenomeno” Fabri Fibra

Un album che non si limita a provocare, perché a una certa età non ha più senso, e che non insegue a tutti i costi le logiche del rap di oggi. Fibra, sempre più fuori dalla scena e allergico alle mode, continua il suo percorso di credibilità e tormenti, che gli permette di far convivere senza forzature Ringrazio, sfogo che viene dal profondo, e Stavo pensando a te, canzone d’amore e di humor nero, con Pamplona, devastante hit estiva. Si può solo sperare che tutto il rap italiano voglia seguire questa coraggiosa, ma complicata, strada.

6. “Oh, vita!” Jovanotti

Un lavoro attesissimo che ha diviso la critica, come solo i grandi artisti sanno fare. Soprattutto, quando dentro a un album mettono tutto loro stessi, dando vita a un disco-statement. Oh, vita! è sofisticato e vario, non ammicca né cerca compromessi, ma è di estrema qualità e ricercatezza, come dimostrano le collaborazioni con Bombino e Tony Allen. Contribuiscono la personalità e la creatività di Lorenzo, che ha varato strategie di marketing mai viste in Italia. Se il disco si guarda indietro è solo per rilanciare. Con la complicità di Rick Rubin.

5. “Io in terra” Rkomi

“Un fiume in piena la mia penna / Io in terra / A me la scelta”. Queste parole sembrano il manifesto del giovane rapper, su cui ci sentiamo di investire i nostri due centesimi. Perché Rkomi, come dice Jovanotti, scrive come un cantautore. Le sue rime sono mature e efficaci, ispirate a giganti come Chance the Rapper e Tyler, the Creator, e non a caso piacciono anche a un pubblico adulto, che non fa fatica a riconoscerne il talento. Con grandi margini di crescita, e tanta voglia di bruciare le tappe, è il nome da cui più ci aspettiamo per il futuro.

4. “Possibili scenari” Cesare Cremonini

“Vorrei che fosse un disco influente”. Così l’artista bolognese nella nostra cover story dello scorso dicembre raccontava la più grande ambizione di Possibili Scenari. Missione compiuta: il trionfo, radiofonico e di vendite, che ha accompagnato l’uscita del suo sesto album in studio è la riprova che, con la qualità, si può provare a imporre un’inversione di rotta a un mercato discografico in cui tutto si consuma molto velocemente: un pop nobile, fatto di canzoni con la C maiuscola, che oggi piacciono, pensate un po’, persino agli hipster.

3. “Album” Ghali

Da essere un Fresh Boy per le strade di Baggio alle pubblicità della Vodafone e al salotto di Fazio, il passo è stato breve. Merito, oltre che di YouTube, di un flow e di una biografia che trasudano esotismo e street credibility. Anche se la “mia unica politica è la musica”, come ha detto nell’intervista a Rolling Stone, la sua voce e la sua immagine fanno bene a questo Paese, come pensa anche Saviano, che lo ha “benedetto”. E soprattutto fa bene la sua musica, con un suono internazionale che sfonda i confini di genere e guarda a Michael Jackson e Stromae.

2. “Gentleman” Gué Pequeno

Un disco di sole hit, come testimonia il dominio assoluto nelle classifiche Spotify di luglio e agosto. E un disco che, a un anno di distanza dal trionfo di Santeria, consacra una volta di più il professore dell’hip hop di casa nostra, capace di alzare ancora di più l’asticella per i tanti già pronti a copiarlo – come lui farà immancabilmente notare, con la spocchia del fuoriclasse. Gentleman rappresenta la definitiva sprovincializzazione del genere grazie all’infinito lavoro di ricerca di Gué: uno che, alla credibilità conquistata presso la scuola dei Dogo, aggiunge la volontà di innovare e aggiornare senza sosta il proprio suono. Ne sono una prova le collaborazioni del disco, dagli echi latin trap di Milionario con El Micha al coinvolgimento di tutti i migliori interpreti della nuova scena rap come Sfera Ebbasta, Charlie Charles e Tony Effe della Dark Polo Gang. Una lezione di swag a chi, senza fretta, è destinato a ricevere lo scettro.

1. “Polaroid” Carl Brave x Franco126

Lo scorso aprile, inebriati dagli afrori primaverili del singolo Noccioline, ci eravamo spinti parecchio in là: “Polaroid rischia di essere il disco dell’anno”, scrivemmo allora. Come nella migliore profezia che si autoavvera, in cima troviamo proprio il duo romano, che conferma quanto sia elettrica, almeno da un punto di vista musicale, l’aria della capitale di questi tempi. Mica male per una band assemblata poco più di un anno fa, e che infila un sold out dopo l’altro, perché tutti vogliono partecipare a quei grandi karaoke che sono i loro live. I 10 brani sono istantanee di una quotidianità di Lucky Strike, amore e all you can eat, pallone e parcheggiatori abusivi. Carlo e Franco sono il trait d’union tra l’indie pop di Calcutta e l’hip hop di Rkomi, con una spolverata di immaginario pasoliniano, e velleità, ma guai a dirlo ai due, da cantautorato. Solo la prova del tempo ci dirà dove arriveranno, ma intanto in cima a questa lista ci stanno come il pepe sopra al cacio.

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