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I migliori album grunge secondo Kim Thayil dei Soundgarden

Da 'Bleach' dei Nirvana fino a 'God's Balls' dei Tad e 'Facelift' degli Alice in Chains, il chitarrista ha scelto gli album più influenti delle band di Seattle

Kim Thayil

Foto RMV/REX/Shutterstock

Quando Rolling Stone USA ha compilato la lista dei migliori 50 album grunge di tutti i tempi, i Soundgarden sono risultati la band più rappresentata. Ben cinque album del loro catalogo sono presenti in lista – più o meno tutto quello che hanno pubblicato dal debutto Screaming Life fino a Superunknown del 1994 – e due di questi nella top 10. Il loro album del 1991, Badmotorfinger, è arrivato al secondo posto, superato solo da Nevermind dei Nirvana.

Il gruppo si è formato nel 1984, e i primi brani come Hunted Down e All Your Lies, più vicini al punk psichedelico che al grunge, mostravano le incredibili qualità vocali di Chris Cornell. Con il tempo, hanno inserito nei loro arrangiamenti suoni e atmosfere fondamentali per l’evoluzione del genere, dai ritmi fuori fase ai riff pesanti, messi insieme con la sensibilità di un cantautore pop. Con Outshined e Black Hole Sun hanno scalato le playlist di tutte le radio, e la loro carriera ha aperto la strada a molte band simili; sono stati uno dei primi gruppi a firmare con Sub Pop, e il primo gruppo grunge a entrare nel roster di una major.

Considerando l’importanza dei Soundgarden, abbiamo contattato il chitarrista della band, Kim Thayil, per capire quali siano i suoi album grunge preferiti, e come definisce il genere. «Credo che per un certo periodo di tempo le band di Seattle rifiutassero la definizione “grunge”», dice. «Non è semplice ricordare cosa fosse considerato grunge e cosa invece metal, pop o punk. Credo che il modo più semplice per definirlo sia: “Musica di una certa zona di Seattle, scritta da una comunità in un particolare periodo di tempo compreso tra la seconda metà degli anni ’80 e la prima dei ’90».

Per farla breve, Thayil – che al momento non è al lavoro su nessun progetto, «solo tante idee messe su carta o ancora nella mia testa» – ha scelto alcuni tra gli album scritti da chi suonava nella zona di Seattle. Ecco i suoi preferiti.

“Bleach” Nirvana (1989)

Ho scelto di inserire Bleach in questa lista per la forza di Negative Creep, che sarebbe fantastica anche come canzone hardcore o metal-grunge. Amo anche i riff di Blew e Swap Meet; li ascolterei all’infinito. Sentivamo spesso quest’album mentre eravamo in tour. Mettevamo su i Fugazi, Martin Walker; Meat Puppets II; Neil Young, After the Gold Rush; e i Nirvana, Bleach, la cassetta era sempre nella radio del van.

I Nirvana hanno aperto alcuni nostri concerti, e ricordo che ci dicevamo “merda, questi sono bravi”. Credo di aver pensato che le canzoni fossero buone e che Kurt avesse una bella voce, ma che la loro presenza scenica fosse priva di sicurezza o identità. Kurt era lì fermo e non si muoveva, con tutti quei capelli a coprirgli il volto. Aveva zero carisma, solo una bella voce. Chris è stato sicuramente ispirato dal suo modo di cantare. Un anno dopo, comunque, hanno trovato la loro sicurezza. Dal vivo erano piuttosto incredibili.

“Dry as a Bone” Green River (1987)

Tra tutti i dischi dei Green River, il mio preferito è Dry as a Bone. Il primo album, Come on Down, è un po’ più grunge, ma non memorabile quanto Dry as a Bone. E con l’album Rehab Doll si sono spostati più verso il glam di Los Angeles, e quella merda non mi è mai piaciuta. Mai. Ma Dry as a Bone è l’album che mi ha conquistato, aveva atmosfere simili a Dead Boys e Aerosmith.

All’epoca, credo che il chitarrista Bruce Fairweather voleva che i Green River suonassero come un misto tra gli Stooges e gli Aerosmith. Ma non ho mai sentito l’influenza degli Stooges. Amo Dry as a Bone anche per il packaging, con quello stile grafico alla Jeff Ament che andava tanto di moda all’epoca. Mi piace il fatto che sia un album breve, con cinque o sei canzoni davvero forti.

“Gluey Porch Treatments” Melvins (1987)

Avrei potuto prendere qualsiasi cosa dal catalogo dei Melins, ma ho scelto Gluey Porch Treatments perché è il loro primo album. Hanno scritto musica più creativa e prodotta meglio, ma ho scelto quest’album perché mi piace pensare a com’erano in quel periodo. Erano la band più lenta della scena, ma all’inizio erano l’opposto. All’epoca Buzz cantava come Gene Simmons, e la musica era incredibilmente complessa, in un certo senso sperimentale, anche se non se rendevano conto. Tutte le altre band, invece, lo capirono all’istante. Il solo fatto di rallentare tutto era una cosa grossa. Anche il fatto che i loro arrangiamenti non si ripetessero mai era fico, spesso era una sequenza di parti piuttosto lineare: A, B, C, D, N.

“U-Men EP” U-Men (1984)

Si discute ancora se gli U-Men fossero grunge oppure no. Sicuramente erano proto-grunge. Tutti, in un certo senso, si ispiravano a loro. Erano diversi da tutte le altre band di Seattle; perché la maggior parte delle band di Seattle faceva schifo. C’erano i goffi imitatori della New Wave e gli stronzetti del college rock. Poi sono arrivati gli U-Men con tutti quei ritmi strani. Erano creativi e avevano molto carisma. Tutti, in quella cazzo di band, avevano carisma. Erano divertenti da guardare, e il loro rapporto con il pubblico era grandioso.

“Malfunkshun”

In assenza di un vero album dei Malfunkshun, direi che tutta la loro musica meriterebbe un posto in lista. C’è un album intitolato Another Phyrric Victory, dove ci sono un paio di canzoni dei Malfunkshun, My Only Fan e Shotgun Wedding. Poi la compilation Deep Six, con Stars-N-You e With Yo’ Heart (Not Yo’ Hands). Canzoni grandiose.

La band fu di grande ispirazione per tutti, erano molto influenti e fottutamente heavy. Kevin Wood suonava la chitarra in maniera davvero veloce e incoerente; era caotico, folle. E il cantante Andrew Wood era lì a mugolare, sempre vestito in maniera assurda. Quando arrivavano i riff, tutto diventava davvero heavy. Era grandioso. Padroneggiavano anche i ritmi R&B, e se ne avevano bisogno li inserivano per spezzare i loro set più aggressivi. Si definivano come i “Mötley Crüe North” o i “Kiss West Coast”. Esilaranti.

Andy Wood era un tipo divertente. Un bel personaggio, sicuramente, con personalità. Anche quando la band non suonava dal vivo, Andy faceva l’MC impersonando “Landrew, the Love Master of Ceremonies”. Nei pochi show in cui eravamo headliner, Landrew introduceva tutte le band, scendeva “dall’Olimpo” e ci presentava. Era strepitoso. Saliva sul palco tutto truccato, e indossando enormi stivali da Puffo.

“Hallowed Ground” Skin Yard (1988)

Credo che nessuno dei Soundgarden amasse il primo disco degli Skin Yard, ma ci piacevano le persone e quello che stavano cercando di fare, che era unico. Poi resero più pesante il loro suono, nello stile di Soundgarden o Tad, e i loro album migliorarono diventando anche più divertenti. Quando fecero uscire Hallowed Ground, avevano trovato il tiro giusto ed erano decisamente più rock.

Jack Endino era un chitarrista sperimentale, ma il suo background era puramente rock. È la persona che mi ha fatto scoprire i Budgie e i Groundhogs all’inizio degli anni ’80, e ovviamente amava i Sabbath. Gli piacciono i riff potenti. Con Hallowed Ground e i dischi seguenti sono riusciti a catturare questi interessi di Jack e la sua forza come fan e come chitarrista rock. Quando le canzoni divennero un po’ più scarne e più rock, fu anche più facile per (il cantante) Ben McMillan sviluppare testi e melodie adatte, quindi sono convinto che su questo disco si possa sentire sia il meglio di Ben che di Jack Endino. (Fa una pausa). E poi noi ci siamo presi il meglio degli Skin Yard quando il loro batterista, Matt Cameron, è venuto a suonare con noi.

“Superfuzz Bigmuff” Mudhoney (1988)

I Mudhoney avevano una grande presenza grazie al (cantante e chitarrista) Mark Arm. E ho sempre amato il modo in cui Steve Turner suonava la chitarra; mi piacevano i suoi assolo, perché erano liberi e in qualche modo espressivi. È facile essere dalla loro parte. Metto Superfuzz Bigmuff in questa lista per l’unica ragione che In ‘n’ Out of Grace è probabilmente ancora la mia canzone dei Mudhoney preferita. Mi piace il verso “Oh, God, how I love to hate”, e il modo in cui spunta dall’assolo di batteria di Danny Peters. Ogni volta che lo fanno dal vivo è fantastico. E il tiro del pezzo è davvero cool; come una versione stramba dei Blue Cheer.

“God’s Balls” Tad (1989)

Scelgo God’s Balls per via del background poetico del bassista Kurt Danielson. Credo che un po’ di quell’elemento abbia contribuito al valore della band. E poi amo il modo così creativo in cui Gary Thorstensen suona la chitarra, e il suo uso del feedback. Riusciva a usare sfumature per migliorare quello che altrimenti sarebbe stato solo un vecchio groove lineare. Quell’album è stato importante perché ha affermato i Tad come band e come artisti influenti della scena di Seattle. Non erano soltanto degli zucconi.

Ai loro esordi, presentavano Tad Doyle (il frontman) come una specie di taglialegna ritardato, ma in realtà è un polistrumentista, produttore e ingegnere del suono incredibilmente intelligente e colto. Gli avevano fatto scrivere il suo nome con la mano sinistra per il singolo My Name Is Tad. Che cazzo gli era venuto in mente? Era una cosa sciocca e pure antipatica, perché in realtà è un mezzo genio.

“Clairvoyance” Screaming Trees (1986)

Non so come li etichettate voi, ma probabilmente erano grunge già solo per il modo in cui si vestivano. Si mettevano le camicie di flanella prima di noi. Mi piace Clairvoyance per la title-track, ma la mia canzone preferita dell’album è I See Stars, seguita da Orange Airplane. Dopo questo disco il loro sound si fece un po’ più robusto.

La loro influenza e l’impatto che ebbero su di noi e su Seattle furono senz’altro significativi. Ci influenzarono nel firmare con (l’etichetta) SST. Vennero a vederci suonare a Ellensburg (Washington) e parlarono bene di noi a Greg (Ginn) e Chuck (Dukowski). La SST era la nostra etichetta preferita durante la prima metà degli anni ’80. Da quel momento in poi, Ben Shepherd (bassista dei Soundgarden) collaborò con Mark Lanegan (frontman degli Screaming Trees), Chris (Cornell) fu co-produttore per Uncle Anesthesia degli Screaming Trees, e per un periodo condivisero la nostra stessa manager, Susan Silver. Facevano parte della famiglia, insomma.

“Facelift” Alice in Chains (1990)

Gli Alice in Chains venivano da una scena diversa, ma a un certo punto iniziarono a suonare con noi e i Pearl Jam, e fecero qualche live con i Nirvana ai tempi di questo disco. Penso a una canzone come It Ain’t Like That: mi piace davvero il tiro che ha. Quando ho suonato con loro dal vivo, e mi chiedevano che canzone volessi fare, sceglievo sempre quella. (Canta il riff iniziale) Amo quel riff e quella canzone. Vorrei averlo scritto io, ed è il motivo per cui amo quell’album – solo quel pezzo. È facile innamorarsi di una cosa, quando pensi: “Perché cazzo non è venuto in mente a me?”. Ma tutto il disco ha dentro roba grandiosa.

“Ten” Pearl Jam (1991)

Ten era un super album pieno di super hit. Questo spiega già tutto. Tutti hanno avuto una copia di questo disco, a un certo punto. Non ci sono dubbi che sia un grande album, anche solo in termini di successo commerciale, e personalmente è importante per me perché ho conosciuto quelle canzoni in un contesto live.

Ho visto la band suonare dal vivo alcune volte prima che il disco fosse pubblicato, prima sotto il nome originale di Mookie Blaylock e poi come Pearl Jam. Mike McCrady e Eddie Vedder sono state importanti aggiunte a quello che Jeff Ament e Stone Gossard stavano facendo con le loro band precedenti (Green River e Mother Love Bone). Mike era un chitarrista perfetto per lavorare su ciò che Jeff e Stone avevano scritto, e possedeva anche un lato emotivo. Era in grado di fare tutto quello che un primo chitarrista deve fare, soprattutto per il tipo di canzoni che avevano in mente. E poi hanno completato il tutto con uno dei migliori cantanti rock di sempre, qualcuno così capace di emozionare che la prima volta che l’ho sentito cantare ho avuto i brividi lungo la schiena. Credo che solo Jeff Beck abbia avuto questo effetto su di me; lui, Chris (Cornell), Eddie appunto, e Derek Trucks. Sono certo che anche altri artisti mi abbiano provocato sensazioni del genere, ma la voce di Eddie di sicuro lo ha fatto. 

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