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I migliori album degli anni 2000

A inizio millennio si diceva che la musica sarebbe morta, schiacciata dall'mp3 e dalla pirateria. Non è andata esattamente così, tra giganti che seppero ritrasformarsi, visionari del dancefloor o la rinascita dell'indie rock, mentre i grandi del rap inauguravano un decennio d'oro

Sono in molti a considerare la prima decade del nuovo millennio come il periodo della morte dell’album, vittima dell’mp3, dell’iPod e della pirateria. In realtà, non è successo niente di tutto questo. Gli artisti hanno investito ancora di più sugli LP, e il risultato è un vero e proprio rinascimento della forma artistica dell’album. La nostra lista include il meglio dei nostalgici del rock (i White Stripes), dei visionari del dancefloor (LCD Soundsystem), delle icone del rap (Jay-Z, OutKast) e delle vecchie glorie come Springsteen, Bob Dylan e U2, che hanno reinventato il loro suono senza perdere nulla del loro status da leggende viventi. Più che una classifica, questa serie di capolavori è la dimostrazione della forza del formato-album, e di quanta bella musica sia uscita tra il 2000 e il 2009.

20. “Back to Black” di Amy Winehouse

È difficile ricordare, prima che l’abbaiare dei tabloid affogasse tutto, quanto suonasse fresco questo disco – un instant classico divertente, figo. Prodotto da Mark Ronson, e suonato con una band di devoti amanti del soul, Back to Black mescolava i suoni della golden era con le atmosfere della cultura hip hop. Amy Winehouse, all’epoca 23enne, era perfettamente a suo agio con questo spirito: cantava come una regina, imprecava, ci spezzava il cuore. Il suo trionfo ha dato vita alla rinascita dell’R&B più tradizionale, aprendo contemporaneamente la strada del mainstream ad artiste insolite come Lily Allen e Lady Gaga.

19. “White Blood Cells” di The White Stripes

Il terzo album dei White Stripes era perfetto per l’esplosione nel mainstream. La miscela tra le fantasie Delta di Jack White e il garage-rock di Detroit arriva al suo massimo in brani come l’apertura del disco, la zeppeliniana Dead Leaves and the Dirty Ground, e il delirio pop di Hotel Yorba. White Blood Cells è anche la prima volta in cui gli Stripes sembravano una vera e propria band, una coppia di musicisti uniti da radici profonde e un delizioso desiderio sovversivo.

18. “Oracular Spectacular” di MGMT

Due nerd hipster di Wesleyan accendono le loro tastiere vintage, indossano due fasce anni ‘70 e scrivono una suite di perfette ballate per cuori spezzati. Le canzoni di Oracular Spectacular sembrano ancora più belle se vi concentrate sulle parti vocali – ma non serve capire il testo di Kids per emozionarsi ascoltando il fantastico giro di tastiera del ritornello. Tutto l’album è una collezione di amori psichedelici e riferimenti anni ‘70, mescolati con una coolness da new wave anni ‘80 che, in qualche modo, rende gli MGMT una band possibile solo nel nuovo millennio.

17. “Sea Change” di Beck

Sea Change è il Blood on the Tracks di Beck: un’acuta riflessione personale sulla fine di un’amore, musicato con una magnificenza desolante (archi commoventi, tramonti di chitarra e tonnellate di echo) e cantato dall’eterno ragazzo Beck con un timbro da tenore ferito. Alla produzione c’è Nigel Codrich, fresco dal modernismo di Kid A dei Radiohead, che con elettronica dark e atmosfere desertiche esalta i pathos di canzoni come The Golden Age e Guess I’m Doing Fine. Da parte sua, Beck entra finalmente nei panni del Bob Dylan della sua generazione, e lo fa con un’onestà vivida e solitaria.

16. “Stankonia” di OutKast

C’è solo una crew in tutto l’universo capace di trasformare “Power music! Electric revival!” in un inno da battaglia valido sia ai concerti rock che sulla pista da ballo. Non soddisfatti dal dominio assoluto sul regno dell’hip hop, André 3000 e Big Boi decidono di trasformarsi in divinità del rock, hipster della drum-and-bass e strambi artisti bohemien. In radio Stankonia ha umiliato tutti i clown del rap-metal, ma ha invitato tutti gli altri a fare festa. Dalla futuristica B.O.B. alla sentimentale Ms. Jackson, fino al brano dedicato a una groupie We Luv Deez Hoez, gli OutKast hanno dimostrato di essere i migliori.

15. “The Rising” di Bruce Springsteen

Quando gli attacchi dell’11 settembre distrussero le Twin Towers, scioccando il mondo e le vite degli americani. Springsteen, da parte sua, doveva rispondere. Il risultato è uno straordinario requiem in 15 canzoni, con cui il Boss cercava il senso di una tragedia, provando allo stesso tempo di omaggiare la grazia e il coraggio di chi ha perso la vita quel giorno. Canzoni come Into the Fire sono racconti straordinari, ma è il suono del disco – il ruggito della E Street Band, registrato dal produttore Brendan O’Brien – che ha portato i brani su un altro pianeta. The Rising era il primo album con la E Street Band dagli anni ‘80, e ha dato vita al rinascimento creativo della seconda parte di carriera di Springsteen.

14. “The Black Album” di Jay-Z

Ok, il ritiro non è durato granché. Il cosiddetto “disco d’addio” di Jay-Z è ancora uno degli album migliori del suo catalogo. Aiutato da un team di produttori straordinari (Just Blaze, Kanye West, the Neptunes, Timbaland), Jay-Z racconta la storia della sua scalata al successo (“From bricks to billboards, grams to Grammys”), si toglie diversi sassolini dalle scarpe e attacca tutti i suoi detrattori, la polizia e chiunque altro nel capolavoro 99 Problems. Forse, dovrebbe ritirarsi più spesso.

13. “All That You Can’t Leave Behind” di U2

“Stiamo mandando di nuovo il curriculum per il posto come migliore band del mondo”, diceva Bono nel 2001. Dopo dieci anni trascorsi a dilettarsi tra postmodernismo, elettronica e occhiali da sole arancioni, con Behind gli U2 si trasformarono in una pop band di livello mondiale, per un album che trasudava romanticismo da stadio. I produttori Joshua Tree Brian Eno e Daniel Lanois tornarono all’ovile, Bono tornò Bono: un cantante grandioso, dalla voce unica e di nuovo ottimista. Beautiful Day, l’urlo di Elevation: hit devastanti che sembravano scritte in 5 minuti, il che rese l’album ancora più sorprendente, diventando la vera rinascita degli U2

12. “Sound of Silver” di LCD Soundsystem

Grazie a DFA, l’etichetta da lui fondata, James Murphy aveva già dimostrato di essere il più folle produttore elettro-punk nel mondo dei club. Ma nemmeno i fan più accaniti si sarebbero sognati un capolavoro come Sound of Silver. Ogni brano suonava come fosse ognuna una hit prodotta da una band diversa, dal punk politico di North American Scum fino al viaggio verso la techno di Detroit con Get Innocuous!, e ancora il synth pop di Someone Great. All My Friends era un feroce caleidoscopio impossibile da fermare, un vortice tra le tastiere disco e le chitarre rock mentre Murphy raccontava dei party killer della sua gioventù, seguiti dalle prime luci dell’alba. Una canzone perfetta per un album perfetto.

11. “Love and Theft” di Bob Dylan

Il sangue e la gloria di Time Out of Mind del 1997 avevano alzato l’asticella, e fu con questo album che Dylan riuscì a soddisfare le aspettative dei fan. E non solo le superò, ma le fece esplodere. Dylan cantava con la voce di un vagabondo che aveva visitato ogni angolo dell’America, rifiutato da tutti e da tutto. Love and Theft sembrava un equilibrista sospeso tra l’ironia vaudeville e citazioni apocalittiche, tra la chitarra aggressiva di Summer Days e le ritmiche country di Po’ Boy. Dylan continuava a rotolare tra le varie canzoni dell’album, senza fermarsi mai, come se davvero non ci fosse una direzione verso casa – “no direction home, like a Rolling Stone”, avrebbe detto lui –, con la sua voce consumata che continuava a lacerare l’anima, un brano dopo l’altro.

10. “The College Dropout” di Kanye West

Se anche la carriera di Kanye West si fosse fermata a questo album di debutto, il suo nome sarebbe comunque rimasto nella storia sotto la definizione “il producer che riesce davvero a fare rap”. Tuttavia questo disco è soltanto un biglietto da visita. West era deciso a buttare tutta la musica che amava dentro i suoi beat, anche se ciò comportava campionare Bette Midler sotto un verso in cui grida: “The way Kathie Lee needed Regis/That’s the way I need Jesus”. Forse voleva solo diventare una superstar di fama mondiale, tuttavia Kanye riuscì ad ampliare lo spettro sonoro, linguistico ed emotivo dell’hip hop. Le sue produzioni dal sapore r&b spaziavano dal gospel dal coltello fra i denti di Jesus Walks fino al tributo a Luther Vandross in Slow Jamz. Autodefinendosi il primo rapper “with a Benz and a backpack”, West riuscì a cambiare le regole del gioco, divertendosi a sfidare i limiti che gli altri avevano paura persino a riconoscere. Ogni traccia era una sfida. Ma a questo ragazzo, ora lo sappiamo, il coraggio non sarebbe mai mancato.

9. “Kala” di M.I.A.

Una art-punk piena di funk che arriva a Londra passando dallo Sri Lanka, sicura che ci fosse il successo ad attenderla, per cui non ci volle molte a convincere anche il resto del mondo. Nel suo secondo album M.I.A. riuscì a ridisegnare l’hip-hop come se si trattasse di un block party a cui tutti erano invitati, mescolando ritmi reggae, beatbox, rime da strada, campioni assurdi e colpi d’arma da fuoco. Insomma, una danza irrefrenabile in una zona di guerra. Con un disco in bilico tra la rabbia politica e una capacità creativa fuori dal comune, Maya Arulpragasam dimostrò di poter attingere ovunque – dai Pixies ai Modern Lovers passando per i templi dello Sri Lanka alle colonne sonore di Bollywood – trasformando tutto in un inno da festa. Da 20 Dollar a Bamboo Banga, M.I.A. portava la sua voce tra le zone di guerra che devastavano il terzo mondo: “Price of living in a shantytown just seems very high/But we still like T.I./But we still look fly”. Kala raccolse il testimone dei Clash, campionati in Paper Planes, il singolo che regalò alla cantante un enorme successo negli Stati Uniti. Siamo sicuri che Joe Strummer sarebbe stato orgoglioso di lei.

8. “Modern Times” di Bob Dylan

Fatta eccezione per lo strano riferimento ad Alicia Keys in Thunder on the Mountain, sembrava che queste 10 canzone graffianti e cantate con il ringhio raschiato di un cowboy vagabondo Dylan le avesse prodotte cinquant’anni prima insieme alla band di Muddy Waters. La vendetta di Madre natura, ladri gentiluomini, l’irraggiungibile salvezza dello spirito: Modern Times è il ripetersi della storia attraverso il suono di Slim Harpo e Memphis Minnie che di cui Dylan riprese l’eco, tenendo sempre al centro il suo rifiuto di piegarsi anche davanti al vento più forte. “I’ll be with you when the deal goes down”, canta Dylan deciso. L’apocalisse arriva inesorabile: la sua rivisitazione del classico di Waters Rollin’ and Tumblin racconta dei fantasmi del destino. Ma il ringhio di Dylan attraversa l’oscurità come una luce che illumina la strada di notte. “Heart burnin’, still yearnin'”, canta in Is not Talkin, l’ultima canzone dell’album, quasi fosse un’ultima passeggiata in un mondo desolato, che Woody Guthrie avrebbe riconosciuto in un istante.

7. “The Marshall Mathers LP” di Eminem

“They said I can’t rap about being broke no more”, gridava Eminem sulle barre che aprivano il suo secondo album. Fortunatamente per lui gli argomenti su cui poteva ancora rappare non mancavano: la fama e il suo lato oscuro, la sindrome di Edipo, fantasie assassine, automutilazione, tossicodipendenza, Britney Spears, Fred Durst, “Blood, guts, guns, cuts/Knives, lives, wives, nuns, sluts”. Il risultato fu un capolavoro, uno psicodramma raccontato dentro 18 tracce che consolidarono il nome di Eminem come la più affascinante pop star del decennio e la più convincente nuova stella del rap. I moralisti attaccarono Eminem su ogni fronte, dall’omofobia alla misoginia, fino all’istigazione all’omicidio. La presa in giro della pop culture (The Real Slim Shady), racconti angoscianti (Stan), film horror messi in musica (Kim), tutte canzoni che colpirono non tanto per la loro capacità si shockare, ma più per la pura abilità del rapper con le rime. I fan dell’hip-hop sapevano già cosa stavano ascoltando e, infatti, risposero alla grande davanti al virtuosismo crudo di The Way I Am.

6. “Funeral” di Arcade Fire

L’amore, l’addio, la fine della giovinezza e le illusioni di una generazione: il debutto degli Arcade Fire raccontava tutte queste tematiche e, allo stesso tempo, definiva il suono dell’indie rock per i dieci anni successivi. Una band costruita sui rapporti famigliari (il leader Win Butler, sua moglie Régine Chassagne e suo fratello Will) e su una tavolozza folk ricchissima di sfumature, tra fisarmoniche e archi e una sezione ritmica incessante. Canzoni oscure e personali come Wake Up, Neighborhood # 1 (Tunnels) e Rebellion (Lies) diventavano hit da classifica, coem fossero sfornate da una band pop. Tuttavia, nonostante la malinconia schiacciante dell’album, la loro musica si trasformava in un’esplosione di gioia, come può testimoniare chiunque li abbia visti del vivo in quegli anni. Il risultato fu un album che macinò numeri da record, regalando anche qualche lezione di violoncello ai giovani aspiranti rocker.

5. “Elephant” di The White Stripes

Avevano attirato l’attenzione mondiale con White Blood Cells, ma Meg e Jack White fino a quel momento si erano solamente scaldati. Con un battito di rock bollente spazzarono via qualunque altra band dalle radio, raggiungendo il loro apice con Elephant. Canzoni d’amore selvagge, cone cui Jack White raccontò la storia di due bambini innamorati e spaventati, racchiusi dentro un mondo tutto loro per tenere alla larga quello reale. Una storia triste che tuttavia non impedì al chitarrista e alla batterista di continuare a suonare insieme alla perfezione, dal soul acustico (You’ve Got Her in Your Pocket) fino al blues elettrico (Ball and Biscuit). E ancora, la lotta per tenere insieme il rapporto in The Hardest Button to Button, la sessualità di Seven Nation Army, con la musica che diventa il messaggio d’amore più potente che si potesse trovare.

4. “The Blueprint” di Jay-Z

A differenza di molti degli album di Jay-Z – i dischi d’addio alle scene, i dischi di ritorno sulle scene, le colonne sonore per i film, gli album gangster e gli album rock – The Blueprint era un disco senza trucchi comunicativi. Eppure racchiudeva una manciata di bombe, capaci di di trasformare Jay nel migliore rapper del Pianeta. Per farla breve: questo è il miglior album di Jay-Z e uno dei migliori dischi rap della storia. Gran parte del merito è poi da consegnare ai produttori Just Blaze, Timbaland e, soprattutto, Kanye West, che lanciò la sua carriera grazie a hit come Izzo (H.O.V.A.). I campioni soul old-school donano al disco un sapore unico, anche se l’album venne registrato durante la faida tra Jay-Z e Nas. Le punch line sono piene di rabbia, ma quello che più emerge è l’impressionante musicalità del rapper: i flow, i timbri, le melodie che Jay-Z tirava fuori in ogni brano, arricchiti da virtuosismi che segnarono uno stile vocale quasi si trattasse di un cantante pop, “I’m the compadre/The Sinatra of my day”, rappava Jay, per una volta senza usare un linguaggio trash.

3. “Yankee Hotel Foxtrot” di Wilco

Il grande salto nella carriera dei Wilco era un mix di rock tradizionale, elettronica, ritmi stravaganti e tocchi sperimentali: un nuovo vocabolario per un’epoca travolgente e disordinata in cui, per sopravvivere, avremmo dovuto attingere sia dalla storia che dalle nuove invenzioni. Un disco profondamente melodico ma allo stesso tempo fragile e instabile, dove i suoni armoniosi di chitarra acustica si intrecciavano col noise, diventando improvvisamente dissonanti prima di fermarsi bruscamente. I testi trovavano speranza in mezzo all’incertezza che guidava quegli anni. “You have to learn how to die – cantava Jeff Tweedy – “if you wanna . . . be alive”.

La musica poi venne amplificata di ciò che successe dopo: la band fu scaricata dalla propria etichetta, i Wilco diventarono i porta bandiera delle nuove tecnologie mettendo in streaming gratuito il loro album prima della pubblicazione, mossa estremamente radicale per l’epoca; poi ci furono gli attacchi dell’11 settembre. Quell’episodio aggiunse un peso metaforico enorme alle canzoni di questo disco, brani che parlavano di amore e guerra, di grattacieli traballanti e bandiere americane. Tuttavia, a quasi dieci anni da quella tempesta che travolse la storia, Yankee Hotel Foxtrot suona ancora complesso e bellissimo.

2. “Is This It” di The Strokes

Prima che uscisse Is This It, le band mod di New York duravano giusto qualche serata, passando dall’Avenue A alle prime pagine fino all’inevitabile scioglimento, tutto in un anno. Julian Casablancas, i chitarristi Nick Valensi e Albert Hammond Jr., il bassista Nikolai Fraiture e il batterista Fabrizio Moretti, invece, sembravano pronti per diventare delle star, aggiornando le atmosfere dei Velvet Underground e del punk anni 70 con i racconti notturni e acidi di Casablancas, ancora in hangover dalla serata precedente. Tutto succedeva velocemente, da Barely Legal a Hard to Explain – una raffica di attrazione, sesso e delusione – ma non mancavano i marchi a fuoco impressi dalle chitarre e dalla voce di Casablancas, messa in primo piano nel mix e allo stesso tempo distorta come se provenisse da un telefono a gettoni. Nel primo decennio degli anni 2000 gli Strokes pubblicarono solamente altri due album, ma riuscirono comunque a scatenare un’onda che arrivò fino all’Inghilterra, con Libertines e Arctic Monkeys che raccolsero l’eco da oltre oceano, fondando il suono che dominò le classifiche britanniche negli anni a seguire. In tutta la mezz’ora cruenta di Is This It, tutte le ombre di New York sembravano di nuovo pericolose e tentatrici.

1. “Kid A” di Radiohead

«Kid A è come una gigantesca gomma con cui cancellare e ricominciare», aveva detto Thom Yorke nel 2000, nella settimana in cui questo album raggiunse la prima posizione nella classifica americana. «Trovo difficile definire “musica rock” il percorso che abbiamo scelto». Dagli arrangiamenti alla struttura dei brani, Kid A, il quarto album dei Radiohead, è una rinuncia a tutto ciò che – soprattutto a Thom Yorke – puzzava di vecchio e scontato nel rock, dalle schitarrate da stadio fino al classico schema strofa–coro–bridge.

Insieme al produttore Nigel Godrich, il chitarrista Ed O’Brien, il batterista Phil Selway, il bassista Colin Greenwood e il chitarrista Jonny Greenwood, Yorke creò un suono enigmatico e fluido, un vertigine angosciante che si arrampica su se stessa, attraversata da una voce eterea e indecifrabile. La cosa più vicina a un riff in Kid A è il giro di basso su The National Anthem, mentre le chitarre di Morning Bell suonavano come il richiamo dei gabbiani.

Il risultato fu l’album più bizzarro uscito in quegli anni, prodotto da una band che, dopo Ok Computer, veniva già incensata come i Beatles del rock moderno. In effetti, a soltanto 10 mesi dall’inizio del secolo, i Radiohead pubblicarono quello che diventerà il miglior album del decennio, ricostruendo il rock dalle sue fondamenta, tra nuovi elementi e potenti atmosfere oscure. Il disprezzo di Yorke per la celebrità ispirò il fascino distorto di How to Disappear Completely, con le sue orchestrazioni liquide e la voce del cantante che sembra annegare dentro il suono; o Kid A, che suonava come se un bambino stesse cercando di scappare da un gigantesco disco rigido.

Ironia della sorte, entro la fine del decennio i Radiohead erano davvero considerati – a loro modo – i Beatles del nuovo millennio, il tutto seguendo il primo vero comandamento del rock: “vai per la tua strada”. «La musica come impegno per tutta la vita, se questo è ciò che si intende con rock, è un compito grandioso», disse Yorke in un’intervista del 2000. Stravolgendo le regole con Kid A, i Radiohead scrissero per la prima volta quello che sarebbe diventato il rock del futuro.

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