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I migliori 40 album punk rock di tutti i tempi

Dai Sex Pistols ai Black Flag, dai Nirvana agli Hüsker Dü, i dischi punk rock che hanno fatto la storia della musica

Il punk rock nacque nel 1976 a Bowery Street, New York, quando quattro ragazzotti del Queens s’inventarono una mutazione esplosiva della musica bubblegum. La rivoluzione che ispirarono spaccò in due la storia del rock & roll. Nonostante il punk sia nato come una sorta di negazione — un richiamo ad una semplicità netta, brutale — la molteplicità e la cangiante forza emotiva del genere furono immediate e restano tuttora incredibili. Per celebrare la potenza di un genere, e un atteggiamento, capace di scrivere la storia, abbiamo compilato una lista dei migliori 40 album punk di tutti i tempi.

Sebbene i Ramones rappresentino l’Anno Zero per il punk rock, non mancano i precedenti, perciò abbiamo incluso i precursori essenziali come Stooges, New York Dolls, Pere Ubu e Patti Smith, artisti che erano punk rock nello spirito (anche se non sempre nel sound) prima che lo stile avesse davvero un nome. Non ci siamo neppure scervellati troppo sulla vecchia questione di cosa sia davvero il punk. Insieme a Sex Pistols e Clash, Black Flag e Descendents, Minor Threat e Hüsker Dü e Bad Brains, troverete la tagliente disco-marxista dei Gang of Four, i glaciali toni gotici dei Joy Division, la distorta new wave dei Devo, il Mod revival dei Jam, il reggae rivoltoso delle Slits, le rivelazioni delle incredibili chitarre dei Television e dei Sonic Youth e il dervish-noise dei White Lung. Gli anarco-collettivisti Crass hanno dedicato la loro intera, ammirevolissima esistenza a difendere una barricata etica da scialbe atrocità commerciali come i Blink-182. Tuttavia, entrambe le band sono grandi, ed entrambe sono in questa classifica.

Trattandosi di una lista di album e non di band, molti gruppi punk meritevoli sono rimasti fuori. Circle Jerks, Adolescents, Fear, Big Boys, Dickies, Dicks e persino i magnifici Damned semplicemente non hanno un LP abbastanza rappresentativo da suscitare l’approvazione dei nostri redattori. In ultimo, ci siamo ritrovati a preferire dischi che incarnassero lo spirito del punk, usando inoltre una definizione un po’ larga. «Punk rock dovrebbe significare libertà,» disse Kurt Cobain nel 1991, mentre Nevermind faceva esplodere i valori del punk nel pubblico mainstream dell’America perbenista. Eccovi una mappa del percorso di quella libertà.

40. “Fresh Fruit for Rotting Vegetables” Dead Kennedys (1980)

L’LP di debutto dei Dead Kennedys è l’album hardcore per eccellenza, con il cantante Jello Biafra che imitava Johnny Rotten in pezzi satirici come California Über Alles e Holiday in Cambodia. Sostenuto dalla notevole tecnica del chitarrista della band, “East Bay” Ray Pepperell, Fresh Fruit possedeva una potenza musicale maggiore rispetto a opere contemporanee di altri shock-rocker come Fear o Adolescents.

39. “Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!” Devo (1978)

Collettivo artistico e band punk in parti uguali, i Devo si sono fatti strada da Akron, Ohio, con una visione distorta e brillante del genere New Wave. Il loro primo album esplora ossessioni come Ronald McDonald e scimmie cannibali, facendo sembrare il futuro un’involuzione più che un’evoluzione.

38. “Deep Fantasy” White Lung (2014)

Questa band di Vancouver si presenta come i Black Flag, capeggiati dalla figlia illegittima di Patti Smith e Stevie Nicks, e ogni loro canzone esplode come una bomba a mano. Pezzi di spicco come Drown With the Monster e Face Down sono inni splatter-noise di una freschezza stupefacente — decisamente notevole per una band che ha iniziato a 40 anni dalla nascita della storia del punk.

37. “Enema of the State” Blink-182 (1999)

Il terzo LP dei Blink-182 rielabora Dookie dei Green Day mettendogli dentro delle gag sulle scoregge. Questo chiassoso esempio di pop-punk rimase nelle classifiche per 70 settimane. Scartati dai critici più snob dell’epoca come niente di serio, i Blink si sono inaspettatamente dimostrati un punto di riferimento per una generazione di fan. Nei pezzi di questo disco si possono sentire gli echi dei Descendents e dei Misfits, e di altre pietre miliari del punk.

36. “Penis Envy” Crass (1981)

Il collettivo inglese anarchico dei Crass ha messo in pratica i propri dogmi con un rigore ammirevole: hanno fatto tutto da soli dalla loro abitazione collettiva (oggi ancora operativa), gestendo anche un’etichetta tutta loro, la Crass Records, e progettando le loro presentazioni multimediali. L’antisessista Penis Envy ha un testo fortemente politico e radicale.

35. “13 Songs” Fugazi (1989)

Il nuovo, straordinario gruppo dell’ex leader dei Minor Threat e degli Embrace Ian MacKaye fu una rivelazione: lui e i suoi colleghi dei Fugazi inventarono uno scatenato sound post-hardcore — e con Waiting Room, scrissero il miglior successo da karaoke del punk americano. I Fugazi erano abbastanza influenti da sfruttare quello che il secondo vocalist del gruppo Guy Picciotto chiamava “il potere del ‘no,'” suonando solo live per tutte le età con biglietti da $5 e rifiutandosi di vendere qualsiasi tipo di gadget (anche se i fan hanno creato T-shirt non ufficiali che recitano “This Is Not a Fugazi T-Shirt”).

34. “Unknown Pleasures” Joy Division (1979)

Nessun’altra band punk ha mai esternato la propria alienazione in modo così coinvolgente come i Joy Division. Il profondo timbro da baritono di Ian Curtis e il torpore glaciale della musica hanno ispirato il movimento goth-punk. C’era molta bellezza nella sua voce tagliente e nel clangore argenteo della band. Curtis s’impiccò nemmeno un anno dopo la pubblicazione dell’LP.

33. “Cut” The Slits (1979)

Gli avanguardisti Slits fusero beat reggae e chitarre punk in canzoni gioiosamente anarchiche come Shoplifting, con il suo straordinario slogan, “We pay fuck-all!” Le Slits seguirono l’esempio di Patti Smith definendo il punk come femminista, implicitamente ed esplicitamente. E come le colleghe del Regno Unito, le Raincoats, non lo fecero semplicemente formando una band di sole donne (già di per sé un atto radicale), ma con una musica che ben poco doveva ai dogmi punk degli uomini.

32. “Walk Among Us” The Misfits (1982)

Glenn Danzig e la sua band di mutanti del New Jersey portarono alla scena hardcore un’ironia ormai necessaria con inni come I Turned Into a Martian. Ignorando i soliti temi da B-movie della musica hardcore come zombie e seducenti vampire, il macabro debutto dei Misfits, Walk Among Us, rappresenta l’apice dell’horror punk.

31. “Fever to Tell” Yeah Yeah Yeahs (2003)

Gli Yeah Yeah Yeahs sono stati il miglior prodotto del “post-punk revival” dei primi anni 2000 che ha prodotto Rapture e Liars. Il loro LP di debutto è l’opera di tre giovani newyorkesi dediti all’arte molto intelligenti, tra cui il petardo in mise rosa Karen O. Lei ulula come un ghepardo in calore — fino a quando non ti distrugge il cuore nella sorprendente Maps, che è forse il miglior pezzo lento di tutto il punk rock.

30. “Evol” Sonic Youth (1986)

Con il terzo album, il gruppo di New York iniziò il percorso che li avrebbe resi la band noise più importante degli ultimi 30 anni. Con amplificazioni da tortura come in Starpower e Expressway to Yr Skull esplorano quella che la bassista Kim Gordon aveva definito «l’oscurità che sfavilla sotto la trapunta scintillante della pop culture americana».

29. “Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash” Replacements (1981)

La prova definitiva che gli ubriaconi del Midwest sanno essere veloci, chiassosi e trasandati proprio come i drogati di New York, con il loro poeta Paul Westerberg che gracchia di alcol e disperazione accompagnato dal “power trash” della band. Ciò che davvero li contraddistingueva era lo humor che emergeva in versi come “I hate music!/It’s got too many notes!”

28. “(GI)” The Germs (1979)

I Germs rilasciarono un solo album prima il cantante con una passione per l’alcol, Darby Crash, si uccidesse nel dicembre 1980. Ma con (GI), prodotto da Joan Jett, fissarono gli standard per il raffinato nichilismo di Los Angeles, mascherando testi di sorprendente profondità in un turbinio caotico.

27. “Complete Discography” Minor Threat (1989)

I Minor Threat definirono un nuovo movimento della musica hardcore con il loro inno Straight Edge — abbasso le droghe, abbasso l’alcol, viva il mantenersi lucidi per combattere il sistema. I leader della scena di D.C. non rimasero insieme a lungo, eppure la loro influenza resta enorme grazie all’intensità di Ian MacKaye, che credeva davvero nel vangelo straight-edge che diffondeva per portare valori rivoluzionari nella vita di ogni giorno.

26. “Generic” Flipper (1982)

Con un nome ripreso dal delfino morto che il loro cantante aveva trovato un giorno sulla spiaggia mentre era sotto l’effetto di acidi, i Flipper di San Francisco avevano due bassisti, e suonavano lunghi, lentissimi jam improvvisati come gli otto minuti di Sex Bomb, che dà il tocco finale a Generic. La loro libertà ispirò Kurt Cobain, che spesso indossava una T-shirt dei Flipper artigianale.

25. “Vs.” Mission of Burma (1982)

«Penso che in realtà siamo una band prog-rock in incognito nata nel mezzo del punk,» disse una volta Clint Conley dei Mission of Burma. Ma la band avant-screech di Boston fu tra le prime ad avere un approccio artistico al punk con il loro singolo indie di debutto nel 1980, Academy Fight Song. Vs. è un album complesso che va ascoltato con attenzione, ma è anche caos straripante — con il sermone anti-Reagan That’s How I Escaped My Certain Fate, e l’ipnotica Trem Two.

24. “All Mod Cons” The Jam (1978)

Auto-definitosi “Cappuccino kid”, Paul Weller dei Jam inietta il fervore del punk nel revival Mod, ispirato da Kinks e Who. Il loro terzo album è un’istantanea della vita a Londra, da ‘A’ Bomb in Wardour Street a Down in the Tube Station at Midnight, una via di fuga contro i punk di destra.

23. “Terminal Tower” Pere Ubu (1985)

Mentre il punk ribolliva a New York e Londra, si riversava anche a Cleveland, dove Pere Ubu creò un “industrial folk” che nel 1975 sembrava post-punk. Questo set archivistico raggiunge l’apice con i raggelanti toni cupi di Final Solution, dove il cantante David Thomas ulula sulla chitarra dei Grandi Laghi di Peter Laughner. Il tosto Laughner si è guadagnato, a causa dell’alcol, un posto al cimitero a 24 anni, ma ad oggi la band che ha fondato è ancora attiva.

22. “The Singles” Bikini Kill (1998)

Le Bikini Kill volevano una “Revolution Girl Style Now” nel loro debutto solo su cassetta del 1991, ed è proprio quello che offrirono come leader del movimento riot-grrrl degli anni ’90. La punta di diamante di questa collezione di singoli è Rebel Girl, che vede Joan Jett, antesignana del riot, alla chitarra e ai cori; quando la cantante Kathleen Hanna urlava “in her kiss, I taste the revolution,” migliaia di ragazze ribelli erano pronte ad assaltare le barricate del patriarcato.

21. “Blank Generation” Richard Hell and the Voidoids (1977)

Il co-fondatore dei Television Richard Hell ha praticamente inventato quella che ha definito la “variegata grossolanità” della moda e delle acconciature punk. Quando cominciò la carriera da solista con Blank Generation, reclutò Robert Quine, un fanatico dei Velvet Underground il cui stile asciutto alla chitarra era ideale per le canzoni contro l’amore Betrayal Takes Two e Love Comes in Spurts. E con il pezzo che dà il nome all’album, Hell ci ha dato quello che forse è l’inno massimo del punk sulla libertà.

20. “Germfree Adolescents” X-Ray Spex (1978)

L’adolescente londinese di sangue misto Poly Styrene portava l’apparecchio e indossava stracci fluorescenti quando cantava pezzi come Oh Bondage! Up Yours! accompagnata da un sassofono esplosivo, e urlava, “I am a poseur and I don’t care! I like to make people stare!” Il debutto degli X-Ray Spex divenne un classico di culto via passaparola, influenzando Sleater-Kinney, Beastie Boys e molti altri.

19. “Bad Brains” Bad Brains (1982)

I rastafariani afroamericani dei Bad Brains affondano le loro radici nel jazz e nel reggae, eppure contribuirono nella formazione della scena hardcore di D.C. con quella che definirono il loro “P.M.A.” — positive mental attitude (atteggiamento mentale positivo). Battezzatisi con il titolo di una canzone dei Ramones, erano già delle leggende quando pubblicarono il loro debutto su cassetta nel 1982, che contiene il pezzo Pay to Cum.

18. “Dookie” Green Day (1994)

Il debutto con una major dei Green Day dilagò tra gli adolescenti come un frenetico sollievo dopo la morte di Kurt Kobain. Dookie era un paradosso irresistibile: 14 canzoni che parlano di disperazione detonate con uno zelo che ricorda i Who e la destrezza del pop che passa alla radio. Il cantante-chitarrista Billie Joe Armstrong l’ha definito il suo “diario su cosa significhi vivere come un ragazzo di strada” — desiderando disperatamente un legame con gli altri e frustrato a livelli atomici.

17. “Marquee Moon” Television (1977)

I Television passarono anni a farsi le ossa al CBGB, per arrivare a un sound tanto emozionante per la sua ambizione quanto lo era quello dei Ramones nella sua semplicità. Marquee Moon si ispira alla poesia surrealista e al free jazz, collegando i tratti psichedelici degli anni ’60 con l’aggressività. Il risultato è la prima – e più grande – icona della chitarra punk rock, facendo sembrare le crudeli strade di New York un parco giochi mistico.

16. “Milo Goes to College” Descendents (1982)

I Descendents di L.A. credevano che il loro debutto sarebbe stato il loro unico disco poiché il cantante Milo Aukerman stava per andare all’università. Lui riuscì a laurearsi in biologia, e i Descendents riuscirono comunque a diventare un’istituzione del pop-punk, riversando la rachitica rabbia per la loro miserabile vita borghese in I’m Not a Punk e Suburban Home aprendo al strada a moltissime band.

15. “New York Dolls” New York Dolls (1973)

“Quello che ha reso le Dolls influenti nel mondo del punk è stato l’aver dimostrato che chiunque avrebbe potuto farcela,” ha detto il cantante David Johansen. Aggressive, rozze, androgine e rumorose, sfrecciarono attraverso il gutter glam di Trash e Personality Crisis come una versione distorta dei Rolling Stones. Il debutto dei Dolls, prodotto da Todd Rundgren, trasuda sfacciataggine, uno dei motivi per cui l’impresario del punk Malcolm McLaren si è occupato di loro prima di assemblare i Sex Pistols.

14. “Dig Me Out” Sleater-Kinney (1997)

Quando Corin Tucker e Carrie Brownstein delle Sleater-Kinney proclamarono “I Wanna Be Your Joey Ramone” in Call the Doctor del ’96, stavano facendo una scommessa con se stesse e con la scena indie-rock degli anni ’90. Il successivo album della band, Dig Me Out, mantenne la promessa. Aggiungendo la potente batterista Janet Weiss, il punk femminista del trio di Olympia, Washington, assestò un bel colpo — dal rush gioioso di “Words and Guitar” al crudo tormento romantico di “One More Hour.”

13. “Zen Arcade” Hüsker Dü (1984)

Questo power trio del Minnesota ruppe tutte le regole dell’hardcore a tre accordi con la loro opera in doppio vinile — la storia di un giovane che fugge da una famiglia in pezzi e cerca la sua strada in città. Bob Mould e Grant Hart scambiavano versi ringhiati in esplosioni hardcore molto emotive, ma la musica sfociava nella psichedelia, in un rabbioso folk acustico, che culminano nei 14 minuti del pezzo strumentale di chiusura, Reoccurring Dreams.

12. “Horses” Patti Smith (1975)

Prima ancora che il punk esistesse, aveva già la sua regina — una poetessa del Lower East Side che fondeva il garage rock anni ’60 con Rimbaud per creare la propria visione estatica. Lavorando armoniosamente con il chitarrista Lenny Kaye, il pianista Richard Sohl e il batterista Jay Dee Daugherty (e anche con l’amico dei tempi del CBGB Tom Verlaine, che contribuì alla stesura del tributo a Jim Morrison, Break It Up), produsse la prima affermazione rilevante della scena newyorkese. La sua etichetta detestava la foto di copertina scattata da Robert Mapplethorpe, un’immagine innovativa come la musica all’interno.

11. “Singles Going Steady” The Buzzcocks (1979)

I Bozzcocks sfondarono le barriere del pop-punk con gemme estremamente orecchiabili che trattavano di afflizioni ormonali, come Orgasm Addict, fino al pezzo decisamente maturo che tratta della fine di una storia Oh Shit! (“Admit admit you’re shit you’re shit”). L’arma segreta del gruppo è sempre stato John Maher, batterista punk per eccellenza, che procede attraverso Ever Fallen In Love? come se fosse il responsabile di un seminario sulla sessualità umana caduto nello scompiglio più orribile.

10. “Nevermind” Nirvana (1991)

“Punk rock dovrebbe significare libertà,” disse in un’intervista Kurt Cobain proprio quando, con i Nirvana, stava diventando il messia dell’alt-rock. Sebbene ne trovasse il sound raffinato imbarazzante, Nevermind esplose come una granata nel mainstream americano, trasformando i balli delle scuole medie in mosh pit con musica che incarnava il punk rock dei sogni di Cobain, e che i ragazzini metallari con cui era cresciuto nella parte rurale di Washington avrebbero potuto amare.

9. “Los Angeles” X (1980)

Gli X erano fin troppo artistici per trovarsi a proprio agio nella scena hardcore di L.A. — la coppia formata da John Doe ed Exene Cervenka cantava di L.A. come di un incubo surreale pieno di drogati psicotici e registi di Hollywood esauriti, accompagnati dalla chitarra rockabilly di Billy Zoom. Il loro produttore era Ray Manzarek dei Doors; alla sua morte gli tributarono una versione di Soul Kitchen che avrebbe fatto scappare Jim Morrison via dalla paura.

8. “Damaged” Black Flag (1981)

“We! Are tired! Of your abuse! Try to stop us! It’s! No uuuuuuse!” I Black Flag non si tirarono indietro, perfezionando l’hardcore di L.A., con la chitarra distorta di Greg Ginn e la furia tossica dei muscoli di Henry Rollins. Damaged li mise in contrasto con un’etichetta major, che si rifiutò di pubblicarlo e lo denunciò come un “disco contro i genitori.” E lo è — per non dire contro la polizia, la TV, la birra e, beh, un sacco di altre cose.

7. “Double Nickels on the Dime” Minutemen (1984)

Questi simpatici proletari della città portuale di San Pedro, California, privi di pretenziosità e con una buona parlantina, facevano analisi politiche che andavano dritte al sodo, vedi “The Roar of the Masses Could Be Farts.” Nel corso dei 45 pezzi di questo classico doppio album, il chitarrista D. Boon e il bassista Mike Watt dialogano di un’amicizia durata tutta una vita che affonda le radici in valori punk condivisi — come dice Boon in History Lesson, Pt. 2, “La nostra band potrebbe essere la tua vita.” Si cimentano inoltre in jazz noodling e folkie picking, producendo anche cover di Creedence Clearwater Revival, Steely Dan e Van Halen. Questo eclettismo esplosivo influirà su band dai Red Hot Chili Peppers ai Pavement. Ma proprio quando stavano iniziando a ricevere una misura di interesse nazionale, Boon fu tragicamente ucciso nel 1985 in un incidente automobilistico, subito dopo il rilascio dell’ultimo album della band, 3-Way Tie (For Last).

6. “Pink Flag” Wire (1977)

Nessun album ha riassunto le possibilità infinite della semplicità radicale del punk meglio di questo debutto di 21 pezzi in 35 minuti. R.E.M., Spoon e Minor Threat sono solo alcune delle band che hanno realizzato cover da Pink Flag, che spazia dal cubo di Rubik hardcore che è “1 2 X U” all’incubo da tabloid di 28 secondi Field Day for the Sundays a “Fragile,” la prima canzone d’amore carina del punk. “Un album perfetto,” ha detto Henry Rollins dei Black Flag.

5. “Entertainment!” Gang of Four (1979)

Fondendo James Brown e l’hip-hop delle origini con l’asciuttezza dei Ramones, i Gang of Four erano un’autentica forza rivoluzionaria nella loro ricerca della giustizia per il proletariato. Il quartetto di Leeds intrecciava la critica marxista in stretti nodi di funk rabbioso e un sincopato quasi disco, graffiati dagli affondi vivaci del chitarrista Andy Gill.

4. “Funhouse” The Stooges (1970)

“Gli Stooges erano l’incarnazione perfetta di come dovrebbe essere la musica,” ha detto Thurston Moore dei Sonic Youth. Nel secondo album della band di Detroit (prodotto dal tastierista dei Kingsmen Don Gallucci), ciò significava un garage primitivo ben 10 anni prima del tempo. Il chitarrista Ron Asheton picchiava meno accordi possibili (in T.V. Eye ce n’è solo uno), mentre Iggy Pop iniettava psichedelia da bad trip e R&B metallico in crisi ormonali che hanno ispirato generazioni di cattivi ragazzi repressi nella sfera del noise.

3. “Never Mind the Bollocks Here’s the Sex Pistols” The Sex Pistols (1977)

“Se le sessioni fossero andate come volevo io, sarebbe stato inascoltabile per la maggior parte delle persone,” ha detto il cantante dei Sex Pistols Johnny Rotten. Per milioni, lo fu. Ma quando l’unico album ufficiale dei Sex Pistols scagliò un attacco frontale sulle classifiche pop del Regno Unito, i versi ringhiati su aborto e anarchia di Rotten terrorizzarono una nazione. Il risultato resta il Discorso della Montagna del punk rock, e i suoi echi sono ovunque.

2. “The Clash” The Clash (1977)

Il 3 aprile del 1976, la band londinese 101ers suonava con i cattivi ragazzi di strada dei Sex Pistols. Il futuro era “proprio davanti a me,” ha rammentato il cantante-chitarrista dei 101ers, Joe Strummer. Un anno dopo, Strummer era la voce provata dei Clash e finì nella Top 20 del Regno Unito con l’eponimo, fiammeggiante debutto della sua nuova band, una raffica distorta di rabbia e un cantato da coro di strada che trasformò il punk inglese da rissoso caos adolescenziale in arma sociale grazie a pezzi come White Riot, London’s Burning e I’m So Bored With the U.S.A.. Strummer e il co-compositore, il chitarrista Mick Jones, non avevano il dibattito nel sangue; il manager-burattinaio Bernie Rhodes li spinse a trattare di varie questioni. Ma l’effetto — fomentato dal bassista Paul Simonon e il batterista originale Terry Chimes — fu sostanziale. La nascita di una rivoluzione.

1. “Ramones” Ramones (1976)

Quando a febbraio 1976 i Ramones incisero il loro album di debutto spendendo $6,400, il piano era semplice: “Eliminare il superfluo e concentrarsi sulla sostanza,” come l’ha messa giù Tommy nel 1999. Ma la genialità del disco più influente e durevole — come quattro diversi reietti provenienti dal mondo convenzionale della gioventù americana abbiano creato una tale furia – è ancora oggi difficile da definire. L’affusolatissimo cantante Joey era un ragazzino tutto pop mentre cantava Hey ho, let’s go! all’inizio di Blitzkrieg Bop. Il chitarrista Johnny riassunse le tecniche di Dick Dale e Bo Diddley nell’ermetico, vivace staccato di Beat on the Brat e Loudmouth. Il bassista e paroliere principale Dee Dee scriveva di ciò che conosceva (droga, angoscia, prostituzione) con arguzia. E il batterista Tommy, ex-ingegnere acustico per le incisioni di Jimi Hendrix, co-produsse i Ramones, salvaguardandone concisione e purezza. “Credevamo di poter diventare la più grande band al mondo,” ha ricordato Johnny. In un certo senso, lo sarebbero stati. È qui che tutto ebbe inizio.

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