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I 20 migliori dischi hip hop del 2019

Da Polo G a Roddy Ricch, da Megan Thee Stallion a DaBaby, negli ultimi 12 mesi sono stati i rapper emergenti a pubblicare gli album più convincenti. Ecco le scelte di Rolling Stone America

Se il 2018 è stato l’anno del ritorno dei grandi come Drake, Nicki Minaj, Kanye West e Jay-Z, il 2019 è stato l’anno degli emergenti. DaBaby lo ha aperto e chiuso con Baby on Baby e Kirk; Megan Thee Stallion s’è affermata rapidamente come una delle autrici di testi più carismatiche della sua generazione; Roddy Ricch ha sfornato un successo al mese prima di pubblicare l’eccellente Please Excuse Me For Being Antisocial. Da Chicago è emersa una nuova scuola di rapper capitanata da Polo G e Calboy, che ha dato profondità emotiva alla scena locale solitamente nichilista. Intanto, i quasi-veterani Young Thug e Tyler, the Creator facevano dischi che, col senno di poi, somigliavano a incoronazioni. Loro due e i Brockhampton hanno pubblicato i loro dischi migliori convincendo pubblico e critica. Finite le doverose premesse, ecco i migliori album hip hop dell’anno.

20. “Hollywood’s Bleeding” di Post Malone

Pur avendo mosso a malapena un dito per gran parte del 2019, Post Malone ha dominato l’anno, rastrellando centinaia di milioni di stream con i singoli del 2018 come Sunflower e Wow. Altre star sono rimaste fedeli al loro sound, spaventate dall’idea di alienarsi ascoltatori con infinite opzioni a portata di mano. Lui ha scelto di non fare Wow Part 2. Al contrario, Hollywood’s Bleeding evoca i Tame Impala (Circles), il classic rock (Take What You Want) e il pop-punk (Allergic). Qualunque cosa Malone tocchi diventa una hit. Se Ozzy Osbourne è attualmente il più vecchio performer che appare nella Top radiofonica, lo è grazie all’apparizione come ospite in Take What You Want.

19. “Snubnose” di Grip

Snubnose è uno dei pochi concept album che non collassano sotto il peso delle loro pretese. Brillante e violento, Grip da East Atlanta racconta il fascino magnetico e la repulsione verso le armi da fuoco. La voce demoniaca e acuta dell’antropomorfizzato Snubnose appare lungo tutto l’album. È un timbro alieno che a volte infastidisce, ma il progetto si salva grazie al livello di dettaglio di cui è capace Grip. “Non so dire da dove vengo, il mio numero di serie è stato limato”, recita He Is… I Am. Il resto dell’album suona come un thriller dove Grip racconta com’è cresciuto e la sua vita attuale d’artista. Attraverso momenti pieni di nostalgia – episodi di Gargoyles e Goof Troop, ciotole di Froot Loops, panini al burro d’arachidi e gelatina – Grip fa i conti col fatto d’essere sopravvissuto, con chi non è stato altrettanto fortunato e con l’oggetto che ha causato tanta distruzione.

18. “The Hood Dictionary” di NoCap

La malinconia è il cuore pulsante della musica di NoCap. I suoi vocalizzi passati per Auto-Tune fanno vibrare di rimpianto anche in mezzo a una festa. I testi del rapper dell’Alabama raccontano le tante sfumature della perdita, dalla morte alla carcerazione. La produzione tende a privilegiare la lentezza, la leggerezza, il senso di presagio. In The Hood Dictionary, NoCap passa la maggior parte del suo tempo a cercare di spiegare il presente e a fare i conti col passato. A settembre, si è consegnato alla polizia per aver presumibilmente sparato in un alloggio occupato ed è stato rilasciato in novembre.

First Day In è adatta a questi eventi, anche se poco ispirata. NoCap descrive dettagliatamente come si è ritrovato nella sua attuale situazione, ma sottolinea ancora più nettamente la vera tragedia della sua esistenza: “Non si sa come andarsene dal quartiere da cui vengo / È un crimine di cui nessuno parla”. Nell’arco di 16 canzoni, NoCap cerca di decifrare gli errori passati guardando di fronte a sé un futuro promettente. Nell’introduzione dell’album, rappa “Ho fatto dentro e fuori dal tribunale per cose che mi voglio lasciare alle spalle”, tre canzoni dopo dice “Tu cerchi di cambiare e loro ti tengono legato al tuo passato”. Alla fine del disco, NoCap non sembra aver trovato una risposta definitiva. È la vita.

17. “FOTO” di Kota the Friend

Quest’album è caldo e pacato, pieno di morbido boom-rap, tastiere scintillanti e programmazioni fredde. Kota the Friend l’ha prodotto in buona parte da solo. Riesce spesso a trovare un campionamento assassino, che si tratti dell’aria da bossa nova che sta alla base di Hollywood o delle note di chitarra di Mommy. In Backyard, che ha tutta l’aria della hit destinata ad esplodere, l’artista di Brooklyn usa un ritmo allegro, ma si rifiuta di essere troppo invadente. “È una vibrazione”, rappa. “Ci puoi ballare su, se vuoi”.

16. “Jesus Is King” di Kanye West

In autunno, dopo due anni tumultuosi e una serie di ritardi, Kanye West ha finalmente pubblicato il suo tanto atteso nono album solista. Ovvio che Jesus Is King non sarà in cima alle preferenze dei suoi fan, ma mostra chiaramente il motivo per il quale ascoltiamo ancora Kanye, anche quando è frustrante. Jesus Is King è pieno di momenti di genio – quasi ogni canzone ha una frase musicale, un’idea, un verso fenomenale – che però non cercano nemmeno di diventare canzoni geniali. Il risultato finale è un oggetto curioso, un’opera d’arte istantanea che sembra essere passata con estrema rapidità dalla mente di West ai servizi di streaming. Non è il suo disco migliore, ma un album deludente di Kanye è pur sempre migliore dei dischi di molti altri.

15. “Ghetto Gospel” di Rod Wave

Rod Wave sa cantare. Non si limita a raggiungere o tenere qualche nota, ma usa la voce per travolgere il mondo come una valanga biblica. In Ghetto Gospel, dimostra di avere un grande controllo vocale quando i suoi rap gutturali sfumano in un dolce tenore – entrambe le espressioni vocali vengono dalla tradizione delle chiese nere. Qua dentro ci sono sermoni confessionali (Dark Conversations), canzoni d’amore devozionale (Brace Face) e odi piene di soul alla grazia di Dio (Cuban Links), il tutto su accordi dolorosi, chitarre tenere e sassofoni impolverati. Ghetto Gospel è un disco virtuosistico e soprattutto l’esumazione lunga 14 canzoni dei demoni di un uomo.

14. “Eve” di Rapsody

Rapsody chiarisce fin da subito la posta in gioco. Le sue prime parole, su un campionamento di Strange Fruit di Nina Simone, sono: “Emit light, rap, or Emmett Till” (Emmett Till è il quattordicenne torturato e ucciso nel 1955 per motivi razziali nel Mississippi, un caso epocale a cui anche Bob Dylan dedicò una canzone, ndr). Questo denso concept album di 16 pezzi, strutturato intorno all’omaggio a diverse incarnazioni della femminilità nera, è allo stesso tempo un capolavoro e un disco intimo. Sulla scorta di campionamenti che vanno da Phil Collins a GZA a Björk, la trentaseienne neo tradizionalista della North Carolina affronta un’industria musicale ostile alle voci fuori dal coro, come la sua. “Gli uomini bianchi ci comandano / Non vogliono questo tipo di passione”, dice. “La storia di una donna nera? Non vogliono questo tipo di rap”.

13. “Bandana” di Freddie Gibbs & Madlib

Dai vecchi campionamenti al baritono di Freddie Gibbs, l’iniziale Freestyle Shit suona subito famigliare. A un certo punto, però, Gibbs dimezza il tempo per qualche misura. È un trucco tipico dei due veterani di Bandana. L’album è pieno di nostalgia per i tempi in cui gli MC rappavano davvero e i produttori campionavano davvero i dischi. L’album suona come il sogno bagnato di un tradizionalista, ma Gibbs e Madlib s’inventano un sacco di cose inedite dimostrando che l’arte migliore, anche quando si basa su elementi famigliari, crea sempre qualcosa di nuovo. E questo duo rapper-produttore è fra i migliori in circolazione.

12. “Death Race For Love” di Juice WRLD

La morte del giovane Juice WRLD in dicembre è tragica anche per quel che il mondo ha perso dal punto di vista musicale. “La gente dice che nella mia musica sente l’influenza del rock, dei Blink-182, dell’emo, ma quest’album puoi sentire l’influenza di… tutto”, ha detto a Rolling Stone prima dell’uscita del secondo disco Death Race For Love. “Ho canzoni per la trap house e per i balli scolastici, canzoni per i Caraibi, per i rave, per i balli lenti”. Aveva ragione: Death Race è il suono di un musicista curioso e inventivo che si muove in ogni direzione possibile. Juice WRLD è riuscito a gestire con l’abilità di un giocoliere tutte queste influenze, sposandole con un modo di rappare afflitto. Non è il miglior album dell’anno, ma è il tipo di disco che ti fa rimpiangere il fatto di non poter sentire più musica di questo ragazzo.

11. “Wildboy” di Calboy

Envy Me di Calboy ha fatto boom nei servizi di streaming alla fine del 2018 grazie a un campione vocale assillante e a una performance vocale ipnotica e riverente anche quando Calboy lancia minacce omicide. Wildboy ripete egregiamente questo concept nell’arco di dieci canzoni essenziali confezionate con l’aiuto di melodisti non dissimili (Lil Durk, Polo G, Young Thug) oltre a veterani sulla stessa lunghezza d’onda (Meek Mill, Yo Gotti). L’album passa rapidamente dalla tragedia all’atteggiamento di sfida e viceversa. Nella cupa Ghetto America Calboy sembra traumatizzato, ma un attimo dopo torna padrone di sé. In Caroline, il passaggio avviene in una sola frase: “Told my brother, ‘I love ya, cross me, I’ll take you out’”. I momenti più tranquilli sono anche i più tosti.

10. “Anger Management” di Rico Nasty

Per 18 minuti e nove canzoni, la rapper del Maryland Rico Nasty sembra sempre sul punto di esplodere. La rabbia cui fa riferimento il titolo Anger Management – lavoro attribuito alla coppia formata con il produttore Kenny Beats – è la rabbia dei giusti. Sopra beat intensi e spezzettati, Rico se la prende gli ostacoli che ha dovuto superare nel suo cammino verso la celebrità: gli uomini che cercavano di controllarla, le persone che volevano disperatamente trattenerla, i finti parenti, le imitatrici e il premio finale su cui mette le mani solo chi non molla mai. In Cheat Code proclama: “Non posso aspettare che un negro venga a salvarmi”, su Hatin, che campiona Dirt Off Your Shoulder, costruisce il ritornello attorno a un consiglio saggio: “Sai che questi niggas odiano le bitches, vai dritta per la tua strada, non dargli retta, amica”. Canzone dopo canzone, la lotta si placa e i beat da furiosi diventano riflessivi. “Avevo molta rabbia accumulata da buttare fuori”. Questa rabbia ha contribuito ad assicurarle un posto nell’hip hop, ma non è l’unica storia che può raccontare.

9. “Terror Management” di Billy Woods

A meno di due minuti dall’inizio di Terror Management, ti viene chiesto di immaginarti con un’antenna che ti spunta dalla testa, con una famiglia che aspetta con ansia la notizia della tua morte mentre tu ridi felice “ordinando film con le zampette divaricate”. Questo è Billy Woods: un Kafka cresciuto ascoltando Chuck D. Il misterioso rapper di Brooklyn ha pubblicato due album quest’anno. Laddove Hiding Places uscito in marzo si basava su un paio di temi, Terror Management va in mille direzioni diverse. A un certo punto, Woods trasforma la vita dei suoi antenati in una sorta di parabola, mentre in un altro scappa da un macellaio che lo ha riconosciuto (“Dimenticavo che i bianchi sono poliziotti nati”). Per tutto il tempo, fa bella mostra della padronanza del tono, della sintassi e dei tanti modi di fare ironia, in mezzo a cibo che va a male e con una famiglia che ha i giorni contati.

8. “Ginger” dei Brockhampton

I Brockhampton, la boy band nata su internet, sono stati protagonisti di un’ascesa fulminea. E l’hanno pagata cara. Dopo l’uno-due-tre di dischi pubblicati nel 2017 che li ha trasformati in celebrità, qualcosa s’è rotto. “Ho avuto una crisi di identità”, ha spiegato Joba, uno dei produttori del gruppo, “una crisi esistenziale”. Ginger fotografa il gruppo una volta superata questo momento di crisi: più sensibile, meno rabbioso, influenzato dall’r&b anni ’90. È un disco maturo, la pietra angolare su cui costruire una carriera. Fino alla prossima crisi.

7. “Fever” di Megan Thee Stallion

“Nove volte su dieci, sono la stronza peggiore che puoi incontrare”, dice Megan Pete, 24 anni, nel suo primo LP. Megan Thee Stallion mette in connessione la tradizione rap femminista di Roxanne Shante e MC Lyte ai suoni palpitanti di Houston, la città da cui proviene. Mette i suoi piaceri intimi al centro della narrazione nelle sconce ed esibizionistiche Sex Talk e Pimpin’, si vanta di essersi trasferita nei sobborghi e scivola in una certa morbidezza r&b in Big Drank e Best You Ever Had Had, ma tiene la barra dritta e piazza versi potenti praticamente in ogni pezzo.

6. “Kirk” di DaBaby

In un anno normale, un disco come Kirk avrebbe trasformato il suo autore una star e si sarebbe classificato in cima alle classifiche di fine anno. Ma per DaBaby non è stato un anno normale. La star del North Carolina fa rap con una forza persino eccessiva – a volte è come se stesse cercando di sopraffare il ritmo – la qual cosa lo rende ipnotico. Non aveva bisogno di pubblicare due dei migliori album dell’anno nel giro di nove mesi, ma ora che abbiamo imparato a conoscerlo non ci aspetteremmo da lui niente di diverso. Kirk è buono quanto Baby on Baby, ma non è altrettanto alto in classifica perché gli manca l’effetto sorpresa. Sapevano che DaBaby stava tornando, non ci aspettavamo era avesse ancora tutta quell’energia.

5. “IGOR” di Tyler, the Creator

La gente ha cominciato a conoscere Tyler, the Creator all’inizio del decennio come membro degli Odd Future Wolf Gang Kill Them All, quando il suo rap era abrasivo, polemico, provocatorio. Nel 2019, il rap di Tyler è diventato molto pop, anzi a volte fa proprio a meno del rap per cantare con sincerità disarmante. IGOR è stravagante e sorprendente – I Think è nu disco, mentre Are We Still Friends? rende omaggio alla leggenda del soul Al Green – e non ha un pezzo radiofonico forte. Un tempo sarebbe diventato un album di culto. E invece, nel 2019 Tyler è riuscito a battere Father of Asahd di DJ Khaled, che è come dire un filmone hollywoodiano, debuttando al numero uno in classifica.

4. “Baby on Baby” di DaBaby

Geolocalizzato, diretto, veloce, bello sicuro: Baby on Baby ha annunciato l’arrivo di una star. Il rapper della North Carolina dal sorriso brillante (in tutti i sensi) ha mostrato tutti i suoi talenti nel corso del 2019. La sua voce roca così singolare ha buon gioco sopra a beat dai bassi potenti, il suo flow è solenne e travolgente. Suge è uno dei pochi successi rap del 2019 che non si basa sulla melodia, ma su una valanga di barre che s’accumulano in un flow che sembra non finire mai. Walker Texas Ranger è il pezzo rap dal sapore Western più divertente dell’anno (sì, contando anche Old Town Road) e Goin Baby spiega in modo chiarissimo come l’improvvisazione può trasformare una normale canzone in un grande pezzo. Baby on Baby è stato lo sparo d’inizio. Nove mesi dopo, se ne sente ancora l’eco.

3. “Please Excuse Me For Being Antisocial” di Roddy Ricch

Roddy Ricch è giovane, ma sembra già una star matura. Se altri rapper emergenti come Megan Thee Stallion e DaBaby hanno reso il flow particolarmente denso, lui ha preferito battere la strada della sintesi. È a suo agio sia su un beat di Mustard, sia con Marshmello, sia quando collabora con il compianto Nipsey Hussle. Non solo: è riuscito a pubblicare un disco tutto basato sulle sue armi migliori – l’orecchio per le melodie e la capacità camaleontica di adattarsi ai beat – e assolutamente personale. Il risultato è Please Excuse Me For Being Antisocial, un album che ci dice che è nata una stella.

2. “So Much Fun” di Young Thug

Per sei anni Young Thug è stato incontenibile. Le scelte linguistiche pazzesche, le improvvisazioni selvagge, le melodie senza limiti, per non dire di vestiti, delle gonne e della fluidità di genere, hanno rinnovato un genere che aveva bisogno di un bello scossone. Eppure, dopo una serie di dischi lodati, ma deludenti dal punto di vista commerciale, la carriera di Thung s’è fermata. So Much Fun lo ha resuscitato. L’album è diretto e semplice, è Thug ridotto ai minimi termini. Non ci sono grandi concept, né svolte. La track list è piena di star (Future, J. Cole, Travis Scott), ogni beat è elementare e assieme dinamico. Dopo avere ceduto il palcoscenico ai suoi protetti Lil Baby e Gunna, Thug si è concesso alla stampa come mai prima e ha pubblicato un video dietro l’altro. Dopo aver passato anni a smontare l’hip hop e a ricostruirlo a propria immagine e somiglianza, Thug si è limitato in queste 19 tracce a osservare le regole del gioco. Facendolo, ha raggiunto lo status di star a cui tutti pensavano fosse destinato.

1. “Die a Legend” di Polo G

“Sono un killer, baby, mi dispiace, ma non posso cambiare”, recita il ritornello di Pop Out, gran successo di Polo G e pezzo forte del debutto Die a Legend. Nella bocca di qualcun altro, suonerebbe come una scusa di rito; in quella di Polo, esprime una preoccupazione sincera e tipica della sua musica. Il 2019 è stato l’anno del rap di Chicago e del suo suono melodico, doloroso, bellissimo. Polo G è il leader emergente di questa nuova generazione di rapper. Facile capire il perché. Die a Legend è un album che trasuda sicurezza ed è caratterizzato sia da un orecchio sensazionale per i beat, sia da grande sincerità. Polo riesce a trasformare in un attimo un pezzo festoso in una canzone piena di rimpianti. È veloce, sempre sulla linea che separa rap e canto. Non è un approccio inedito, ma Polo è talmente bravo da farla sembrare l’annuncio di qualcosa di nuovo.

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