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I 10 momenti top di Brian May con i Queen

Nel giorno del suo compleanno, ecco i grandi gesti chitarristici dell’alter ego creativo di Freddie Mercury, dall’assolo di ‘Killer Queen’ al riff di ‘Was It All Worth It’

Nominato recentemente miglior chitarrista rock della storia dalla rivista Total Guitar, Brian May è stato per vent’anni l’alter ego creativo di Freddie Mercury nei Queen. Autore di quasi la metà delle canzoni del gruppo, molte delle quali hit rimaste nell’immaginario comune, May è riuscito a superare anche quei pregiudizi che da sempre circondavano i Queen e i loro membri.

Il suono della sua Red Special, creata e personalizzata da lui stesso insieme al padre, resta uno dei più riconoscibili di sempre. In occasione del suo compleanno, abbiamo deciso di elencare i dieci momenti topici di un artista che non vuole saperne di ritirarsi dalle scene.

10L’uso del phaser in “Keep Yourself Alive”

Il primo brano che Brian May fece ascoltare a Mercury e il primo singolo dei Queen metteva già in luce tutta la maestria del chitarrista. Oltre alla cura maniacale per le armonizzazioni, Keep Yourself Alive spicca per l’utilizzo della tecnica del phasing sui nastri. «Erano tempi in cui si toglieva il nastro dalla testina in sync del registratore, gli facevi fare un paio di passaggi e lo riportavi alla testina play», raccontò May.

9L’orchestra ricreata in “Good Company”

Avete bisogno di un’intera orchestra, ma non avete il posto per ospitare decine di persone? Chiamate Brian May e ditegli di portare solo la chitarra. Un po’ quello che successe durante le sessioni di A Night at the Opera, quando, con la sua Red Special, May diede vita al suono di strumenti a fiato, ottoni e tutto ciò che gli passava per la mente per rendere più corposo il sound di Good Company. Inarrivabile.

8 Il solo in tre parti di “Killer Queen”

Il primo vero successo dei Queen è un brano che trasuda Freddie Mercury da ogni poro, ma cosa sarebbe stato senza il solo di May? Aggiunto solo all’ultimo (Brian era stato colpito da epatite), il passaggio fu il primo a dimostrare che Brian May poteva anche esibirsi al meglio in altre aree al di fuori dell’hard rock. Non a caso è uno dei suoi assoli preferiti.

7 Lo slide di “Drowse”
Contenuta in A Day at the Races, Drowse rappresenta uno dei brani più riusciti dell’album e dei migliori in assoluto scritti da Roger Taylor. Eppure, quell’aura di malinconica apatia che permea l’intero pezzo è dovuta in gran parte al sound di May che, cosa che accadde ben di rado, decise di utilizzare lo slide per tutti i tre minuti e 52 secondi del pezzo.

6 Il tappeto sonoro di “Bijou”
Per creare la funerea introduzione alla conclusiva The Show Must Go On, Brian decise di ispirarsi all’amico Jeff Beck e alla sua Where Were You. Il tappeto sonoro fatto di Red Special e synth rimane una delle performance più toccanti di May. La morte di Freddie impedì a Brian di suonarla dal vivo. Fino alla reunion del 2005 con Paul Rodgers, quando il musicista la suonò accompagnato dalla voce registrata di Mercury.

5 L’omaggio a Gallagher in “Tie Your Mother Down”
May idolatrava Rory Gallagher. Alla fine degli anni ’60, dopo averlo visto suonare, Brian gli chiese quale fosse il segreto del suo sound, facendolo proprio. Lo splendido assolo con slide di uno dei suoi pezzi più iconici è proprio un omaggio a colui che si rivelò fondamentale per creare il suono Queen.

4 Il delay di “Brighton Rock”
L’utilizzo del delay non era una novità nella Londra dell’epoca, ma nessuno ne aveva mai fatto un uso simile a Brian May nel brano di apertura di Sheer Heart Attack. «Lo usavo solo in quel periodo e credo non fosse mai stato usato in quel modo prima di allora», disse. «Non un repeat multiplo alla Hendrix, ma uno singolo, che ritorna, a cui a volte ne aggiungo un altro per ottenere un effetto simile a un soffio».

3 La magia di “Made in Heaven”
Brian era riuscito a redimere molti brani minori della discografia dei Queen grazie ai propri assoli. Per la traccia di apertura del loro disco postumo, May sfoderò uno dei suoi momenti più alti. Per alcuni, addirittura, il migliore dai tempi di Bohemian Rhapsody e We Will Rock You. Trenta secondi di pura magia.

2 Il riff di “Was It All Worth It”
In album dominato dalla sua chitarra, ma avaro di riff come The Miracle, May sparò tutte le sue cartucce alla fine. Considerato lo stato di Mercury, il gruppo concepì l’autobiografica Was It All Worth It come possibile ultima traccia della loro carriera. Le cose non andarono così, ma Brian tirò fuori dal cilindro il suo riff definitivo.

1 L’assolo di “Bohemian Rhapsody”
Che Boh Rhap sia stato un parto del solo Freddie Mercury lo sanno anche i sassi. Mercury compose tutte le parti, incluso il riff del segmento rock finale. Eppure, non pianificò un assolo fino a quando May non gli disse che in quel punto ce n’era bisogno per rendere migliore la transizione verso la parte operistica. Un solo di un’espressività rara, che amplificò il lavoro del compagno e finì per essere annoverato tra i migliori della storia del rock.