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I 10 migliori album solisti dei Genesis

Tutti i membri storici della band inglese hanno avuto carriere soliste più o meno fortunate. Ma qual è il disco più bello? Meglio le sperimentazioni di Peter Gabriel o il pop d'alta classfica di Phil Collins? Tra i due litiganti...

I Genesis in sala prove nel 1974

Foto: Getty Images

I Genesis rappresentano un caso del tutto particolare nell’ambito della musica rock. Tutti e cinque i componenti della formazione storicahanno infatti dimostrato, nel tempo, di potere ottenere un vasto successo, artistico e/o commerciale, come solisti.

Chi non conosce le prodezze di Peter Gabriel e Phil Collins? Chi non ha fischiettato almeno un brano di Mike & The Mechanics? Quale prog fan non è andato in brodo di giuggiole per gli album di Steve Hackett o per certe cosette sparse di Tony Banks? Nelle loro carriere soliste questi signori hanno saputo tirare fuori dischi come minimo piacevoli e come massimo decisamente rivoluzionari. Con numeri di classifica pazzeschi, Collins in primis, seguito da Gabriel, poi da Rutherford con i suoi Mechanics, da Steve Hackett con i GTR e in alcune sortite soliste. Fanalino di coda il povero Tony Banks che si è dovuto accontentare di un esordio col botto seguito da diversi scivoloni qualitativi. Se poi pensiamo che le cinque teste di cui sopra possono diventare sei, aggiungendo il membro fondatore Anthony Phillips, la cosa si fa veramente miracolosa.

Da qui all’idea di una classifica che metta in fila i migliori dieci album solisti il passo è stato breve, con una precisazione: hanno avuto la precedenza i dischi firmati dai componenti con i loro nomi, evitando progetti paralleli come i già citati Mechanics, Brand X e GTR. Ma già con questi dieci c’è di che sbizzarrirsi, nonché rimanere a bocca aperta nell’accorgersi di tutti gli stili toccati dai nostri: pop, prog, folk, classica, elettronica, world music, acustica, jazz…. ad andare a scavare la lista sarebbe interminabile. I Genesis non sono solo eccellenti musicisti, ma autori con gli attributi al posto giusto, che hanno saputo spaziare in lungo e in largo attraverso i generi mettendo al primo posto la composizione, mai lo sfoggio tecnico fine a se stesso.

Non resta che immergersi nell’ascolto di queste opere, brandelli separati di un’unica grande saga musicale.

10. “No Jacket Required” Phil Collins (1985)

1985: nel cuore pulsante degli anni ’80, con i lustrini, le giacche con le spalline, i Duran e gli Spandau. In questi tempi solari e galvanizzanti il buon Phil tira fuori un album di pura eccellenza pop. Lo stesso personaggio che intonava One for the Wine o suonava la batteria in Supper’s Ready si trasforma in un hit maker da paura. No Jacket Required stravende in tutto il mondo e infiamma gli animi con le sue canzoni dotate di un afflato melodico e un tiro eccezionale. I puristi dei Genesis preferiscono tapparsi le orecchie, ma tutti gli altri si entusiasmano sulle note dalla scoppiettante Sussudio e di Don’t Lose My Number, o sognano sulle ali romantiche di One More Night e Long Long Way to Go (con Sting ospite ai cori). Si può dire tutto di Phil, ma non che non abbia saputo mettere in piedi brani pop coi controcazzi, uno dai cui ogni musicista e produttore ha di che imparare, allora come oggi.

9. “Face Value” Phil Collins (1981)

 

Il primo solista a fare un botto del quale ancora oggi si sente la eco è proprio Collins. Nel 1979, senza che nessuno ne sappia nulla, si mette a scrivere un pacchetto di canzoni che vengono letteralmente vomitate fuori a seguito del suo divorzio dalla canadese Andrea Bertorelli. Tra i brani ce n’è uno: si chiama In the Air Tonight. E ho detto tutto. L’album che seguirà il mastodontico successo della canzone (che, a ben sentire, non possiede spiccate caratteristiche commerciali) è ancora indeciso tra varie direzioni, ma sarà proprio questa varietà a renderlo vincente. C’è la ripresa di un brano del gruppo madre (Behind the Lines) resa fiatistica e funk, momenti jazz-rock memori dell’esperienza Brand X, intense ballate strappalacrime che rappresenteranno una delle più marcate cifre stilistiche del nostro e la cover della Tomorrow Never Knows beatlesiana, con Phil in acido. Poi tanto soul, r’n’b…. Roba che nessun fan ei Genesis si sarebbe mai aspettato. Ma Collins se ne frega e vince tutto.

8. “A Curious Feeling” Tony Banks (1979)

Tony Banks è la vera anima dei Genesis dell’era d’oro. Quello che ha tirato fuori le idee musicali più sinfoniche e romantiche dotate di particolarissime sequenze di accordi. Un brano per tutti: Firth of Fifth. Nel 1979, mentre Phil Collins prova l’impossibile pur di salvare il suo matrimonio, Banks e Rutherford si lanciano nella registrazione di due dischi solisti. Album che risentono del periodo di transizione prog-pop che i Genesis stanno vivendo, testimoniato da dischi come And Then There Were Three e Duke. Quello di Banks è un concept basato sul racconto di fantascienza di Daniel Keyes Flowers for Algernon (dal quale sarà tratto anche il film I due mondi di Charly), con diversi momenti che spingono in direzione sinfonica ma in maniera decisamente asciutta e mondata da ogni barocchismo. Le tastiere del protagonista (che suona anche chitarra e basso, mentre la batteria è affidata a Chester Thompson e il canto a Kim Beacon) si stagliano in primo piano, ma le sonorità e gli arrangiamenti sono quasi new wave. Altrove si fa vivo quell’afflato pop che caratterizzerà i Genesis del dopo Duke. Per sua sfortuna Banks non è dotato di quel guizzo che permetterà ai suoi colleghi il raggiungimento delle alte sfere delle classifiche, bellissime ma troppo particolari le sue armonie e melodie.

7. “Voyage of the Acolyte” Steve Hackett (1975)

Quello di Steve Hackett è il primo album solista di un componente dei Genesis, registrato in un periodo difficile sfociato poi nella dipartita di Peter Gabiel. In seno alla band il chitarrista ha sempre sofferto di una sorta di complesso di inferiorità, specie quando le sue idee musicali venivano messe da parte a favore di quelle dei due fondatori, Banks e Rutherford. L’album solista diventa così l’occasione per mettere su nastro gli spunti rifiutati dal gruppo madre. In Voyage of the Acolyte (concept basato sugli arcani maggiori dei Tarocchi) si scopre l’indole tesa alla sperimentazione di Hackett (vedi brani tra prog, jazz e stamberie assortite come Ace of Wands e A Tower Struck Down) così come il suo animo romantico (nell’accezione sette-ottocentesca del termine), fautore di melodie indimenticabili: quella affidata al flauto di Hands of the Priestess e quella per la voce angelica di Sally Olfield in Shadow of the Hierophant. Da segnalare in tutto il disco la presenza della sezione ritmica della band madre, Collins e Rutherford, col primo a esibirsi anche con la voce in Star of Sirius (dotata di un commovente intermezzo per tastiere e oboe). Infine una copertina che sembra fatta apposta per colpire al cuore i fan del prog, opera di Kim Poor, all’epoca musa del chitarrista.

6. “Smallcreep’s Day” Mike Rutherford (1979)

Per lo Smallcreep’s Day rutherfordiano vale lo stesso discorso fatto per il primo solista di Tony Banks. Partorito in un momento di pausa dalla band mette in scena un post prog con diversi accenni pop che nel caso di Mike sono assolutamente azzeccati, prova ne sarà il suo successo con i Mechanics. Ma ciò che determina la grandezza del disco è l’omonima suite in sette movimenti che occupa l’intera prima facciata, basata su un racconto satirico e surreale sulla moderna vita industriale scritto da Peter Currell Brown. Un labirintico percorso che si dipana dalle atmosfere tastieristiche (allo strumento c’è Anthony Phillips) di Between the Tick and the Tock, si inoltra nel folk-pop di Working in Line, si cala nelle oscurità di After Hours, si apre al pop di Cats and Rats (In This Neighbourhood), si “ambientalizza” in Smallcreep Alone ed esplode nei due capolavori prog finali: la strumentale Out into the Daylight (proposta spesso dal vivo da Elio e le Storie Tese) e la struggente At the End of the Day. Ad accompagnare Mike (che furoreggia al basso e non si fa maledire alla chitarra) un fuoriclasse come Simon Phillips alla batteria e la grande voce di Noel McCalla. Sul lato B la romantica melodia di Time and Time Again dimostra che Mike è uno che con le canzoni ci sa proprio fare.

5. “So” Peter Gabriel (1986)

Peter Gabriel è uno dei colossi della musica moderna. Uno che quando se ne è andato dai Genesis ha fatto urlare al tradimento e, quando è uscito So, anche alla commercializzazione. In realtà Peter è quello che ha fatto sua più di tutti la vera filosofia del prog rock: una musica senza barriere, aperta a ogni influenza, a tratti anche vicina al pop, ma un pop sempre carico di inventiva e sorprese, mai banale. In fondo gli album di Gabriel sono quello che i Genesis sarebbero stati se lui non se ne fosse andato, un gruppo realmente “progressivo”. Con So si apre un’altra porta, il pop entra a gambe tese e sbaraglia tutto. Phil Collins lo dice nella sua autobiografia, ha sempre invidiato Peter per la sua capacità innata di costruire brani altamente “artistici” che sanno però giungere a una gran massa di persone. Collins è per un pubblico poco avvezzo alle stranezze, in So Gabriel mette d’accordo tutti. Per il resto bastano i titoli: Sledgehammer, Don’t Give Up, Red Rain, In Your Eyes

4. “III” Peter Gabriel (1980)

Il Peter sperimentale (quasi) al suo meglio. Si diceva della filosofia del prog presa in carico dal nostro, che qui svuota invece che riempire. Chi lo avrebbe mai detto; ELP, Yes e compagnia sinfonica non lesinavano certo barocchismi, ma oramai siamo nel 1980, si viene dal punk e dalla new wave, la parola d’ordine è ridurre all’osso, essenzialità. E così fa Gabriel, addirittura leva i piatti dalla batteria e la rende elettro-tribale, usa un chitarrista che meno virtuoso non potrebbe essere, assottiglia i suoni di tastiere, mette in campo una voce nuda, acida. Il risultato fa urlare di gioia: musica evocativa e rivoluzionaria, canzoni eccelse che sono viaggi che partono dall’interno della più sordida psiche (Intruder) e sfociano nel più intenso dei tributi a un uomo che ha dato la vita per la libertà (Biko). In III la musica di Peter ingloba il mondo, si fa elettronica, acustica, africana, orientale, minimalista, pop, tribale… Il senso stesso del prog torna a galla a ogni nota.

3. “Spectral Mornings” Steve Hackett (1979)

In copertina Steve esce fuori da un sogno e si incarna in sembianze umane. Sono passati quattro anni dal suo esordio solista, nel frattempo ha pensato bene di lasciare i Genesis (il motivo è lo stesso che lo aveva portato all’incisione di Voyage of the Acolyte, il troppo poco spazio riservato alle sue composizioni) e ha inciso il bello ma ancora confuso Please Don’t Touch. L’Hackett che arriva a Spectral Mornings è un uomo nuovo, ha messo in piedi una sua band e ha composto una serie di brani di grande bellezza e fascino. Steve scopre che ama spaziare, anche lui come Gabriel armonizza mondi disparati, magari lo fa in maniera meno geniale, ma lo stimolo è lo stesso. Dalla scattante Every Day (assolo finale da urlo e quella nota da 5:20 il cui declivio vorresti non finisse mai), passando per la magia acustica di The Virgin and the Gypsy, l’oriente sintetizzato di The Red Flower of Tachai Blooms Everywhere, l’apocalisse di Clocks – The Angel of Mons, fino all’ironia di The Ballad of the Decomposing Man (featuring “The Office Party”), con addirittura spunti salsa. La seconda facciata poi è il tripudio, tre brani legati l’uno all’altro con la melodia del flauto di Lost Time in Cordoba a toccare alte punte di lirismo, la battagliera Tigermoth e l’apice della title track, la più bella melodia creata da Steve nella sua carriera.

2. “IV” Peter Gabriel (1982)

III finiva con Biko, tamburi ossessivi e due canzoni, Ngomhla sibuyayo e Senzeni Na?, cantate al funerale dell’attivista sudafricano. Da lì all’Africa nera il passo è breve. IV si immerge in un mondo in penombra fatto di riti antichi. Non un’Africa da cartolina, ma l’essenza stessa del continente che viene messa accanto ai più moderni ritrovati elettronici (il Fairlight CMI, primo computer musicale) per dare vita a qualcosa di inaudito. Già in quegli anni Eno cerca il suo “quarto mondo” fondendo tribalità e modernità, Gabriel fa di più, ci costruisce delle canzoni, di cui almeno una (Shock the Monkey) si trasforma in un successo planetario. IV è però anche il diario del viaggio di Carl Gustav Jung alle prese con ritmi che sconvolgono la percezione, è la vivida descrizione dell’iniziazione di un giovane guerriero Apache, il ricordo dei Desaparecidos sudamericani, la discesa nell’anima oscura del continente, il desiderio e la ritrosia del contatto umano, il ritmo sciamanico e liberatorio che porta a galla il puro istinto. Un Peter Gabriel unico, mai più così centrato nella ricerca del suono, della parola, dell’esplorazione.

1. “The Geese & The Ghost” Anthony Phillips (1977)

Anthony Phillips è colui che con Tony Banks, Mike Rutherford e Peter Gabriel ha fondato i Genesis. I quattro erano compagni di scuola ed erano molto indecisi a riguardo del loro futuro artistico. In questo frangente Ant fornisce entusiasmo e idee, indica una direzione che poi si traduce nel vero inizio dell’avventura: Trespass. Da lì a poco la sorpresa, Ant abbandona: paura del palco, una storia finita malissimo, tante cose che non quadrano. I Genesis arrivano sull’orlo dello scioglimento come mai succederà nella loro carriera, nemmeno l’abbandono di Peter Gabriel provocherà tanto sconquasso. Poi fortunatamente i ragazzi si riprendono, tirano dentro Collins e Hackett e ripartono sul serio. Ma l’influenza di Ant si farà sentire in tutta la fase aurea della loro carriera. Per questo The Geese & The Ghost è il disco solista più importante, perché mette in scena un suono che torna a Trespass e ricorda a tutti che senza Ant non ci sarebbero stati né i Genesis né tutti i dischi di cui abbiamo finora parlato.

Per il resto c’è solo da godere di un album in larga parte acustico, pastorale, evocativo e incantato come un tramonto nella campagna inglese. Con Phil Collins alla voce in un paio di brani e Mike Rutherford a dividersi con il leader tutte le corde, tanto che nelle intenzioni originarie The Geese & The Ghost sarebbe dovuto uscire a nome dei due. Un disco pubblicato nel momento più assurdo in cui si poteva pubblicarlo, proprio nel mezzo dell’esplosione punk… Ma in fondo, pensandoci, cosa c’è di più punk che fare uscire nel 1977 un disco del genere?

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