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Fabrizio De André, un artista eterno in 10 canzoni

Cadono oggi i 20 anni dalla morte di Faber, musicista che ha segnato come nessun altro la cultura italiana del secolo passato. Lo ricordiamo con alcuni dei suoi pezzi indimenticabili, dai grandi classici a quelli più sperimentali

Fabrizio De Andrè è morto alle 2 e 30 dell’11 gennaio 1999 all’Istituto dei tumori di Milano, a 58 anni che stavano per diventare 59. Era ricoverato da un mese e mezzo circa, i medici gli concessero di trascorrere a casa il giorno di Natale. È stato qualcosa di più di un grande della musica e della cultura italiana contemporanea, e oggi, 11 gennaio 2019, a venti anni esatti dalla morte, nella sua Genova una giornata di eventi lo commemorerà. Noi lo celebriamo con dieci pezzi che tracciano uno degli infiniti percorsi possibili nella sua carriera unica.

La ballata del Miché (1961)

Nonostante sia stata scritta quando De André aveva poco più di 20 anni, La ballata del Miché contiene già molti dei temi fondamentali della sua poetica: la solidarietà verso gli ultimi, la denuncia dell’intransigenza della legge, il binomio amore/morte. Accompagnato da un arrangiamento ispirato alle sonorità dei chansonnier francesi, De André racconta la storia di Miché, un uomo che si toglie la vita perché incapace di scontare la sua condanna in carcere lontano dalla donna che amava, e per cui aveva ucciso. Nella ballata, il suicidio non è raccontato come un gesto di disperazione, ma di coraggio: Miché si uccide per rendere il suo amore eterno, perché una vita lontana dalla sua Marì non era degna di essere vissuta. Il brano si conclude con un’accusa alla mancanza di pietà della Chiesa – il corpo di Miché viene gettato in una fossa comune, come si faceva con i suicidi – e con un piccolo cenno di speranza: “domani Miché / nella terra bagnata sarà / e qualcuno una croce col nome e la data su lui pianterà”.

Amore che vieni, amore che vai (1966)

Nel 2009, per il decennale della scomparsa di Faber, più di 100 radio italiane hanno trasmesso in simultanea la stessa canzone: Amore che vieni amore che vai. Pubblicata nel 1966 come lato B del singolo Geordie, Amore che vieni amore che vai è uno dei brani più suonati del catalogo di De André – la cover di Battiato è indimenticabile -, e parla d’amore. Anzi, di tutti gli amori, perché tutti gli amori sono destinati a passare come passano le stagioni. È una canzone essenziale, semplice, universale. Non ha bisogno d’interpretazioni, e nemmeno di parole che non siano quelle del suo testo. Un capolavoro.

Preghiera in gennaio (1967)

“L’ho dedicata a Tenco. Scritta, o meglio pensata nel ritorno da Sanremo dove c’eravamo precipitati io, la mia ex moglie Enrica Rignon e la Anna Paoli. Dopo aver visto Luigi disteso in quell’obitorio (fuori Sanremo peraltro, perché non ce l’avevano voluto) tornando poi a Genova in attesa del funerale che si sarebbe svolto due giorni dopo a Cassine, mi pare, m’era venuta questa composizione”, ha detto De André di Preghiera in gennaio, scritta in memoria dell’amico Tenco, ritrovato senza vita nella propria stanza d’albergo nel 1967. È una preghiera laica, di misericordia, più una poesia che una canzone, con cui De André chiede che il suo amico venga accolto in paradiso insieme a tutti i suicidi: “Signori benpensanti / spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi / Dio, fra le sue braccia / soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte / che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”.

Il testamento di Tito (1970)

La buona novella è un album rivoluzionario nel suo essere apparentemente controrivoluzionario. Nei mesi più fervidi della contestazione De André dà vita a una reinterpretazione allegorica dei Vangeli Apocrifi, con cui mette così in scena la versione più umana di Gesù di Nazareth e dei suoi sodali. Il testamento di Tito, in un crescendo musicale che dalle sole note di accompagnamento di una chitarra vede l’ingresso durante le strofe degli altri strumenti, è il punto di vista del ladrone Tito sui Dieci Comandamenti. La sua figura rende relativi gli imperativi più sacri che ci siano – quindi, a maggior ragione, ogni legge fatta dall’uomo -, e va all’attacco dell’ipocrisia di chi ogni giorno pretende che qualcuno finisca sulla croce.

La collina (1971)

Il brano che apre il terzo concept album dell’artista genovese, basato sull’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Sul proscenio, in questo prologo, non c’è uno dei morti del cimitero più celebre della letteratura, ma la totalità dei loro corpi senza vita e delle loro anime. De André si chiede dove siano Elmer, Bert e Tom uccisi chi in una rissa e chi in galera, e poi Maggie, che in un bordello ha tirato il suo ultimo respiro. “Dormono tutti sulla collina”, come ripete il cantautore in un ritornello impetuosamente evocativo. Al resto pensa l’effetto colonna sonora dell’intro musicale, il modo migliore per aprire le danze di un’opera maestosa.

La canzone del padre (1973)

Il disco più tormentato e contestato – soprattutto da chi avrebbe avuto più strumenti per capirlo – di De André, che nel suo modo di affrontare la politica senza calcoli rivela una volta di più la sua libertà e grandezza. In questa canzone l’impiegato protagonista del disco, travolto dalla febbre onirica della devastazione, prende il ruolo che era di suo padre nella società “rinata” dopo lo scoppio – virtuale – della sua bomba. Ma la vita borghese e il potere si rivelano presto una grande delusione, perché il sistema non fa che rinnovare se stesso e fare girare ciascuno di noi assieme ai suoi ingranaggi.

La cattiva strada (1974)

Il De André più “americano” emerge in questa ballata scritta con Francesco De Gregori nella casa in Gallura, tra sigarette e bicchierini appena svegli. È un viaggio armonioso eppur ossessivo, quello che si snoda attorno ai tre accordi del brano, per raccontare il percorso di un uomo verso il rifiuto di ciò che è giusto solo perché imposto. Come sempre De André raggiunge vette di empatia verso i suoi personaggi, soprattutto chi fa scelte non semplici o sbagliate. Chi, come in questo caso, mette in discussione se stesso e si mette in cammino, deviando dal tracciato stabilito e assumendosene ogni conseguenza. 

Creuza de mä (1984)

Sono stati versati fiumi d’inchiostro su Creuza de mä, l’album nato dalla collaborazione artistica tra De André e Mauro Pagani e pubblicato nel 1984. Qui ci limiteremo a dire l’essenziale. Creuza de mä è il punto d’arrivo di una carriera enorme, frutto di un’operazione di archeologia sia musicale che linguistica e allo stesso tempo un fondamentale dell’allora nascente world music – Graceland di Paul Simon uscirà due anni dopo, nel 1986. Scritto in dialetto genovese, e suonato con strumenti della tradizione mediterranea e nordafricana, Creuza de mä è un disco sul mare, sul viaggio senza fine di chi lo attraversa, sulle storie piccole e grandi che puntellano ogni approdo in un porto. È difficile, forse impossibile, scegliere un brano piuttosto che un altro, e per questo abbiamo messo nella nostra lista quello che dà titolo all’album, una storia di marinai, di “emigranti della risata con i chiodi negli occhi”.

La domenica delle salme (1990)

“L’unico testo che abbiamo scritto davvero a quattro mani. Raccontavamo l’avvenuto, silenzioso, colpo di stato da parte delle mezze calzette. Oggi lo vediamo compiuto, non solo in Italia”, Così ci ha raccontato Mauro Pagani, che firma il brano assieme a De Andrè. In questo pezzo, ennesimo capolavoro musicale composto dalla coppia, il cantautore raggiunge una nuova vetta narrativa, con piani che si intrecciano di continuo a formare immagini, rendere semplici concetti molto complicati e celarne altri più immediati tra le liriche. Un brano contemporaneo e doloroso, dove la riflessione passa dalla condizione di vita del brigatista Renato Curcio allo stato di asservimento della cultura in Italia, dal senso profondo del fallimento al fascismo di cui non ci si libererà mai.

Ho visto Nina volare (1996)

L’incedere ancestrale e religioso di un tamburo lontano, la chitarra acustica, il flauto, le tradizioni contadine delle anziane e il primo amore di un giovane solitario che nascosto spia la bella Nina mentre vola sull’altalena. Ho visto Nina volare è ispirata a un’episodio dell’infanzia di De André. Quando era bambino, il cantautore andava nei fine settimana nella casa di campagna dei genitori, nell’Astigiano, dove passava il tempo con Nina Manfieri, una ragazza del posto. Spesso, dopo aver giocato assieme, il giovane De André si fermava ad osservarla andare sull’altalena. Il brano racconta proprio questo primo amore, l’impossibilità di viverlo senza disobbedire al padre, il desiderio di fuga e una promessa, regalata a uno tra i versi più passionali e intensi mai scritti da Faber.

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