Una classifica che non potrete rifiutare: i 10 migliori mafia movie di sempre | Rolling Stone Italia
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Una classifica che non potrete rifiutare: i 10 migliori mafia movie di sempre

Una lista impossibile da stilare? Probabilmente sì. Ma abbiamo cercato di essere giusti (e, soprattutto, di non far arrabbiare nessuno: visto l’argomento…). Scorsese, Coppola, De Palma, e non solo: il meglio delle ‘fammigghie’ da grande schermo

Ray Liotta, Robert De Niro, Paul Sorvino e Joe Pesci in ‘Quei bravi ragazzi – Goodfellas’ di Martin Scorsese (1990)

Foto: Sunset Boulevard/Getty Images

La cosa più crudele che si possa chiedere a un’appassionata di mafia movie è appunto fare una Top 10 di quelli che – a suo insindacabile parere – sono i migliori mafia movie di sempre. E questo per svariate ragioni: è difficile stilare una classifica che non suoni come «I 10 migliori ruoli di Robert De Niro» o «I 10 migliori film di Martin Scorsese», senza contare che le classifiche impongono scelte spesso dolorosissime. Nel (difficile) tentativo di dare spazio a diversi volti e diversi autori, nonché a diverse mafie – italiana, irlandese, russa, ebraica, evviva l’inclusività –, ecco un’infilata di titoli da rivedere o recuperare durante le Feste, per non cedere troppo ai buoni sentimenti natalizi e ripassare il mantra che vi consentirà di liberarvi brillantemente dagli odiati obblighi familiari: «Il saluto per tutti, il rispetto per pochi, il cuore per uno, i piedi in testa da nessuno». (Grazie, Tony Montana).

10L’onore dei Prizzi (1985) di John Huston

Una commedia bizzarra, oscura, cinica, dissacrante e divertente, che ribalta il modo in cui viene solitamente raccontato lo spietato mondo mafioso e che «si crogiola voluttuosamente nei metodi omicidi dei membri di una famiglia della mafia di Brooklyn, rallegrandosi delle loro truffe. È come Il padrino recitato da I mostri» (Pauline Kael, sul New Yorker). Diretto dall’ottantenne John Huston e tratto dal romanzo di Richard Condon, L’onore dei Prizzi mette in scena un indimenticabile teatrino umano: c’è Charley Partanna (Jack Nicholson), un gangster tanto stupido quanto feroce; c’è la femme fatale Irene Walker (Kathleen Turner); c’è il boss rugoso e crudele don Corrado (William Hickey); c’è la diabolica e astuta ex fidanzata di Charley, Maerose Prizzi (Anjelica Huston). Otto nomination agli Oscar, una statuetta alla figlia di Huston come attrice non protagonista e una battuta passata alla storia: «Scusa, il fatto che sia una ladra e un’assassina non significa che in tutti gli altri campi non sia una brava moglie».

9Gomorra (2008) di Matteo Garrone

Dopo il libro di Roberto Saviano e prima della serie Sky, ci fu il film di Matteo Garrone. E che film. Si narra la normalità del male, la camorra tra Napoli e Caserta che consuma potere, sangue, soldi: nessuno si salva, non ci sono protagonisti, volti noti (con la sola eccezione di Toni Servillo), morali, prediche o catarsi. Abbiamo ancora bisogno dei sottotitoli per decifrare questa terra straniera che ormai è diventata l’anticamera dell’inferno, e Franco (per l’appunto, Servillo), che con i rifiuti tossici avvelena mezza Campania, ci ricorda che manco noi spettatori possiamo bearci di una qualche superiorità morale: siamo tutti complici del sistema, non possiamo crederci migliori degli altri. Sette David di Donatello; due Nastri d’argento; cinque premi europei; Grand Prix a Cannes 2008: senza Garrone forse non avremmo mai potuto scimmiottare il famoso «Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost».

8The Untouchables – Gli intoccabili (1987) di Brian De Palma

Gli intoccabili sono un gruppo di incorruttibili agenti (Jimmy Malone, Sean Connery; Oscar Wallace, Charles Martin Smith; George Stone, Andy Garcia) scelti e guidati da Eliot Ness (Kevin Costner) che nella Chicago dei ruggenti anni ’20, in pieno Proibizionismo, dichiarano guerra al gangster Al Capone (Robert De Niro) e (spoiler!) la vincono. Brian De Palma riprende i personaggi di una celebre serie tv degli anni ’50 e dirige una sorta di western urbano che, sul finale, arriva a citare uno dei massimi capolavori della storia del cinema, La corazzata Potëmkin di Sergej M. Ėjzenštejn, con tanto di carrozzina che scende pericolosamente lungo una scalinata sotto lo sguardo terrorizzato della madre e in mezzo a scariche di proiettili. Colonna sonora di Ennio Morricone, primo e unico Oscar a Sean Connery come miglior attore non protagonista, una frase che è rimasta negli annali: «Sei solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo!».

7Scarface (1983) di Brian De Palma

«Brutti finocchi bastardi! Volete eliminarmi? Vi ci vuole tutto l’esercito per eliminarmi! Avete sentito? Io vi spedisco tutti quanti all’ inferno! Coraggio, vieni qui! Con chi vi credete di fare la guerra? Io sono Tony Montana! State facendo la guerra a me? Fate la guerra al numero uno!». Altro giro, altro Brian De Palma, insieme a un indimenticabile Al Pacino e a una Michelle Pfeiffer (alias Elvira Hancock) al suo esordio con un grande regista, bellissima e tossicissima. L’irresistibile ascesa di Tony Montana, lo sfregiato, delinquentello cubano a boss della malavita e del traffico di droga nella Miami anni ’80, oltre a essere un gangster movie con tutti i sacri crismi, è pure una feroce rilettura del capitalismo, dove il sogno americano si rivolta contro sé stesso e crea mostri. Oggi sarebbe improducibile (anche se c’è in canna un remake by Luca Guadagnino), godiamone finché qualcuno non si sentirà irrimediabilmente offeso – anche ai tempi s’offesero in tanti, ma erano gli anni ’80 e quasi nessuno gli diede peso: che nostalgia.

6La promessa dell’assassino (2007) di David Cronenberg

Mafia russa; giri di prostituzione; criminalità; droga; un Viggo Mortensen glaciale e tatuatissimo (pure bonissimo, aggiungo io); un Vincent Cassel buffone e psicolabile; una Naomi Watts perennemente in bilico tra il turbamento e la disperazione; un Armin Mueller-Stahl spietato e insensibile alla compassione. La seconda history of violence di David Cronenberg sa di Dostoevskij, di sangue, di prigioni siberiane, ed è cupa e inquietante almeno quando l’umida e fredda Londra in cui è ambientata. Più un noir magistrale che un classico mafia movie: la violenza c’è, si tocca con mano, ma è solo nella scena finale che esplode in un crescendo che spesso ti costringe ad abbassare gli occhi: Nikolai (Mortensen) che lotta, nudo, contro gli energumeni ceceni in una sauna russa. Nel 2008 venne candidato all’Oscar come miglior attore protagonista: non lo vinse, e meno male che non s’incazzò, ché «rabbia molto pericolosa, fa fare alla gente cose molto stupide».

5The Departed – Il bene e il male (2006) di Martin Scorsese

Uno dei miei Scorsese preferiti: Martin prende Infernal Affairs di Andrew Lau (Hong Kong, 2002) e lo trasforma in un mafia movie in pieno stile scorsesiano, dove al posto degli italiani ci sono gli irlandesi e al posto di New York c’è Boston. Billy Costigan (Leonardo DiCaprio) entra in polizia per scrollarsi di dosso l’eredità di una famiglia di farabutti; Colin Sullivan (Matt Damon) viene iniziato alla malavita dal potente boss della mafia irlandese Frank Costello (Jack Nicholson), che diventa il suo padre putativo e lo piazza in polizia per proprio tornaconto. Il primo s’infiltrerà nella banda di Costello e il secondo verrà incaricato dallo stesso Costello di scovare la talpa tra i suoi fidi collaboratori, nonché dai dirigenti della Squadra Speciale Investigativa di stanare tra i suoi compagni l’informatore del mafioso. Trionfano male, pessimismo, rassegnazione, e fioccano statuette: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, montaggio. Io ne avrei dato uno pure alle pillole di saggezza di Frank Costello: «Ex moglie, o fidanzata, o uno stupido. Ecco chi ti mette nei guai».

4C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone

«Noodles, cos’hai fatto in tutti questi anni?». «Sono andato a letto presto». Una delle più belle battute di sempre, la più amata da quelli che – come la sottoscritta – massimo alle undici di sera chiuderebbero baracca e burattini. Dal romanzo Mano armata di Harry Grey, l’ultimo film di Sergio Leone «ha la struttura narrativa di un labirinto alla Borges», come giustamente scrive il Morandini, ed è un affresco grandioso (e lunghissimo, 227 minuti) dell’epopea criminale di Max Bercovicz (James Woods) e Noodles Aaronson (Robert De Niro), iniziata negli anni ’20 quando i due, ancora ragazzini, cominciano la loro carriera nella malavita del quartiere ebraico di New York. Una lezione di cinema e insieme una sorta di testamento, che esplora temi universali quali l’amore, l’amicizia, l’ambizione, il tradimento, la morte e l’oblio. Colonna sonora firmata da Ennio Morricone, considerata da molti il massimo capolavoro del compositore; tre diverse versioni del film (non fate i furbi, la più corta montata da Arnon Milchan è la peggiore) e nemmeno un Oscar, a causa del disastro combinato da Milchan. Che peccato.

3Il padrino (1972) di Francis Ford Coppola

Minuscola premessa: per stilare questo podio ho dovuto prendere uno Xanax. Scherzo, ma neanche troppo. Il punto è che – fosse per me – li metterei tutti a pari merito, Il padrino e i prossimi due titoli, ma ho preso un impegno non verrò meno. Tratto dal bestseller di Mario Puzo; regia di Francis Ford Coppola; Don Vito Corleone (Marlon Brando) con le guance gonfiate e la voce impastata; il figlio Michael (Al Pacino) implacabile e inquietante; il tema musicale di Nino Rota diventato un classico: niente come questo film ha contribuito a delineare nell’immaginario collettivo i confini della cultura mafiosa, della sua struttura patriarcale, dello strettissimo legame con la solo geograficamente lontana Sicilia. Oscar come miglior film, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore protagonista a Marlon Brando, che in segno di protesta per le ingiustizie verso i nativi americani non si presentò alla cerimonia di consegna, facendo ritirare la statuetta dall’attrice di origine Apache Sacheen Littlefeather. Della serie, «gli amici tieniteli stretti, ma i nemici ancora di più».

2Il padrino – Parte II (1974) di Francis Ford Coppola

L’unico caso in cui il sequel (che non è un sequel) è migliore del primo capitolo della saga. Nelle sue tre ore, Il padrino – Parte II evoca la storia di Vito Corleone (Robert De Niro), superstite poco più che bambino di un’intera famiglia sterminata in Sicilia, che giunge a New York e fonda un impero criminale. Quasi sessant’anni dopo, il figlio Michael (sempre Al Pacino) si trova a dover prendere in mano le redini e il futuro del regno dei Corleone, destreggiandosi tra tradimenti famigliari; le indagini del Senato; alcuni rami dell’organizzazione che tentano di rendersi autonomi; la faida con il capitalista ebreo Hyman Roth; il passaggio di Cuba dal governo di Batista a quello di Fidel Castro. La pellicola di Francis Ford Coppola fece incetta di statuette: film, regia, attore non protagonista (De Niro), sceneggiatura non originale, scenografia, colonna sonora. Non solo un mafia movie, ma una vera e propria tragedia moderna, «una grande metafora sull’America dopo la fine del “sogno”», secondo il Morandini, che culmina in una scena epicissima: «Quando tentarono di uccidermi, fosti tu a tradirmi. E m’hai spezzato il cuore».

1Quei bravi ragazzi (1990) di Martin Scorsese

Non poteva che andare così, e difenderò questa scelta fino alla morte: è Quei bravi ragazzi il miglior mafia movie di sempre, e – aggiungo – il miglior film di Martin Scorsese. Che, pur rievocando la trilogia di Coppola, se ne distacca completamente: il protagonista Henry Hill (Ray Liotta) non è un pezzo grosso della malavita o un predestinato alla Michael Corleone, ma un ragazzino italo-irlandese che sin da piccolo ha come unica aspirazione diventare un gangster. La violenza non è mai tragica o carica di significati simbolici, bensì necessaria, grottesca, brutale, improvvisa, priva di spiegazione, quasi “normale” per i goodfellas, che spesso, quando impegnati nella loro vita quotidiana – fatta di riti familiari, traffici loschi, relazioni extra coniugali, chiacchiere e litigi, differenze etniche e sottigliezze verbali – sono crudelmente divertenti. Il pantheon personale di Scorsese è al completo: c’è il desiderio di appartenenza e la paura dell’esclusione; la sottile linea tra il mondo normale e normato da un lato e l’universo dei mostri dall’altro; una compilation che va dai gruppi vocali degli anni ’50 ai Rolling Stones, da Mina a Sid Vicious. Joe Pesci vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista, e l’aggettivo “buffo” si conquistò una nuova dignità: «No, spiegami, fammi capire, perché magari è colpa mia, forse sono un po’ rincoglionito ma… buffo come? Buffo come un pagliaccio, ti diverto? Ti faccio ridere? Sto qua per divertirti? Come sarebbe buffo, buffo come, perché buffo?». Standing ovation per tutto e per tutti.