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Tutti i film di Nanni Moretti, dal peggiore al migliore

Il cinema come “diario” personale e collettivo, dall’autocritica generazionale di ‘Ecce bombo’ alle profezie di ‘Palombella rossa’ e ‘Habemus Papam’. Nel giorno del compleanno dell’autore-cult, ecco la classifica definitiva

Nanni Moretti in ‘Caro diario’

«Fin da quando ho cominciato a girare filmati in Super8, mi sono venute naturali tre cose: stare davanti alla camera da presa come corpo (in linguaggio critico si chiama così), parlare del mio mondo politico, e farlo con ironia. Ma non c’è un programma estetico dietro questa scelta». Bastano queste parole pronunciate dallo stesso Nanni Moretti – nato il 19 agosto 1953 – a definire il suo cinema. Fatto di profezie, simboli, autoanalisi e (cari) diari che da confessione di un singolo sono diventati patrimonio di una generazione. Ecco la guida definitiva ai suoi 12 film (più uno), in attesa del tredicesimo: Tre piani, il primo tratto da un soggetto non originale (è ispirato al romanzo omonimo dell’israeliano Eshkol Nevo), bloccato dal Covid la scorsa primavera e ormai atteso per il 2021. In quale posizione finirà?

12Mia madre (2015)

Per affrontare il suo film più intimo e doloroso, Nanni si fa da parte. Una scelta comprensibile (e sorprendentemente pudica), che forse rende però più debole il transfert dello spettatore dentro il suo film, visto che di (auto)analisi si tratta. Il regista che affronta la malattia e la morte della madre (una meravigliosa Giulia Lazzarini) diventa una donna (l’ormai presenza fissa Margherita Buy), mentre l’autore reale si riserva il ruolo del fratello che – appunto – fugge dalla sofferenza. Non più l’elaborazione di un lutto, ma la sua anticipazione: in questo senso, il film diventa ancora più sensibile e sottile della Stanza del figlio. Memorabili le sequenze di film-nel-film diretto dalla protagonista, e interpretato dal divo americano John Turturro.

11Il caimano (2006)

Dopo aver parlato alla “sua” sinistra – dal documentario La cosa sulla riforma del PCI al mitico appello a D’Alema di Aprile –, Moretti affronta il nemico. E lo guarda direttamente in faccia. Il “caimano” Silvio (dal soprannome affibbiato all’allora premier dal giurista Franco Cordero) è sia il vero Berlusconi sia quello finto (un eccezionale Elio De Capitani), protagonista del soggetto cinematografico che il produttore in crisi di film trash come Cataratte e Maciste contro Freud Bruno Bonomo (Silvio Orlando) accetta di far girare a una giovane regista (Jasmine Trinca). La giustizia ma senza giustizialismo, le virtù ma anche i vizi degli anti-berluscones, pure le famiglie arcobaleno. E un omaggio al cinema che racconta la società, vedi anche i cammei di colleghi illustri come Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Giuliano Montaldo e tanti altri. E mette a segno un’altra mossa da vero veggente: il processo finale in cui è Nanni a dare il volto a Silvio. Maciste contro Freud, per davvero.

10Io sono un autarchico (1976)

«No! Il dibattito no!». Non dovremmo dunque scrivere neanche una riga sull’esordio – magnetico, profetico – di Moretti. E di Michele Apicella, che da quel momento sarà il suo alter ego, ancora più vero del vero Nanni. Il ritratto della generazione post-sessantottina (che già mette in crisi i sogni mancati di rivoluzione) tra autobiografia che nessuno prima d’ora aveva fatto in questo modo (quantomeno in Italia), disincanto che sarà alla base di un’intera poetica e battute fulminanti come quella sopra citata. Gli si perdona anche una certa naïveté tecnica (vedi le riprese in Super8): anzi, è anche questo a rendere il neoautore un corpo estraneo e al contempo già perfettamente a fuoco, nel panorama del cinema italiano.

9La stanza del figlio (2001)

Uno dei film più di “fiction” di Moretti si traduce in uno dei suoi maggiori successi. La Palma d’oro a Cannes è solo la punta di un fenomeno che ha infiammato il dibattito (non solo) intellò nell’Italia d’inizio 2000: nel Paese in cui la morte è un tabù da sempre e per sempre, Nanni porta la sua versione laica attraverso lo straziante ritratto famigliare da cui viene prematuramente cancellato un ragazzo troppo giovane. Cinema classico, raggelato ma mai freddo, personale e insieme universale. Ma si riconoscono i lampi dell’autore: dai simboli come la teiera sbeccata all’ironia data in mano ai pazienti dello psicanalista protagonista (lo stesso regista). Oltre alla capacità di scoprire nuovi talenti (la giovane Jasmine Trinca, al suo folgorante esordio) e indovinare la selecta musicale: da Insieme a te non ci sto più di Caterina Caselli, cantata a squarciagola in macchina, alla struggente By This River di Brian Eno, (ri)diventata un cult.

8Sogni d’oro (1981)

Al terzo lavoro dopo il seminale Io sono un autarchico e il generazionale Ecce bombo, Nanni piazza «un film sul film nel film» (cit. sua) che è anche l’esito più nevrotico, narcisista, psicotico, persino surrealista della sua carriera. E, almeno all’epoca, il più incompreso. Il protagonista è ancora il suo “doppio” Michele Apicella, giovane filmmaker alle prese con un’improbabile opera su Sigmund Freud: ma il vero psicanalizzato è – ovviamente – lui stesso, tra sogni, incubi, confessioni, proiezioni. E un finale spericolatamente orrorifico. Le ambizioni sono tante e non sempre centrate, ma il giovane autore si riconferma il nome più originale e spiazzante sulla scena italiana del tempo. Leone d’argento (non senza polemiche) alla Mostra di Venezia e battute, come al solito, entrate nel lessico nazionale. Scegliamo: «Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io?».

7Aprile (1998)

«D’Alema, di’ una cosa di sinistra! Di’ una cosa anche non di sinistra, di civiltà! D’Alema, di’ una cosa, di’ qualcosa, reagisci!». Basterebbe l’inascoltato appello all’allora leader della sinistra nell’Italia ormai berlusconizzata. E invece ci sono anche i giornali stesi per terra, il giro sull’amata Vespa col metro che misura quel che resta da vivere, l’eterna idea (vera o falsa?) di musical su un pasticciere trotzkista (alias il feticcio Silvio Orlando). Il (caro) diario di Moretti si fa ancora più pubblico, anche se Aprile è il film in cui si racconta come papà. Ma è l’essere figlio di un Partito in perenne crisi a fare da vera ossatura alla scatenatissima sceneggiatura. Passati alla storia le stroncature di titoli di culto dell’epoca: dai film di Michael Mann a Strange Days di Kathryn Bigelow, definito «una cazzata memorabile».

6Ecce bombo (1978)

Avete citato più spesso «Faccio cose, vedo gente» (sintesi, passata però alla memoria, del più lungo «Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose») o «Te lo meriti Alberto Sordi!»? «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?» o «Silvia, non la Silvia! Fica, non figa!». Probabilmente tutte. È (anche) da questo che si stabilisce ancora oggi la statura di uno dei più grandi instant classici generazionali di tutti i tempi. All’opera seconda, Moretti racconta «il luogo dove io vivevo e frequentavo amici» (ipse dixit), cioè il quartiere Prati di Roma tra “padri” borghesi (quello del film è Luigi, il vero genitore del regista) e gioventù ribelle ma sfaticata. Illusioni, insicurezze, debolezze: il futuro (non) è nei giovani, e mai autocritica è stata al tempo stesso più tenera e feroce. Un manifesto, punto.

5Habemus Papam (2011) – disponibile su Netflix

Altro giro, altra profezia. Quella del pontefice “per caso” (un immenso Michel Piccoli) che vuole abdicare al suo ruolo. Succederà davvero nella realtà, ma a Moretti la metafora qui serve soprattutto per descrivere un’impossibile presa di coscienza e di maturità, anche rispetto a quello che un regista può/vuole raccontare. Riservandosi – anche stavolta freudianamente – la parte dello psicanalista, Nanni piazza un’opera insieme immaginifica e concreta, lirica e umana, spirituale e terrena. E, al solito, non priva di uno humour fulminante: vedi il torneo di pallavolo tra cardinali. Todo cambia, canta Mercedes Sosa nel brano scelto come tema portante della colonna sonora: il suo cinema invece cambia sempre per non cambiare mai. Per fortuna.

4Bianca (1984)

Dopo la svolta (quasi) horror di Sogni d’oro, Nanni passa al giallo. Che però è, come sempre, solo un pretesto. Da cineasta, il suo Michele Apicella diventa un professore del liceo Marilyn Monroe (molti cuori) che controlla ossessivamente i comportamenti delle coppie amiche e vicine, finché non arriva Bianca (un’indimenticabile Laura Morante) a scompaginare tutto. Altro campionario di must morettiani: il bicchiere extralarge di Nutella, la Sachertorte, il feticismo per le scarpe dei passanti. Pur nel suo essere così radicata al periodo in cui è uscita, Bianca resta una delle commedie “antropologiche” che meglio invecchiano nel nostro cinema. «Quando scelgo, è per sempre», dice il protagonista. Ormai il pubblico (borghese, intellettuale, di sinistra: ma non solo) aveva scelto: Nanni era il suo eroe.

3Palombella rossa (1989)

E ti vengo a cercare: il leitmotiv di Franco Battiato è il refrain in cui si specchia la ricerca d’identità non solo del protagonista colto da amnesia, ma soprattutto quella della sinistra che ha smarrito se stessa. Michele Apicella/Nanni Moretti stavolta è un funzionario del PCI (nonché giocatore di pallanuoto, da cui il titolo: la “palombella” è il nome tecnico di un pallonetto pressoché impossibile) che fa di tutto per ritrovare la memoria perduta. Attraverso le cose che “non torneranno più”: le merendine, i pomeriggi di maggio, la mamma, l’amore di Živago per Lara (in uno dei sogni di finale alternativo più commoventi di sempre). «Chi parla male pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!»: Nanni, ancora una volta, trova quelle perfette, per raccontare se stesso e il mondo. Il suo, il nostro.

2La messa è finita (1985)

Uno dei film più ispirati, lucidi, “teorici” (e colpevolmente dimenticati) del nostro è la parabola di don Giulio, il sacerdote (interpretato dallo stesso regista) che ritorna da un’isola lontana nella sua Roma e si rende conto di essere del tutto impotente di fronte alle scelte di vita dei suoi parrocchiani, ma anche dei suoi parenti e amici. E delle sue. Anche questo letterale “atto di fede” (nel cinema, prima di tutto) è un’allegoria forte e chiara, ma senza la pedanteria dei simboli. Questa fa anzi l’effetto di una storia possibile e quotidiana, che proprio grazie alla sua semplicità tocca corde profondissime. Non a caso, è anche uno dei film dell’autore in cui è più difficile scovare battute da citare: un capolavoro unico, ma perfettamente inserito nella carriera di Moretti. Ieri come oggi.

1Caro diario (1993)

Il migliore film di Nanni Moretti? Di certo la quintessenza del suo cinema, della sua poetica, finanche di se stesso. Quindi, in definitiva: sì. Tre episodi (In Vespa, Le isole, Medici) per catalogare ispirazioni, fughe, desideri, paure. Ma anche cosa sono i film (e cosa vuol dire realizzarli), cosa significa invecchiare, come (non) si crescono i figli, quanto fa paura la malattia. Un’opera stilizzata e insieme completa, ricchissima, visivamente e intimamente generosa. Con pezzi di cinema enormi: la Vespa in giro per l’assolata Roma agostana, le Eolie come spazio più mentale che geografico, il cammeo di Jennifer Beals (proprio lei). «Stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone»: ma il suo cinema apparentemente per pochi ormai è diventato di tutti. La certificazione di Moretti come Autore maiuscolo, ingiustamente sconfitto a Cannes (ma da Pulp Fiction) e però ormai riconosciuto come maestro internazionale. Altro che pensierini sul diario.

Bonus: Santiago, Italia (2018) – disponibile su RaiPlay

Misuratosi già nel documentario trent’anni fa con La cosa, dedicato alla fine del Partito Comunista Italiano, Moretti torna alla cronaca politica nel suo ultimo lavoro, che avrebbe meritato di più (nonostante la vittoria del David di Donatello). Più che il golpe in Cile del 1973 che “depose” il presidente Salvador Allende, al film importa il ruolo giocato all’epoca dall’ambasciata italiana a Santiago, e il conseguente arrivo nel nostro Paese di centinaia di oppositori in fuga dal regime di Pinochet. Una storia di accoglienza e integrazione in tempi in cui questi sentimenti non sembrano andare più di moda. Ma, come Nanni ci ha sempre insegnato, senza retorica. Anzi, con uno sguardo che è ancora una volta assolutamente personale: «Io non sono imparziale». Più che una semplice battuta, una filosofia di vita. E di cinema.

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