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Otto film per l’otto marzo

In occasione della Giornata internazionale della donna, abbiamo scelto otto pellicole per otto ritratti che meglio di ogni altro sono riusciti a raccontarle nel cinema

Adele Exarchopoulos e Léa Seydou in una scena tratta da ‘La vita di Adele’

Adele Exarchopoulos e Léa Seydou in una scena tratta da ‘La vita di Adele’

Mimose e strip-tease di adoni seminudi, sciopero femminile e diritti negati e rivendicati, uscite tra sole donne e status infuocati sui social perché alla metà del cielo non si può dedicare un solo giorno ma ci si deve pensare tutto l’anno. L’8 marzo è probabilmente e giustamente la ricorrenza più contestata e pochi ricordano che sta lì (o almeno dovrebbe) a ricordarci che nel mondo, e in Italia ancor di più, chi ha due cromosomi X ha una vita più difficile.

Viene sfruttata sul lavoro, in famiglia subisce più violenze di un maschio – e la contabilità dei femminicidi non basta: molte sopravvivono all’orrore per continuare a subirlo -, se vuole fare un figlio verrà fatta oggetto di mobbing, mancati rinnovi contrattuali, licenziamenti pretestuosi. Se sarà fortunata, guadagnerà comunque meno di un suo pari grado uomo, se vorrà diventare un’artista avrà meno opportunità di un maschio con il suo stesso talento. Se arriverà a far parte della classe dirigente, dovrà faticare il doppio per riuscirci. E comunque, anche nel settore più aperto e meno discriminatorio, per ogni lei ci saranno almeno quattro lui (ma da molte altre parti arriveranno a venti, i lui) e probabilmente questi ultimi ricopriranno figure apicali più importanti.

L’elenco sarebbe ancora lungo e, se vogliamo arrivare al cinema, possiamo ricordare che pure nel caso si chiamassero Meryl Streep vincerebbero appena il 15% degli Oscar per cui verrebbero nominate e che dirigeranno il 16 % dei film sul totale di quelli che verranno prodotti. Se vorranno misurarsi con Hollywood, dovranno sapere che, ogni 100 film, solo 7 saranno diretti da una donna. Se faranno le attrici raramente avranno un ruolo decente dopo i 50 anni e prima, spesso saranno scelte per la loro bellezza e avranno sceneggiature misogine o come minimo superficiali e stereotipate. Ecco perché noi proviamo a suggerirvi otto film per l’8 marzo. Opere che raccontano le donne oltre gli schemi a cui siamo stati abituati. Ahinoi, solo uno di questi l’ha diretto una donna, ma siamo convinti che scegliere i migliori e non osservare la logica perversa e discriminatoria delle quote rosa in questa classifica, sia il modo migliore per rispettare l’universo femminile.

La vita di Adèle (2013)
Léa Seydou e Adele Exarchopoulos danno vita a una storia d’amore vibrante, totale, selvaggia, disperata. Rappresentano una femminilità consapevole e potentemente fragile (ma anche viceversa), sono libertà e liberazione.
Abdellatif Kechiche vinse la Palma d’Oro con questa storia d’amore che ha ripreso con ossessiva sensibilità e maestria visiva regalando alle sue bravissime attrici ruoli privi di recinti moralisti e maschilisti. Le scene di sesso ti inchiodano a un immaginario che spezza la visione maschile, non solo dell’amore saffico ma dell’erotismo condannato, da sempre sul grande schermo, al piacere del(lo spettatore) maschio.

The Help (2011)
Molti vi consiglieranno Suffragette, opera utile e didascalica sulle lotte delle donne. Noi scegliamo questo piccolo gioiello di Tate Taylor. Intanto perché ci sono Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Jessica Chastain, Octavia Spencer e Sissy Spacek, poi perché ci ricorda che si può lottare e vincere – a caro prezzo – senza violenza ma con la forza delle parole (quelle del libro The Help appunto) e perché qui alla discriminazione sessista si aggiunge quella razziale, la segregazione quotidiana e domestica delle schiave nere – tali erano le donne di servizio allora – dell’alta borghesia americana. Racconto quasi dickensiano della condizione femminile, ma anche pieno di forza e speranza, potrebbe essere visto in abbinamento con il più leggero We Want Sex dell’anno prima, sul primo grande sciopero al femminile, in una fabbrica della Ford, per la parità delle retribuzione. Commedia di Nigel Cole, spesso esilarante e capace di commuovere, con grandi interpreti come Sally Hawkins, Miranda Richardson e Rosamund Pike. Da cosa sono accomunati i due film? Da maschi inadeguati, insicuri, incapaci di allearsi con donne che ne minano il potere. E i più maschilisti sono i paternalisti: dolci, gentili, premurosi. Finché il loro ruolo non è messo in discussione.

Irina Palm (2007)
Difficile dimenticare l’applauso che la Berlinale tributò a Sam Garbarski per questa commedia agrodolce e feroce con una meravigliosa Marianne Faithfull (chissà se Mick Jagger l’ha visto e cosa ne pensa). Maggie è una nonna con un nipotino malato che necessita di cure. Le prova tutte per racimolare i soldi cercando un lavoro e infine lo trova. In un club dove cercano hostess. Molto particolari, che diano felicità da un glory hole: un buco da cui dar piacere con la propria mano. Maggie, che prenderà lo pseudonimo di Irina Palm, si dimostrerà una campionessa in questa specialità ma incontrerà invidie femminili – di una collega ma ancor più delle sue borghesissime amiche del the – e l’ottusità di un figlio che non ne capirà l’atto d’amore (ma la nuora sì). Alla fine l’uomo apparentemente più gretto, il suo principale (un grande Miki Manojlovic), sarà l’unico maschio a salvarsi. Da vedere in ticket con Hysteria, storia dell’invenzione del vibratore. Maggie Gyllenhall – che con Secretary ci insegnò che la sottomissione sessuale femminile è libertà e forse anche potere se è una scelta e da allora popola i nostri sogni – si prende sulle spalle un film buono ma non eccelso e lo rende irresistibile. Come è lei, d’altronde.

Anni di piombo (1981)
L’8 marzo dovrebbero far vedere, in loop, tutti i film di quella regista geniale e coraggiosa che è Margarethe Von Trotta. Da Rosenstrasse a Hannah Arendt, ha saputo raccontare orgogli e pregiudizi della questione femminile come nessun altra, con un’onesta intellettuale e creativa di rara forza, originalità, rigore. Scegliamo questo film perché è meraviglioso e doloroso e perché le due sorelle protagoniste sono un ritratto completo e complementare della donna. Splendida la scena del colloquio in cui si scambiano il golf: poetica, fisica, potente, capace, come e più delle parole, di dirci cosa vuol dire essere donne, sorelle, attiviste. Anche qui gli uomini fanno la solita pessima figura. E le pennellate geniali e laceranti che mette a ogni scena la Von Trotta arrivano laddove registi uomini non potrebbero nemmeno immaginare.

Il colore viola (1985)
Viviamo in un mondo bizzarro che pensa che “spielberghiano” possa essere anche un aggettivo negativo. Viviamo in un mondo in cui viene scambiato per buonismo la capacità di uno dei più grandi cineasti della storia del cinema di modellare universi visivi ed emotivi bilanciando epica ed etica come nessun altro. Viviamo in un mondo in cui, per fortuna, il buon Steven se ne frega e ci regala da decenni opere di altissimo livello come questa saga familiare e femminile. Abusi sessuali, violenza domestica, razzismo, ma anche la forza di donne eccezionali che non accettano la brutale oppressione e la combattono. Senza perdere la tenerezza. Whoopi Goldberg colpì il mondo intero (tranne l’Academy: 11 nomination per il film, 0 Oscar, quando erano davvero #sowhite: al suo posto vinse Geraldine Page per un film dimenticato prestissimo), ma non trascuriamo un titanico Danny Glover e una grande Oprah Winfrey, che dovrebbero eleggere presidente degli Usa solo per questa interpretazione (sì, pare ci stiano pensando).

La pazza gioia (2016)
Se cercate un regista, in Italia, che sappia raccontare le donne, soprattutto negli ultimi anni, bussate alla porta di Paolo Virzì. La sua capacità di tratteggiarle, senza condiscendenze e con un amore incondizionato e attento, ha portato a Tutta la vita davanti (pensate ai personaggi di Isabella Ragonese, Micaela Ramazzotti e ancor più Sabrina Ferilli), a La prima cosa bella, su una madre troppo libera per (non) essere amata, a La pazza gioia che consegna a Micaela Ramazzotti e forse ancor più a Valeria Bruni Tedeschi – una che da attrice è stata schiacciata dagli stereotipi – due splendide matte, capaci di trascinarti nelle loro vite scombinate e colpevoli solo di volere un’esistenza felice, fuori dai ricatti del mondo, in mano a uomini mediocri che le hanno prima vampirizzate e poi buttate via. Delizioso anche l’unico ritratto “normale”, quello della dottoressa Fiamma, interpretata da Valentina Carnelutti.

Volver (2006)
Impossibile, parlando di donne (in particolare se sull’orlo di una crisi di nervi), non citare Pedro Almodovar, con le sue muse Penelope Cruz e Carmen Maura, che con le altre attrici del cast vinsero il premio alla migliore interpretazione al Festival di Cannes. E’ un Almodovar più dolce, meno rutilante dei suoi inizi (e forse per questo scegliamo questo film tra i tanti che ha dedicato all’universo femminile), ma capace di portarci dentro un gineceo speciale, fatto di affetti speciali e di grandi segreti. Un sistema di scatole cinesi emotive che arriva al pericoloso assunto che l’unico uomo buono è quello morto. Ma lo sappiamo, il regista spagnolo non è uno da mezze misure.

Pane e Rose (2000)
Fateci caso in quasi tutti i film di Ken Loach, anche quelli più maschili, c’è una splendida, complessa, dirimente figura femminile. Pensate a Io, Daniel Blake: senza la protagonista quell’uomo ci avrebbe strapazzato cuore, anima, cervello e fegato? Pane e Rose è il film più dichiaratamente femminista del regista inglese che con lo sceneggiatore Paul Laverty ci racconta una storia di lavoro e discriminazione, di ribellione e di vittorie sofferte. Maya è un’eroina, suo malgrado, Rosa una donna che combatte ogni giorno per sopravvivere. Sono sorelle e sono costrette dalla società e dalla vita a scontrarsi, a confrontarsi duramente, anche sull’essere donne. Tipica storia loachiana, perché anche Ken, in questa lista non poteva mancare (e se volete vedere l’altra faccia delle lavoratrici, riscoprite il suo In questo mondo libero). P.S.: Bread and Roses era lo slogan degli operai in sciopero di inizio secolo: citavano la poesia di James Oppenheim che a sua volta citava la frase di un discorso della leader femminista Rose Schneiderman.

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