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Le 10 scene cult del cinema di Federico Fellini

Per il centenario dalla nascita del maestro riminese abbiamo scelto i momenti più belli dei suoi film. E no, la scena della fontana non c'è perché era troppo scontata

Marcello Mastroianni nel finale della 'Dolce Vita'

I vitelloni (1953)

Sordi spaccone che sbeffeggia i “lavoratori della malta” con pernacchia e gesto dell’ombrello. Poi la macchina si fermerà e lui dovrà darsela a gambe di fonte agli operai incazzati. Ma la scena-simbolo del film sui cinque nullafacenti di provincia, scritto da Fellini insieme a Ennio Flaiano, entra nella storia del cinema. E pure in quella del costume.

La strada (1954)

I finali erano una delle specialità di Fellini, e la spiaggia ovviamente è un elemento altamente simbolico per il regista riminese. Per questo il pianto disperato e quasi redentore della “bestia” Zampanò (Anthony Quinn) avviene proprio in riva al mare di notte, dopo che ha saputo della morte di Gelsomina (Giulietta Masina). La strada vinse l’Oscar come miglior film straniero e lanciò Fellini a livello internazionale.

Le notti di Cabiria (1957)

Quando Cabiria sembra non farcela a risollevarsi dall’ennesimo colpo basso della vita e pensa di suicidarsi, lungo una strada di campagna incontra un gruppo di ragazzi che canta e suona in allegria e che le restituisce la gioia e la fiducia nel futuro. Giulietta Masina non dice una parola, fa tutto con lo sguardo. E il resto lo fa Nino Rota. Secondo Truffaut, “il finale del film è un prodigio di potenza e di forza, nel senso più nobile del termine”. Altro giro, altro finale e altro Oscar.

La dolce vita (1960)

Sì, ok, la scena della fontana con la fotonica Anita Ekberg, “Marcello, come here” e tutto il resto. Ma il finale della Dolce Vita è uno dei più amaramente simbolici e poetici del cinema: l’occhio della manta gigante (il pesce mostro nasce da un ricordo di Fellini) che guarda Marcello e, oltre il canale, la voce dell’innocenza che lo richiama, ma che lui non comprende, facendosi trascinare via dalla sua vita vuota. Memorabile. Ancora una volta, un finale sulla spiaggia.

(1963)

La rumba della Saraghina (l’attrice americana Eddra Gale) sulla spiaggia è l’educazione sessuale del maestro da piccolo: i bambini scappati dal collegio pagano la prostituta perché si spogli. L’opposizione tra la sua figura – amore, sesso vissuto in libertà – e la Chiesa – repressione e limitazione – sta tutta in questa scena: tra la danza morbida della Saraghina e la rigidità dei due preti che arrivano a castigare il protagonista. Fun fact: in Nine, il musical di Rob Marshall basato su , a interpretare il personaggio è Fergie dei Black Eyed Peas sulle note del brano Be Italian, subito diventato cult.

Giulietta degli spiriti (1965)

Sandra Milo sull’altalena con il mitico costume creato per lei da Piero Gherardi, nel bel mezzo di un numero tra cavalli ed elefanti, apice barocco e visionario di Fellini. Nel ricordo raccontato da Giulietta, è la ballerina con cui il nonno della protagonista era fuggito. Ma la Milo incarna tutte le versioni della voluttà nel film che racconta la crisi del matrimonio secondo il maestro.

Roma (1972)

Roma, magnifico e visionario ritratto della Città Eterna visto attraverso gli occhi di un giovane riminese, è pieno di momenti cult – l’ultima apparizione sullo schermo di Anna Magnani, che chiude la porta in faccia a Fellini al grido di: “A Federi’, va a dormi’ va’”, oppure Mastroianni a cena in una scena che è stata tagliata dal cut americano – ma noi scegliamo la sfilata di moda del clero davanti a un cardinale tronfissimo, mentre due suore all’organo accompagnano con musiche para ecclesiastiche rivisitate con sarcasmo da Nino Rota. Praticamente The Young e The New Pope, ma negli anni ’70.

Amarcord (1973)

Ciccio Ingrassia questo film non volveva nemmeno farlo: quello dello Zio Teo, il ruolo del parente matto che si arrampica su un olmo a gridare “Voglio una donnaaa!”, gli sembrava troppo marginale. E invece la scena dell’albero segnò la memoria degli spettatori nel film più autobiografico di Fellini e questo cameo di culto aprì definitivamente a Ingrassia le porte cinema d’autore. Fun fact: durante una lunga pausa di lavorazione, la troupe si dimenticò dell’attore mentre stava appollaiato sui rami, in attesa del ciak.

Ginger e Fred (1986)

Favola del ritrovamento di due anime perse, quelle dei due attempati ballerini di tip-tap interpretati da Mastroianni e dalla Masina, agli albori della tv spazzatura, che Fellini profetizza nel 1985. “A sessanta milioni di italiani io dico tutto: pe-co-ro-ni, PE-CO-RO-NI! State tutti lì a guardare sempre la televisione? Volete sentire solo la televisione? E allora, stasera, sentite me”.

La voce della Luna (1990)

“Dopo aver tanto cercato, ho ritrovato Pierino. Proprio lui: leggero, buffissimo, lunare, misterioso, ballerino, mimo, che fa ridere e piangere. Ha il fascino dei personaggi delle fiabe, delle grandi invenzioni letterarie. Rende credibile qualunque personaggio e tutti può abitarli. Amico degli orchi e delle principesse, dei ranocchi che parlano. È come Pinocchio e Giovannin senza paura”, aveva detto Federico Fellini di Benigni nella sua ultima intervista. Per il suo canto del cigno ha voluto lavorare con lui (e Paolo Villaggio): “Questo film è anche il suo testamento sulla nostra società, sul nostro mondo di adesso. Fa vedere il nostro rimbecillimento, la volgarità, e addirittura la nostra fine. Era un amarissimo commento sui nostri tempi, ma fatto con la sua solita bellezza stilistica”, ha ricordato recentemente Benigni.

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