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La guida definitiva ai film di Gabriele Muccino

Alla vigilia dell'uscita degli 'Anni più belli', al cinema da 13 febbraio, un ripassone ragionato della sua filmografia

Artwork by Stefania Magli

Non tutti gli autori diventano aggettivi. “Mucciniano” invece basta a descrivere un intero universo e un modo di fare cinema. Alla vigilia dell’uscita degli Anni più belli, il film-summa di Gabriele Muccino nelle sale il 13 febbraio, ecco un ripassone ragionato della sua filmografia.

12Quello che so sull’amore (2012)

Questo titolo hollywoodiano numero tre è il film della carriera di Muccino in cui si riconosce meno la mano dell’autore, ma probabilmente non è nemmeno colpa sua. I produttori americani hanno pesantemente influenzato il montaggio finale del lungometraggio, diventato una commedia un po’ troppo rassicurante e con pochi picchi emotivi, a dispetto di un grande cast internazionale (da Gerard Butler a Uma Thurman). L’ha ammesso lo stesso regista. A noi mucciniani piace Muccino quando fa Muccino.

11L’estate addosso (2016)

Quello di passaggio tra il periodo americano e il ritorno in Italia è un racconto di formazione che non a caso parte da Roma, arriva negli USA e ha pure una svolta cubana. Prima di tornare a indagare la sua generazione, Muccino “riparte” da un ritratto di teenager come agli inizi, con la vena nostalgica che gli appartiene: da giovani tutto può succedere. Come canta per lui il “fedele” Lorenzo: “L’amore di una sera, gli amici di una vita, la maglia dei mondiali scolorita“.

10Padri e figlie (Fathers and Daughters) (2015)

Anche se lo scenario è ancora una volta americano e al centro c’è una star come Russell Crowe, in questo dramma puro Gabriele sembra quasi volersi guardare allo specchio per raccontare su due piani temporali diversi la storia di un padre alle prese con i tumulti della figlia e di una figlia alle prese con la memoria del padre. Nonostante il copione sia firmato da uno sceneggiatore statunitense (Brad Desch), si sente il respiro dei personaggi di Muccino. Letteralmente.

9Ecco fatto (1998)

Come tutti gli esordi aveva una certa ingenuità, ma proprio questo l’ha reso una sorpresa nel cinema italiano della fine degli anni ’90. Già si riconosceva il tocco del futuro autore, sia nella scrittura di questa storia di amore e amicizia, sia nella capacità di scegliere volti emergenti che sarebbero diventati suoi feticci (Giorgio Pasotti e Claudio Santamaria), ma anche nomi che Muccino trasformava in scommesse vinte, vedi l’allora veejay Enrico Silvestrin.

8Baciami ancora (2010)

Un po’ si sente la mancanza della Giulia originale (Giovanna Mezzogiorno). E forse non c’era bisogno di dare un seguito al film generazionale più epocale dell’Italia degli anni 2000. Ma per Muccino il cinema spesso è ritorno, e quest’opera di sicuro segna il primo ritorno italiano dopo la doppietta con Will Smith. Il pubblico ha gradito, sia il film che la title-track nata dal sodalizio con Jovanotti.

7Sette anime (Seven Pounds) (2008)

Un film che sicuramente non avrebbe potuto girare nell’Italia di un decennio fa, visto il delicato tema della donazione degli organi al centro di questo mélo che ha diviso le platee: in tanti l’hanno amato, e altrettanti l’hanno detestato. Atteggiamento che spesso il pubblico ha nei confronti di Muccino, e sul quale lui sembra fare leva, con le sue sfide emotive bigger-than-life. O forse il nostro ha semplicemente capito che la vita a volte è grandissima davvero?

6Come te nessuno mai (1999)

Educazione sentimentale e sociale di un adolescente in quel che resta delle occupazioni scolastiche. C’è l’impeto degli “anni più belli”, a cui il regista – allora già ultra trentenne – partecipa con adesione totale. Vi sfidiamo a trovare un altro autore in Italia che abbia saputo consegnare a ogni generazione il suo film di riferimento.

5A casa tutti bene (2018)

Ma non benissimo: nelle famiglie mucciniane c’è sempre aria di tempesta. Quella meteorologica che blocca il clan di Stefania Sandrelli e Ivano Marescotti sull’isola e si traduce in uno tsunami di passioni, rancori e perdoni. La serie A del cinema italiano in un turbinio di incontri e scontri, che solo la musica di un pianoforte riesce a pacificare. La prova definitiva che in Italia pochi sanno girare e dirigere un cast corale come Muccino.

4La ricerca della felicità (The Pursuit of Happiness) (2006)

L’American dream visto attraverso gli occhi di un regista che a Hollywood c’era appena arrivato. Un salto nel vuoto che Muccino riesce a gestire da autore capace di mimetizzarsi dietro una produzione da grande studio, continuando però a far sentire la propria voce. E a convincere un big come Will Smith a scegliere proprio lui per guidarlo nel ruolo più commovente della sua carriera.

3L’ultimo bacio (2001)

Amori, corna, corse e urla sulle scale entrati nel lessico famigliare degli italiani. Il miglior racconto possibile sui trentenni che non vogliono diventare adulti. E pure il titolo che ha consacrato definitivamente Muccino in patria e insieme gli ha aperto la strada verso gli States. Un cast di veterani e new entry (dalla Sandrelli a Martina Stella) e una canzone (di Carmen Consoli) che, anche stavolta, ha fatto la storia quanto il film.

2Gli anni più belli (2020)

Muccino è diventato grande e fa i conti con i cinquantenni disillusi ma capaci di restare umani. E anche con la storia del cinema italiano che l’ha preceduto, in una cavalcata di omaggi e citazioni (da Scola a Fellini) sulla carta spericolati, sullo schermo affettuosi e intelligenti. Si aggiungono ai soliti noti (Favino e Santamaria), volti nuovi (Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti) capaci di entrare nella famiglia allargata mucciniana in un respiro. Con la benedizione di Claudio Baglioni.

1Ricordati di me (2003)

Una medaglia d’oro azzardata? No, il vero capolavoro incompreso (sicuramente all’epoca) di Muccino è il film che ha anticipato i 10 anni di storia successiva e il costume social che c’avrebbe intrappolati. Tra bisogno dell’apparenza a tutti i costi, frustrazioni annegate nel narcisismo ed esibizionismo da influencer ante-litteram. Anche senza nessun volto mucciniano (Bentivoglio, Morante, Bellucci e la “scoperta” Romanoff), questo rischia di essere il film più mucciniano di tutti. Stavolta, poi, la canzone del titolo c’era già e, a fare da title-track al film, c’è la cover di lusso di Almeno tu nell’universo by Elisa.