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I migliori film italiani del 2020

Gabriele Muccino, Checco Zalone, Gianni Amelio, Susanna Nicchiarelli, Sydney Sibilia, Ginevra Elkann. Ma, tra solide certezze e insolite scoperte, questo è l’anno di Pietro Castellitto e dei Fratelli D’Innocenzo

Artwork by Stefania Magli

10Figli di Giuseppe Bonito – su Amazon Prime Video

Il cinema italiano perde uno dei suoi sceneggiatori migliori, ma guadagna un film-testamento che resterà. Il bilancio è impari, si capisce. Ma Figli di Mattia Torre (avrebbe anche dovuto dirigerlo), già monologo reso celebre in tv da Valerio Mastandrea, è la dramedy all’italiana dell’annata. Mastandrea è anche il protagonista, insieme a Paola Cortellesi, dell’adattamento cinematografico (diretto da Giuseppe Bonito). La parabola dei genitori (non giovanissimi) che affrontano le fatiche erculee della crescita di un secondo figlio è costellata delle tenerezze e delle malinconie della vita di tutti. Ma è anche un resoconto infallibile della società di oggi: i protagonisti ultraquarantenni sono per primi gli eterni “figli”, schiacciati dalla generazione precedente. Il pensiero, pensando che il suo autore non c’è più, è uno solo: ci mancherai, Mattia.

9Hammamet di Gianni Amelio – on demand

Bettino Craxi è un figura complessa, forse imprendibile. Gianni Amelio lo sa e quindi, per raccontarlo, opta per un anti-biografia sospesa tra realtà assoluta, minuziosa, impressionante (vedi la prova mimetica di Pierfrancesco Favino, sempre più attore totale) e una libera reinterpretazione quasi onirica dei fatti. Ovvero: la crisi del Partito Socialista Italiano, le amanti del segretario, fino agli ultimi giorni tunisini dell’ex statista, travolto dalla “pulizia” d’inizio anni ’90. Il regista non sceglie, il che è insieme la forza e il limite del film. Ma sa creare un’opera impressionista che non assomiglia a nessun altro biopic, soprattutto le agiografie nostrane. Grande successo di pubblico (un po’ a sorpresa, visto il tema) e Nastro d’argento per il protagonista, che segue – nella stessa annata – il David di Donatello per Il traditore.

8Magari di Ginevra Elkann – su RaiPlay

Ginevra Elkann, nipote di Gianni Agnelli, esordisce al cinema – dopo una fortunata carriera da produttrice e distributrice – con una storia di coming of age su sfondo 80s che è insieme leggera e profonda, anche perché l’autrice (con la collaborazione della scrittrice/sceneggiatrice Chiara Barzini) racconta «solo quello che conosco» (cit. dalla regista stessa). I detrattori preventivi, condizionati dai cognomi di famiglia, si sono dovuti ricredere: è nata un’autrice, grazie a un film che è una delle vere sorprese dell’annata (e del primo lockdown: è uscito direttamente su RaiPlay). Tutto è originale e personale: l’ambientazione nella Sabaudia d’inverno, Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher presenze adulte più sgangherate dei ragazzini attorno al cui sguardo tutto ruota, i tanti omaggi al glorioso cinema italiano (vedi il cammeo di Florinda Bolkan). Attendiamo già impazienti un secondo film.

7Miss Marx di Susanna Nicchiarelli

Ricordate il contrasto tra la Nico iconica di Warhol e dei Velvet Underground e il modo inedito in cui Susanna Nicchiarelli raccontava invece Christa Päffgen, la sacerdotessa nera, nella sua vera essenza, quella dopo Lou Reed & Co.? Qui lo scarto è tra la Eleanor Marx pubblica, che porta avanti l’eredità politica del padre Karl, avvicina i temi del femminismo e del socialismo, partecipa alle lotte operaie, combatte per i diritti delle donne e l’abolizione del lavoro minorile; e Tussy, come veniva soprannominata, ironicamente “caught in a bad romance” per dirla à la Lady Gaga, intrappolata in una relazione tossica per amore. È lì che la regista trova il capitale emotivo per questo film sulla figlia minore di Karl. E fa ballare Eleanor (un’ottima Romola Garai) sulle note di un pezzo dei Downtown Boys come fosse Courtney Love. È proprio quel “punk”, tra le altre intuizioni, a lanciare Miss Marx oltre il biopic. Attenzione però: non si tratta di un film femminista, ma semplicemente «libero», ha spiegato Nicchiarelli. La cosa più punk che si possa dire oggi.

6L’incredibile storia dell’Isola delle Rose di Sydney Sibilia – su Netflix

Post trilogia sui ricercatori più ricercati d’Italia (leggi: la saga Smetto quando voglio), Sydney Sibilia per fortuna non “smette”, ma rilancia il fil rouge della sua poetica: il rapporto tra libertà individuale e potere costituito. La storia è di quelle italianissime, anarchiche e poco conosciute: l’avventura sessantottina quasi inconsapevole di un nerd d’altri tempi, Giorgio Rosa, che fondò uno Stato indipendente al largo delle acque di Rimini, mettendo in crisi Governo italiano, Consiglio d’Europa, ONU. La vocazione internazionale (e quindi Netflix on board) è organica al film. E non si erano mai visti un Elio Germano tanto libero, una Matilda De Angelis così deliziosamente bolognese di ritorno, Zingaretti e Bentivoglio versione super caratteristi. Un cast che di solito la commedia non la fa, perfetto per plasmare la nuova commedia all’italiana a immagine e humour del suo autore.

5Volevo nascondermi di Giorgio Diritti – on demand

Altro giro, altro Elio Germano. Al servizio, prima della svolta leggera directed by Sibilia, del rigore di Giorgio Diritti. E del “genio e sregolatezza” (psichica: ma lì sta il genio) di Antonio Ligabue, il più celebre dei nostri pittori naïf. Anche in questo caso, un biopic che biopic non è, bensì opera pittorica, introspettiva, lieve sugli emarginati di tutti i luoghi e di tutti i tempi. E sui loro talenti (in)compresi. Immersa in un’Italia di provincia che raramente è stata così concreta, umana, realistica. Una collaborazione, quella tra Diritti e Germano, capace di generare il meglio del connubio autore-attore. E che non è ovviamente passato inosservato: al secondo è andato l’Orso d’argento per la miglior interpretazione maschile all’ultimo Festival di Berlino.

4Tolo Tolo di Checco Zalone – on demand

Luca Medici debutta alla regia. Chi? Checco Zalone, che molla il suo nome d’arte per diventare autore, soppiantando Paolo Virzì (che rimane però in veste di co-sceneggiatore). Non è un caso che il divo maximo del cinema italiano abbia deciso di passare dall’altra parte della macchina da presa con quello che è il suo copione forse più contestato, di sicuro il più ambizioso. Sembra un’era fa, ma un tempo nel nostro Paese si parlava solo di immigrazione. Checco offre la sua versione: libera, graffiante, molto più progressista (no: “di sinistra”) della visione dei democratici del nostro Parlamento. Un film che ha diviso spettatori e politica, ma che resta la tragicommedia (a fuggire dall’Africa all’Italia stavolta è un italiano stesso) che nessun altro saprebbe fare. Flop al botteghino: dai 65,3 milioni di euro incassati dal precedente Quo vado?, Zalone è passato ai “miseri” 46,1 di questo. Ovviamente è una battuta. 

3I predatori di Pietro Castellitto – on demand

Il miglior esordio dell’anno è “scritto, diretto e interpretato” da Pietro Castellitto. Che è figlio d’arte al quadrato, ok, ma anche basta. Perché I predatori, premio Orizzonti per la sceneggiatura a Venezia 77, testimonia un’idea di cinema personale ma già precisa al millimetro, e un’autenticità invidiabile. C’è uno sguardo generazionale, fulminante e irriverente su questo scontro tra sottomondi (famiglia popolare, burina e neofascista vs quella ricca, borghese e radical chic), che però Pietro sviluppa su toni grotteschi e surreali, elaborando con un’ironia disarmante anche un certo giustificato complesso edipico. Per un’analisi antropologica degli italiani che vale più di mille trattati, travestita da filosofic-satira pronta a esplodere come una bomba a orologeria. E a lanciare Castellitto Jr. non solo nel panorama degli attori under 30 più richiesti (vedi la serie su Totti e Freaks Out), ma anche in quello degli autori che sono arrivati per restare.

2Gli anni più belli di Gabriele Muccino – on demand

Leggenda vuole che, molti anni fa, a Gabriele Muccino fosse stato proposto da Harvey Weinstein (!) un remake americano di C’eravamo tanto amati (!!) starring Nicole Kidman (!!!). Per fortuna l’idea non è andata in porto e, se non il remake vero e proprio, l’omaggio al capolavoro di Ettore Scola si è giocato tutto “in casa”. La storia è, anche qui, quella di tre amici (Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria) divisi dalla Storia e dalle storie personali; e da una donna (Micaela Ramazzotti) che insieme li lega e li allontana. Ne esce una cavalcata (meravigliosamente girata) dagli anni ’80 a oggi che ci riguarda tutti, nessuno escluso. Con sottofondo di Claudio Baglioni: «Noi che sognavamo i giorni di domani, per crescere insieme mai lontani». Fa già piangere anche solo così.

1Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo – on demand

I Fratelli D’Innocenzo guardano già “oltre”: a una serie noir made in Sky, e a un western su copione supervisionato nientemeno che da Paul Thomas Anderson (sarà questo America Latina che hanno da poco annunciato sui social?). Ma, intanto, si prendono l’annata 2020. Con il film più folgorante, senza se e senza ma. Vincitore all’ultima Berlinale dell’Orso d’argento per la sceneggiatura, è un family di periferia che mischia Pasolini e Tim Burton, ma che assomiglia solo al cinema dei due gemelli più folli e geniali del nostro panorama attuale. Disturbante, divertente, “necessario”, come si usava dire una volta. Di certo abbiamo bisogno noi di voci così fresche e innovative. E, se non si era capito, Elio Germano è l’attore dell’anno, capace di imporsi anche in questo cast coralissimo e giustissimo. Bravi ragazzi.