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I 10 migliori film horror degli anni 2000

Vampiri da scuola elementare, cannibali francesi, zombie nervosi e incubi americani fin troppo contemporanei: le storie più terrificanti degli ultimi 20 anni di cinema dell'orrore

Daniel Kaluuya in 'Scappa – Get Out'

10‘Raw – Una cruda verità'(2016) di Julia Ducournau

Molte persone sono andate a vedere lo straordinario ed estremo debutto della regista francese Julia Ducournau aspettandosi di mettere alla prova il proprio coraggio (è il film che ha causato svenimenti durante le proiezioni ai festival, mon dieu!). Poco meno di due ore dopo, sono usciti abbagliati da quello che è un vero e proprio capolavoro Grand Guignol, che segue una matricola del college (Garance Marillier) mentre sviluppa un gusto per alcune prelibatezze decisamente fuori dal menu. Raw è uno sguardo grottesco alla formazione di una cannibale che ribalta le nozioni di empowerment e metterà sottosopra il vostro stomaco. In termini di film horror di nuova generazione, introduce un nuovo talento: l’inquadratura della nostra eroina che azzanna il proprio braccio è stupenda, ossessionante e fottutamente malato. In termini di utilizzo del genere per affrontare la politica del corpo femminile, Raw è una bomba art-horror, che parla in maniera trasgressiva del controllo e della femminilità sotto la copertura dello splatter. Bon appetit.

9‘The Witch’ (2015) di Robert Eggers

Un capolavoro di horror atmosferico, un period piece brillantemente confezionato da Robert Eggers che segue la discesa nella disperazione e nella follia di una famiglia di contadini del New England del XXVII secolo, dopo che il loro bambino è stato rapito da una strega locale. Anche se il film contiene alcune sequenze davvero terrificanti, gran parte del suo travolgente senso di inquietudine deriva da ciò che non si vede sullo schermo, insieme alla tensione che inevitabilmente si crea quando la famiglia contrappone la sua instancabile visione puritana al potere spietato di Madre Natura. E Black Phillip, la capra della famiglia, non vi farà più entrare in un zoo per il resto della vostra vita.

8‘Pulse’ (2001) di Kiyoshi Kurosawa

Un miasma che induce al suicidio invade il mondo via Internet nella silenziosa e apocalittica ghost story di Kiyoshi Kurosawa. Tra tutti i film dell’ondata di horror giapponesi dei primi anni 2000, Pulse è di gran lunga il più inquietante e profetico: un deprimente atto d’accusa nei confronti della tecnologia e dell’effetto negativo che continua ad avere sull’umanità. Ancora più impressionante, il regista non ricorre mai a trucchetti spaventosi, optando invece per un senso di terrore che brucia lento per raccontare una società che sta marcendo dal punto di vista spirituale, un clic del mouse alla volta. È triste, bello e inquietante: uno dei pochi film horror che lascia una macchia scura sull’anima.

7‘Quella casa nel bosco’ (2012) di Drew Goddard

Il meta-horror più sovversivo dai tempi di Scream, la prospettiva di Drew Goddard sul cliché più noto del genere – ragazzi del college arrapati che si chiudono in un capanno nel bosco per sperimentare con il sesso e le droghe – diventa qualcosa di così originale che Hollywood non è riuscito a escogitare un modo per imitarlo e/o rovinarlo com’è successo, ad esempio, nel caso di Blair Witch Project. È uno dei pochi film che riesce a essere spaventoso e divertente senza diventare robaccia banale. E questo senza parlare della sotto trama del tritone.

6‘L’evocazione – The Conjuring’ (2013) di James Wan

Molti registi giurano fedeltà a film horror della vecchia scuola come L’esorcista, ma James Wan è uno dei pochi in grado di creare qualcosa di degno della sua influenza. Questa storia di fantasmi per antonomasia viene dagli stessi spunti di vita reale di Amityville Horror: nei primi anni ’70, gli investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson e Vera Farmiga) visitano una famiglia del Rhode Island che crede che la loro casa sia infestata. The Conjuring non è semplicemente una perfetta ricostruzione storica, è un ritorno diabolicamente efficace all’horror in studio stile anni ’70, quando il ritmo metodico e il tono gelido superavano il gore a buon mercato. Un terrore sontuoso e sofisticato pervade ogni inquadratura: Wan gioca diabolicamente con il suo pubblico che sobbalza a ogni scricchiolare di pavimento o incursione casuale nello scantinato.

5‘Babadook’ (2014) di Jennifer Kent

Il debutto di Jennifer Kent non è solo uno dei più sicuri da diversi anni a questa parte, ma anche uno dei più solidi dal punto di vista concettuale: non solo sa come spaventare le persone, ma pure perché. La storia di una madre vedova (Essie Davis), il cui figlio è minacciato da un demone uscito letteralmente dal libro di un bambino, inizia come una parabola del dolore, ma diventa davvero terrificante quando il focus si sposta su quanto velocemente l’amore dei genitori può trasformarsi in odio. È un monster movie in cui ognuno, a turno, è il mostro.

4‘Lasciami entrare’ (2008) di Tomas Alfredson

Bello, dark e profondamente toccante, lo straordinario film del 2008 di Tomas Alfredson ha dato al genere dei vampiri un twist indispensabile con la sua cupa rappresentazione di una delle relazioni più insolite nella storia dell’orrore: un ragazzo di 12 anni alienato che si lega inavvertitamente alla giovane succhia sangue della porta accanto. Riempito con abbastanza angoscia svedese da rendere orgoglioso Ingmar Bergman e un quoziente ‘paura’ sufficiente ad attrarre fanatici dell’horror, Lasciami entrare si muove silenziosamente e con grande consapevolezza, il che rende le sue scene di vampirismo e le scenografie come il massacro in piscina molto più stridenti. Ancora più spaventosa, forse, è l’idea del film secondo cui i maschi adolescenti hanno la capacità di essere ben più terribili dei mostri reali.

3‘Hereditary – Le radici del male’ (2018) di Ari Aster

Che lo consideriate “il film più spaventoso dai tempi dell’Esorcista” o semplicemente uno dei migliori horror degli ultimi 10 anni, l’opera prima di Ari Aster è una prospettiva disturbante sulle dinamiche familiari girata con mano sicurissima. Sa esattamente quando e come buttarsi a capofitto nella follia. Il mix di dolore, grottesco e ghost story sembra quasi imbattibile. La performance di Toni Collette nei panni di un’artista che cerca di superare una perdita è una masterclass su come interpretare qualcuno che va lentamente fuori di testa, mentre la discesa nella pazzia di Alex Wolff nei panni del figlio corrisponde alla suo passo dopo passo. Tutto, dalla cinematografia alla colonna sonora, suggerisce un brutto sogno da cui è impossibile svegliarsi. Il film richiede almeno diverse visioni per capire la forza con cui dissemina indizi su ciò che sta accadendo fin dall’inizio. Senza parlare del climax, che fa riferimento a numerosi cult senza copiarli. C’è un nuovo maestro dell’horror in città.

2’28 giorni dopo’ (28 Days Later) (2002) di Danny Boyle

Come accade per molti grandi horror, lo zombie thriller di Danny Boyle nasce dalle paure del mondo reale. “Danny era particolarmente interessato alle questioni che avevano a che fare con la rabbia sociale”, ha spiegato lo sceneggiatore Alex Garland. Il risultato è 28 giorni dopo, in cui una manciata di sopravvissuti (tra cui Cillian Murphy e Naomie Harris) cercano di stare un passo avanti rispetto a orde inarrestabili di non morti furiosi, che non si limitano a banchettare con i vivi ma sembrano essere pieni zeppi di una rabbia inestinguibile, mentre inseguono ferocemente i nostri eroi con la logica folle di un incubo. Girato su MiniDV per enfatizzare l’estetica sporca e post-apocalittica, il film è una meraviglia di camera a mano ed editing nervoso. Ma sulla scia della tragedia dell’11 settembre, questo horror premonitore parlava anche delle ansie inconsce di un mondo in cui le tensioni e la paranoia in ebollizione avevano l’aspetto di una nuova, terribile normalità.

1‘Scappa – Get Out’ (2017) di Jordan Peele

Il film-caso del 2017, che è insieme un ritorno ritorno perfetto al ‘thriller sociale’ degli anni ’70 amatissimo dallo sceneggiatore e regista Jordan Peele e un intervento sullo stato della nazione che ha toccato un nervo scoperto, è diventato subito un classico. Un autore con meno talento avrebbe potuto ridurre la storia di un fotografo afro-americano (Daniel Kaluuya, con un faccia pazzesca) che incontra per la prima volta i genitori liberali della sua ragazza bianca – e ha la strana sensazione che ci sia qualcosa di strano – a poco più di una collezione di salti sulla sedia socialmente consapevoli. Invece Peele ha trasformato Get Out in qualcosa di unico: un incubo allo stato puro che intreccia le trovate satiriche con un senso di minaccia genuina. Rilasciato subito dopo che un presidente razzista aveva prestato giuramento e ancora al cinema quando i suprematisti bianchi marciavano nelle strade del sud, questa hit horror rimane emblematica dell’assurdo momento storico in cui viviamo.

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