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I 10 migliori film di James Bond

Nel giorno dell’anniversario di ‘Agente 007 – Licenza di uccidere’, la classifica (im)possibile degli 007 movies da Sean Connery a Daniel Craig. Più un bonus al servizio (non più) segreto di Sua Maestà

Daniel Craig in 'Skyfall'

Foto: Francois Duhamel/ United Artists Corporation/ Columbia Pictures Industries

10Spectre di Sam Mendes (2015)

Non sarà il migliore tra i Bond movie starring Daniel Craig, ma c’è stato di peggio (leggi: Quantum of Solace). Dopo il seminale Skyfall, Sam Mendes sa che superare sé stesso sarebbe impossibile. Dunque firma una specie di fumettone kitsch con tutti gli elementi volutamente stilizzati, ma proprio per questo al posto giusto: dal prologo messicano alla parentesi italo-mafiosa (feat. la sontuosa Monica Bellucci); fino alla love story con Madeleine Swann/Léa Seydoux, di fronte alla quale l’eroe si scopre – forse per la prima volta – un uomo che non si vergogna di mostrare la propria fragilità, dunque in linea col proprio tempo. Per alcuni è un film dimenticabile (come la canzone Writing’s on the Wall di Sam Smith, che comunque ha incredibilmente vinto l’Oscar), ma potrebbe essere il giusto passaggio dalla “vetta” Skyfall all’ultimo titolo con protagonista Craig: solo che per vedere No Time to Die dovremo aspettare altri sei mesi, sigh.

9GoldenEye di Martin Campbell (1995)

Domanda per gli storici contemporanei: Pierce Brosnan è stato un James Bond scarso? Tutt’altro. Il fatto è che probabilmente non ha avuto film all’altezza, in quegli anni ’90/primi 2000 in cui l’agente segreto ha dovuto ridefinirsi (senza riuscirci). Tra Il domani non muore mai, Il mondo non basta e La morte più attendere, è difficile scegliere il più “scult”. E dire che la partenza sembrava promettere decisamente meglio. Rivisto oggi, GoldenEye può fare l’effetto di una soap di Retequattro. Ma il regista Martin Campbell ha la mano sicura, tanto che sarà richiamato dieci anni dopo per inaugurare, con Casino Royale, l’era Craig (vedi più avanti). E pure la title track (by Tina Turner) fa il suo dovere. Anche se i critici storcono ancora il naso, gli incassi gli diedero ragione: era dal 1979, anno di Moonraker – Operazione spazio con Roger Moore, che un film della saga non incassava così tanto.

8Agente 007 – Vivi e lascia morire di Guy Hamilton (1973)

Il mondo si divide: o con Roger Moore o contro Roger Moore. Se i secondi sostengono che non sarà mai all’altezza di Sean Connery (e come dar loro torto), i primi riconoscono al suo James Bond un’ironia più decisa, capace di rendere il personaggio quello che è poi diventato nell’immaginario collettivo. E pure questo è innegabilmente vero. Nei titoli che lo vedono protagonista mancherà forse l’epica, ma c’è un gusto per l’intrattenimento puro e semplice che è uno degli ingredienti fondamentali della saga. Vedi Vivi e lascia morire, uno dei capitoli più cult per vari motivi: sequenze d’azione tra le più pirotecniche della serie (la corsa in motoscafo nelle paludi della Louisiana), il finale gustosamente splatter e – ovviamente – la canzone di Paul McCartney (con gli Wings). «When you got a job to do, you got to do it well»: ecco.

7Agente 007 – Si vive solo due volte di Lewis Gilbert (1967)

James Bond lost in translation, in tutti i sensi. L’agente va in Giappone e, tra ninja e geishe, ripensa sé stesso e il suo posto nel cinema. Dopo instant classic come Dalla Russia con amore e Missione Goldfinger, avevamo lasciato il nostro nel cult Thunderball (Operazione tuono). Lo scarto arriva con questo episodio – diretto dal regista del successone Alfie e scritto da Roald Dahl (!) – che per certi versi fa a pezzi tutto ciò che avevamo visto finora: è il primo Bond movie senza un vero cattivo né una vera Bond girl. C’è solo il gusto quasi grafico per l’avventura fine a sé stessa, tra guerra fredda e saké bollente. Il décor è passato alla storia, almeno quanto il brano You Only Live Twice cantato da Nancy Sinatra (e poi ripreso da Robbie Williams nella sua Millennium): si può dire che è la Bond song più bella di sempre?

6Casino Royale di Martin Campbell (2006)

È l’inizio di una nuova era. Anche quelli che non riuscivano a immaginare il “working class” Daniel Craig nello smoking dell’agente segreto si sono dovuti ricredere: un nuovo Bond è possibile. Anzi, è l’unico possibile per il nuovo millennio. Facendo a pezzi la mitologia più recente e riprendendo uno dei romanzi più amati di Ian Fleming, Martin Campbell riparte da zero. E trova la quadra perfetta tra classicità (le solite location esotiche, il vodka martini, i casinò del titolo) e modernità. Incarnata più di tutto dal rapporto finalmente adulto tra il protagonista e la sua bella: Vesper Lynd/Eva Green, indimenticabile come il dialogo sul treno quasi hitchcockiano tra i due. Ma anche da una dose di violenza che non è più da fumetto, ma trova una dimensione oscura e matura. Splendidi i titoli di testa e la canzone che li accompagna: risentita oggi, You Know My Name di Chris Cornell è un colpo al cuore come prima, più di prima.

5Agente 007 – Licenza di uccidere di Terence Young (1962)

Il primo Bond (che usciva in Inghilterra oggi, nel 1962) non si scorda mai. Ed entra subito nell’immaginario popolare, oltre che nel lessico famigliare: a partire da quel “licenza di”, anche se il titolo originale era Dr. No, a indicare che l’attenzione era ancora rivolta alla trama (e al suo villain). Il vero plot, invece, è lo stesso James Bond, che da solo riesce subito a incarnare e raccontare un universo intero. Il merito va a Sean Connery, all’epoca già visto in una decina di film, ma qui definitivamente divo: quello sfrontato scozzese inizialmente non piaceva a tutti i sudditi di Sua Maestà, che però poi hanno capito quanto fosse la scelta più giusta (anche rispetto ai papabili 007 iniziali: da David Niven a Roger Moore, che si riscatterà più avanti). Il resto è la costruzione di un’epica che fino a quel momento non esisteva e che resterà immutabile per sempre (o quasi): la SPECTRE, le spider di lusso, la Bond girl (e se è Ursula Andress in bikini, meglio ancora), le location e le scenografie (firmate Ken Adam). E l’eroe più longevo e amato del grande schermo: a star is born, anzi è nato proprio tutto.

4Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà di Peter Hunt (1969)

Certo, George Lazenby (nel suo unico film della saga) non è Sean Connery (che voleva più cash), il suo Bond è più insicuro, più sopraffatto, ma anche in un certo senso più “vero”. Diretto da Peter Hunt, che aveva montato tutti i film di Connery, Al servizio segreto di Sua Maestà è il capitolo più autonomo per tutti i modi in cui si discosta dalla formula di Bond e nello stesso tempo la amplia. Primo: il nostro si sposa. Con la Bond girl meno Bond girl di tutte, la contessa italiana interpretata da Diana Rigg: avremmo dovuto aspettare Judi Dench per avere nella saga una donna con altrettanta personalità. Ovviamente ci sono magnifiche acrobazie sugli sci nelle Alpi Svizzere e un cattivo da antologia, il Blofeld di Telly Savales (a cui si ispirerà poi Mike Myers per la sua parodia in Austin Powers). Ma l’azione e la trama sono in secondo piano rispetto al nucleo del film: la tragica love story tra Bond e Tracy sulle note della ballad di Louis Armstrong We Have All the Time in the World. Finale atipico e da fiumi di lacrime. Romanticissimo.

3A 007, dalla Russia con amore di Terence Young (1963)

Il secondo film della saga è il preferito sia dal suo protagonista, Sean Connery, che dall’ultimo Bond, Daniel Craig. E sembra più un thriller tesissimo che un grande action, con una chimica pazzesca tra i due protagonisti. Mentre affronta la SPECTRE, lo 007 di Connery (sempre più confident nel ruolo) ha il tempo di innamorarsi di Tatiana Romanova, la bellissima impiegata del consolato sovietico e inconsapevole pedina del gioco interpretata da Daniela Bianchi. Ma Dalla Russia con amore è uno dei Bond migliori anche per uno dei suoi cattivi: l’ex agente del KGB Rosa Kleb (la grande Lotte Lenya), che entra nella storia per la sequenza in cui sfodera una lama sulla punta della scarpa. E una delle scene di combattimento più clamorose di sempre: la resa dei conti a bordo dell’Orient Express tra Bond e il sicario della SPECTRE, Red Grant (un biondissimo Robert Shaw).

2Skyfall di Sam Mendes (2012)

Alla regia c’è Sam Mendes, il primo premio Oscar a dirigere un film di 007, e alla fotografia c’è il maestro Roger Deakins, che, con un budget all’altezza del franchise, supera se stesso (vedi la sequenza di Shanghai). Skyfall, che segna i cinquant’anni dell’agente segreto, trova l’equilibrio perfetto tra le acrobazie elettrizzanti, i luoghi esotici che i fan si aspettano e una storia personalissima e commovente: quella del rapporto tra Bond e M (Judi Dench), minato dal cattivo di Javier Bardem. Ovvero Raoul Silva, cyber-terrorista a caccia di vendetta. È uno dei pochi capitoli in cui ci sia una vera posta in gioco emotiva, tra la morte di M e l’esplorazione del passato torturato di Bond e dei segreti sulla sua famiglia, che collocano il film un po’ fuori dalle regole. Senza contare che Bond, per la prima volta, piange. Uno degli 007 più belli di sempre, con una canzone, Skyfall di Adele, da Oscar.

1Agente 007 – Missione Goldfinger di Guy Hamilton (1964)

Missione Goldfinger è il film in cui tutto ciò che sappiamo di James Bond diventa canone, quello che potrà continuare a spiegare a tutte le generazioni future perché saremo in qualche modo sempre ossessionati da 007. Nella sua terza performance da agente segreto, Sean Connery è sempre più pericoloso, spavaldo, sensuale, indossa uno smoking sotto la muta e ordina un martini “agitato, non mescolato”. Incontra donne bellissime con nomi stupidissimi (la Pussy Galore di Honor Blackman), guida Aston Martin cariche di gadget, sventa le trame di pazzi malvagi larger-than-life vagamente germanici (l’Auric Goldfinger di Gert Fröbe) e dei loro strambi scagnozzi (vedi la bombetta con la montatura in acciaio di Oddjob). Sequenza negli annali: «Ti aspetti che parli?», chiede Bond dopo che Goldfinger lo ha legato a un tavolo con un laser puntato sull’inguine. «No, Mr. Bond. Mi aspetto che tu muoia». Immagine indelebile: Shirley Eaton che giace morta sul letto per il soffocamento della pelle dovuto alla pittura dorata. E se non basta l’eleganza con cui Guy Hamilton consegna l’intero pacchetto di Bond, c’è il brano-tema di Shirley Bassey. Nella storia.

Bonus: James Bond e la Regina Elisabetta alle Olimpiadi di Danny Boyle (2012)

Danny Boyle avrebbe dovuto dirigere No Time to Die, a cui ai tempi ancora ci si riferiva semplicemente come Bond 25. Poi, colpa delle solite divergenze artistiche, ha mollato il progetto. Poco male: il suo Bond movie l’aveva già girato. E resta uno dei più incredibili di tutti. Da “director” delle Olimpiadi di Londra, il regista di Trainspotting ha messo a segno uno dei colpi più clamorosi della Storia britannica (sì, anche politica). L’agente 007, cui dà sempre il volto il divo in carica Daniel Craig, non è più al servizio segreto di Sua Maestà: nel minifilm che inaugura i Giochi del 2012, la regina Elisabetta in persona è la sua Bond girl (sorry, Queen). E, in mezzo ai suoi corgi che scorrazzano per i corridoi di Buckingham Palace, è capace come nessuna di stare al passo con lo humour della saga. Facendo per la prima volta scomparire James Bond. Nell’immensità.