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Una giornata sulla Terra con Salvatore Accolla, dal manicomio alla pittura

Una vicenda umana e allo stesso tempo super umana che il regista Paolo Boriani ha deciso di raccontare in 'Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa)', trovando una prospettiva del tutto inedita: quella del «film-documentario di fantascienza».

Salvatore Accolla ha passato 20 anni entrando e uscendo dal manicomio, sano tra ai matti. Una storia che parla da sola nel quarantennale dalla legge Basaglia, quella che avrebbe aiutato i malati, ma soprattutto i non malati, proponendo il superamento della logica manicomiale.

Oggi Accolla, testimone straordinario di quel tempo, è una sorta di Van Gogh siciliano. I suoi quadri naïf dal tratto spesso e dai colori massicci sono molto apprezzati da critica e pubblico, tanto che si organizzano mostre con le sue opere e di lui si parla sui giornali e in tv.

Una vicenda umana e allo stesso tempo super umana che il regista Paolo Boriani ha deciso di raccontare in Accolla (e il cavallino rosso a Siracusa), trovando una prospettiva del tutto inedita: quella del «film-documentario di fantascienza» come spiega lo stesso Boriani «Ripercorre una giornata sulla Terra di Salvatore Accolla, un astronauta che vive totalmente nel passato e totalmente nel futuro. Il film non è ambientato a Siracusa. Il film è ambientato sul pianeta Terra: le parti che considero più importanti sono state filmate sott’acqua e tra i crateri vulcanici. Accolla è un film di fantascienza. O, se si vuole, storico. Come insegna Stanley Kubrick, non c’è alcunché di diverso fra fantascienza e storia. Perché è un film che comunque racconta una cosa che non c’è».

Salvatore Accolla ha 71 anni e vive in un borgo di Ortigia, la parte più antica di Siracusa, da dove si è allontanato soltanto tre volte negli ultimi 30 anni. Ogni giorno si sveglia alle 3.30 del mattino e va a letto alle 3.30 del pomeriggio. Il film lo segue sugli scogli, dove va a vedere i pescatori fare ritorno all’alba, nella sua casa, quando dipinge i suoi quadri e poi li espone sui marciapiedi o mentre suona la chitarra nella sua stanza, che sembra uscita dal dipinto di Van Gogh La camera di Vincent ad Arles.

Una sua giornata-tipo insomma, ordinaria amministrazione per lui. Ma tutto diventa straordinario quando la sua voce ci riporta indietro per ripercorrere la vita prima e dopo l’ospedale psichiatrico, la sofferenza, sempre con un tono tra il comico e il drammatico: prima l’infanzia felice tra i vicoli della Borgata nonostante la povertà. Poi il fratello che se ne va e la partenza per la Germania, dove trova “l’America”, dice lui, “e una compagna”. È lì che inizia a dipingere e, quando la situazione peggiora, Salvatore decide di tornare a Siracusa.

Ma qualcosa non va e al suo rientro è più sensibile e fragile di prima: “Ero triste perché mi mancavano la mia fidanzata e la Germania, ero diventato troppo moderno, avevo visto il mondo e si era spezzato il mio sogno di una vita libera. E non l’hanno capito, mi hanno portato dal dottore che era un cretino, mi servivano solo un po’ di incoraggiamento e di appoggio morale. E invece lui ha detto a mia madre che ero esaurito ed è iniziato il lungo calvario del manicomio”.

La diagnosi, le punture, la prima notte in cui ha avuto paura di essere ucciso, “poi ci fai l’abitudine, come al carcere”, i tentativi di fuga: “Una volta, stufo di fare entra ed esci dal manicomio, mi è saltato in mente di scappare, ho aperto il cancello e sono scappato” racconta la voce fuori campo di Accolla, mentre i suoi occhi ci guardano e lui fuma una sigaretta.

“Sono salito sul muro alto due o tre metri, mi sono arrampicato e gli infermieri mi sono venuti appresso, mi hanno detto di non scappare, che tanto mi prendevano. Sono sceso, appena sono arrivato in reparto alcuni mi parlavano poi uno mi ha preso di dietro, mi ha fatto il colletto, mi ha affogato, ero in ginocchio e sono svenuto. Per castigo mi hanno legato le mani e i piedi nel letto, per 2 o 3 giorni. Se fai una cosa brutta, o ti mettono la camicia di forza oppure ti legano al letto”.

Dentro alle mura bianche del manicomio continua a dipingere cavalli e barche, barche e cavalli e, più di tutto, quel “cavallino rosso” che l’ha salvato e che disegnerà molto spesso.

Poi l’arrivo di “un dottore, Gattuso, che è stato la mia fortuna” e il rapporto conflittuale con la madre, che da vent’anni va a visitare al cimitero di Siracusa, “perché anche se mi ha fatto passare i guai di Cristo, è mia madre e le vorrò sempre bene”. E infine la vita dopo il manicomio, la pittura e la poesia, pur essendo analfabeta: “Io perdono tutto perché ho capito che Cristo ha fatto del bene e ha ricevuto male, un po’ come me. Ogni volta che mi sveglio sono contento perché quando c’è la vita per me ogni giorno è Pasqua. Basta la salute”.

I titoli di coda del film scorrono sulle note di Nessuno Al Mondo di Peppino Di Capri, cantante amatissimo da Accolla, che Giuliano Dottori degli Amor Fou, compositore della colonna sonora, ha arrangiato con i suoi toni malinconici affidando la parte vocale a Paolo Marrone dei Favonio.

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