Toronto Film Festival 2021: la Top 5 di Rolling Stone | Rolling Stone Italia
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Toronto Film Festival 2021: la Top 5 di Rolling Stone

Da 'The Eyes of Tammy Faye', che aprirà la Festa del Cinema di Roma (con una Jessica Chastain da Oscar), a 'Belfast', sull'infanzia di Kenneth Branagh nell'Irlanda del Nord, vincitore del premio del pubblico

Caitriona Balfe e Jamie Dornan

Foto: TIFF2021

Toronto Film Festival 2021. Dopo la sessione pandemia 2020 (zero spettatori), eccoci di nuovo virtuali (anche per via di notizie non proprio sicure sui permessi di entrata/uscita fra Canada e America per vax/no vax) con appuntamenti Zoom a manetta, visioni di film di 48 ore massime (zero sonno), connessioni a orari impossibili, grazie ai quali ho però conosciuto usi e costumi – oltre che depressioni e pensieri più cupi – di almeno una decina di registi/attori, fra i quali Bent Hamer, il più adorato dei registi; Jake Gyllenhaal, il più divertente; Kenneth Branagh, il più ossessionato (dal sorbetto); Jessica Chastain, la più chiassosa; e Barry Levinson, il più serio e posato di tutti. Questa la mia Top 5.

(Ovviamente ho lasciato fuori i pluri-osannati, a Cannes/Venezia: Dune, Spencer, Titane, Drive My Car, The Power of the Dog, Last Night in Soho e Madres paralelas.)

The Eyes of Tammy Faye di Michael Showalter

Nascita, sviluppo, crescita, corruzione e morte del rapporto fra due delle figure più rilevanti del tele-evangelismo americano anni ’80. Jim Bakker (Andrew Garfield) e Tammy Faye (Jessica Chastain) sono marito e moglie conosciutisi grazie alla Bibbia. E proprio grazie alle scritture e alla voglia (sincera) di spargere il messaggio di Cristo Nostro Signore, Jim e Tammy riescono a coinvolgere quotidianamente un pubblico di almeno venti milioni di persone. A loro l’invenzione della reality tv, di riprese televisive stellari, di distribuzione e retribuzione capillare… tutto giustificato dal Signore. Prodotto da Jessica Chastain e confezionato su misura per i prossimi Oscar (lei è bravissima), al film avrebbe giovato maggiormente se avessero raccontato anche storia e problematiche (sesso, droga, prostituzione e riciclaggio) di Jim Bakker, il vero responsabile della manipolazione economica e del crollo del loro impero. Tammy Faye è molto più che una semplice racconta-storie religiose, ma perché rovinarvi il film. Ciao Jessica, see you at the Oscars. Anche se tutti hanno condannato costumi e palette degli abiti/maglioni/pantaloni, sono esattamente gusto e colori degli americani che poco o nulla sanno del mondo fuori dall’America.

Belfast di Kenneth Branagh

I registi hanno da sempre esplorato i propri ricordi d’infanzia sullo schermo, e grazie a questa esplorazione abbiamo visto capolavori come i I 400 colpi di Truffaut, American Graffiti di George Lucas, Almost Famous – Quasi famosi di Cameron Crowe, Le donne della mia vita di Mike Mills e, ultimo in ordine temporale, Minari di Lee Isaac Chung. In Belfast, sull’infanzia del regista nell’Irlanda del Nord nel 1969 con il conflitto tra cattolici e protestanti sullo sfondo, è la volta di Kenneth Branagh, e dire che gestisca al meglio il proprio bagaglio “artistico” è un eufemismo. Il film ha appena vinto a Toronto il People’s Choice Award, e solitamente questo premio ha un grande valore in visione dei futuri Oscar. Visivamente meraviglioso, emotivamente prosciugante, anche se la storia vera e proprio è quella di un bambino che vuole fare colpo su una compagna di scuola. Tenero. Bellissimo. Dopo Belfast, la prossima fatica alla regia per Kenneth sarà il film biografico sui Bee Gees. Non vedo l’ora.

Silent Night di Camille Griffin

Starring Keira Knightley e Lily-Rose Depp. Un gruppo di amici – e le rispettive famiglie – trascorrono insieme la notte di Natale. Peccato che sia l’ultima notte prima di una catastrofe globale causata da una nube tossica. Inizio bellissimo, travolgente e sorprendente, poi un rallentamento dovuto al fatto che la regista Camille Griffin dedica troppo tempo agli adulti invece che dedicarsi interamente al destino dei bambini presenti, capitanati da un bravissimo e riconoscibilissimo Roman Griffin Davis (Jojo Rabbit) e dalle loro interazioni, molto più vere, vive ed interessanti di quelle di tutti gli altri. I pargoletti meritavano di più. Umoristico e imprevedibile.

The Middle Man di Bent Hamer

Ho adorato tutto di questo film diretto da Bent Hamer (regista ma anche skipper, boscaiolo e amante della natura), norvegese, all’apparenza calmissimo, ma in verità sarcastico e letale come pochi. Colori, location, sensazione di calma infinita grazie a movimenti di macchina impercettibili, set, storia e sopratutto attori, che sebbene parlino quasi benissimo inglese/americano sono europei e norvegesi. È la storia di Frank Farelli, disoccupato, disilluso, disperato. Il tutto in un piccolo paese della Middle America, privato completamente di sogni e futuro, molto simile all’era pre/durante governo Trump dove l’unico modo per gli abitanti del posto di guadagnare dei soldi era quello di cercare di fregare le istituzioni. In questo caso le assicurazioni di casa, macchine e barche a vela (siamo su un lago). Frank partecipa a un appalto lavorativo del comune e vince l’unico lavoro disponibile da tempi memori: fare il middle man, ossia il portatore di cattive notizie – incidenti, morti, rapimenti, smembramenti… Il resto ve lo guardate al cinema.

The Survivor di Barry Levinson

Diretto da Barry Levinson (Rain Man, Good Morning Vietnam) l’ho scelto e visto perché adoro Ben Foster come attore, come camaleonte, come artista che riesce ad esprimersi benissimo sia in ruoli drammatici che sarcastici, e il film mi ha dato ragione. È la storia di Harry Haft aka Orgoglio Polacco, un ebre catturato dai nazisti e spedito in un campo di concentramento dove gli viene imposto di combattere (pugilato) o di morire. Il film e gli incontri di pugilato-sopravvivenza, raccontati in maniera alquanto brutale, lasciano spazio alla recitazione di Foster e soprattutto alla regia di Levinson, che in bianco e nero, fra flashback prima e dopo la guerra, dipingono un ritratto umanissimo di Harry, perseguitato dal passato e dalla voglia di ritrovare la donna amata e i propri cari durante la guerra. Mitica la colonna sonora di Hans Zimmer.

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