Home Cinema

Scandali, polemiche, censure: i 10 momenti più assurdi nella storia della Mostra di Venezia

Il primo nudo, i teoremi di Pasolini, le lolite di Kubrick, il MeToo. E il documentario fashionista su Chiara Ferragni, che ha fatto indignare i cinefili. Senza un ‘caso’ per ogni stagione, che festival sarebbe?

Chiara Ferragni alla 76esima Mostra del cinema di Venezia.

Foto: Tristan Fewings/Getty Images

E il Lido andò in… Estasi (1934)

Alla seconda edizione della Mostra, fu già choc collettivo. In Estasi del regista cecoslovacco Gustav Machatý andò in scena il primo nudo integrale non solo nella storia del festival, ma del cinema in assoluto. Ovvero quello di Hedwig Eva Maria Kiesler, che poi diventerà una stella e sarà nota a tutti con il nome d’arte di Hedy Lamarr. L’attrice conobbe Mussolini tramite il marito, il commerciante d’armi Fritz Mandl, e fu proprio grazie al Duce – probabilmente ignaro dello scandalo che ne sarebbe seguito: o forse no? – che la pellicola ebbe il placet per essere presentata al Lido. Tra gli spettatori c’era un giovanissimo Michelangelo Antonioni: «Quella sera si udiva il respiro degli spettatori attentissimi, e un brivido correre per la platea». Te credo.

La guerra della Laguna (1938-1942)

La manifestazione fortissimamente voluta da Mussolini non poté che subire le pressioni del governo fascista, durante gli anni della seconda guerra mondiale. Nel 1938, l’annus horribilis delle leggi razziali, furono imposti come vincitori Olympia di Leni Riefenstahl, la regista tedesca vicina al Führer (il film era davvero un capolavoro, ma ovvio che non fu premiato per meriti artistici); e Luciano Serra pilota di Goffredo Alessandrini, anch’esso pura propaganda pro-regime. Ma negli anni successivi andò anche peggio: dal 1940 al 1942 furono invitati solo film della cosiddetta “Asse” (e proiettati lontani dal Lido), tanto che oggi la Mostra in quel periodo si considera come “non avvenuta”. Voltiamo pagina.

Luchino, l’eterno secondo (1954-1964)

La polemica sui registi italiani “incompresi” dalla Mostra di Venezia è annosa, e va avanti ancora oggi. Ma se c’è un nome che la può rappresentare al meglio, è Luchino Visconti, il “Toto Cutugno della Laguna”. Cioè quello che arrivava sempre secondo e non vinceva mai. Nel 1954 (nello splendido video qui sopra girato durante quell’edizione il regista compare tra un Rock Hudson e un Domenico Modugno) il sontuoso Senso sembrava destinato al Leone, ma fu battuto da Giulietta e Romeo di Renato Castellani: sempre italiano era, è vero, ma non certo l’autore più celebrato del momento. Nel 1957 stessa sorte per Le notti bianche, insignito del semplice argento mentre l’oro andò a L’invitto di Satyajit Ray. Persino nel 1960 all’altrettanto magnifico Rocco e i suoi fratelli fu preferito Il passaggio del Reno del francese André Cayatte. La maledizione si ruppe solo dieci anni esatti dopo, quando finalmente Luchino trionfò con Vaghe stelle dell’Orsa… Che, ironia della sorte, non era bello come i precedenti.

Maria Callas regina (sventurata) delle feste (1957)

Venezia è anche sinonimo di feste. Di sicuro ieri più di oggi. E ad animarle, nei fiammeggianti anni ’50, c’era la regina del gossip Elsa Maxwell. Fu durante uno dei suoi party principeschi all’Hotel Danieli nel 1957 che la divina Maria Callas conobbe l’armatore greco Aristotele Onassis: ma all’epoca erano entrambi sposati, dunque non se ne fece niente (forse). L’amore vero e proprio si consumò due anni più tardi a bordo dello yacht Christina, come “racconta” la stessa soprano in questa clip del documentario Maria by Callas del 2017, ispirato alle sue lettere. Ironia (tristissima) della sorte: sarà la stessa Elsa, anni dopo, a presentare Onassis alla vedova Jackie Kennedy. Mandando a monte l’amore con Maria.

S Is for Stanley (ma anche per Scandalo) (1962-1999)

Tra gli autori insieme più amati e contestati del festival c’è, ovviamente, Stanley Kubrick. Che pensò bene di fare il suo esordio al Lido all’inizio degli anni ’60 con uno dei film più osteggiati di sempre: Lolita, dal capolavoro di Vladimir Nabokov. Inutile dire che la platea insorse, al vedere la giovanissima Sue Lyon amoreggiare col maturo James Mason. Stanley, che ci aveva visto lungo, alla proiezione ufficiale in Sala Grande non si presentò nemmeno. Stesso destino, nove anni dopo, per Arancia meccanica, che portò a casa il Premio Pasinetti, ma dopo essersi attirato le feroci critiche di stampa e spettatori. I dissapori, per così dire, si appianarono quando il 1° settembre del 1999 fu invitato come film d’apertura Eyes Wide Shut, starring la torrida golden couple Tom Cruise-Nicole Kidman. Ma Kubrick era morto nel marzo di quell’anno: troppo facile (e triste) fare la pace così.

Il Teorema delle oscenità (1968)

Nell’anno caldissimo che è stato il 1968, la Mostra è stata – se possibile – ancora più calda. “Colpa” di Teorema di Pier Paolo Pasolini, che chiese agli spettatori di boicottarlo in quanto invitato in concorso contro il suo volere. Forse aveva già previsto il putiferio che seguì. Pochi giorni dopo l’anteprima veneziana, il film fu sequestrato dalla Procura di Roma «per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali, alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose, e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava». Sia il regista sia il produttore furono assolti dal tribunale di Venezia, luogo del processo. Nell’estratto dell’intervista alla tv francese che vedete sopra, Pasolini torna sul fattaccio: «La mia, come dice il titolo, era un’ipotesi, una dimostrazione per assurdo della crisi della famiglia borghese». Sette anni più tardi, fu la volta dell’ancor più controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma: ma quella volta a portarlo a Venezia non ci pensò proprio.

Marty, quel cattivo ragazzo (1988)

Altro giro, altro grande nome inviso alle istituzioni italiane. Era il 1988 quando venne presentato fuori concorso L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, uno dei film ad oggi più (ingiustamente) dimenticati del regista newyorkese. Che venne proiettato regolarmente, anche se molti esponenti della Chiesa fecero di tutto per bloccarlo. Come svelò il protagonista Willem Dafoe, alias un Jesus Christ davvero superstar, molti anni più tardi: «Non era una provocazione, era un film profondamente religioso sulla sofferenza e sulla difficoltà di trovare Dio». Ego te absolvo.

Cose bulgare (2010)

Il film Goodbye Mama, ora come allora, non l’ha visto praticamente nessuno: nemmeno la stampa accreditata. Eppure resta uno dei casi più infamous nella storia della Mostra. Nel 2010, all’attrice e regista bulgara Michelle Bonev viene conferito il premio Action for Women, prima destinato a cortometraggi a sfondo sociale, per quell’opera “invisibile”. Presenti alla cerimonia l’allora Ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna e quello per le Politiche agricole Giancarlo Galan. Com’era stato possibile tutto ciò? Bonev era vicina all’allora premier Silvio Berlusconi, che – secondo gli indignados dell’epoca – finanziò l’evento coi soldi pubblici. Michelle disse di aver liquidato il conto lei stessa, ma ancora oggi resta una pagina oscura. Cose bulgare, per davvero.

Venezia, la luna e… MeToo (2018)

«Vergogna, pu***na, fai schifo!». Così si sentì gridare (Rolling Stone era presente e lo può testimoniare) al termine della proiezione di The Nightingale dell’australiana Jennifer Kent. Nell’edizione numero 75 era l’unica regista donna in competizione, e già questo non mancò di sollevare polemiche: il 2017 era stato l’anno del caso Weinstein, e l’industria cinematografica stava già cavalcando l’onda del MeToo. Ma gli insulti urlati in sala – peraltro da parte di un giornalista con regolare badge al collo – restano una macchia indelebile: anche più della t-shirt sfoggiata quello stesso anno sul red carpet dal regista Luciano Silighini Garagnani, su cui campeggiava la scritta «Weinstein Is Innocent». Di edizione in edizione, la Mostra sta cercando forse inconsciamente di rimediare: la presidente di giuria quest’anno sarà Cate Blanchett, mentre i Leoni alla carriera andranno a Tilda Swinton e Ann Hui.

Chiara (e il resto scompare) (2019)

Joker, L’ufficiale e la spia, Storia di un matrimonio: sì, benissimo. Ma il film di cui davvero tutti parlavano l’anno scorso (e anche di questo siamo testimoni) era un altro: Chiara Ferragni – Unposted, il documentario di Elisa Amoruso invitato nella sezioni Sconfini della Mostra che ha sollevato le ire dei cinéphile. L’influencer (che poi, ad essere precisi, sarebbe imprenditrice digitale, come ama auto-ironizzare lei) più famosa del mondo ospite della gloriosissima Biennale? Parbleu! Ma il ritorno d’immagine su Venezia 76 è stato, nel bene e nel male, altissimo. E mentre le sale dei film “terzomondisti” restavano mezze vuote, anche i critici più duri e puri si sono prestati a fare lunghe code per vedere il doc fashionista. Aveva ragione lei. Come sempre, del resto.