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Perché ‘La città incantata’ è uno dei film d’animazione più belli di sempre

Usciva oggi nel 2001 in Giappone il film d'animazione che ha vinto premi su premi, incluso un Oscar, è diventato il maggior incasso della storia giapponese ed è considerato il capolavoro di Hayao Miyazaki

Foto: Studio Ghibli

«È il miglior film d’animazione degli ultimi anni, l’ultimo lavoro (la recensione è del 2001, nda) di Hayao Miyazaki, il maestro giapponese che è praticamente un dio per gli animatori Disney». Parola di Roger Ebert, il “critico dei critici” cinematografici. Uscito in Giappone proprio il 20 luglio di 19 anni fa, La città incantata ha vinto premi in tutto il mondo, incluso un Oscar, evento a cui Miyazaki ha rifiutato di partecipare perché era contro il coinvolgimento americano nella guerra in Iraq. È diventato il maggior incasso della storia giapponese, oltre ad avere fatto avvicinare moltissime persone al lavoro dello Studio Ghibli. Ad oggi è considerato il capolavoro di Miyazaki. Paragonato da molti ad Alice nel paese delle meraviglie, racconta di una bambina di 10 anni, Chihiro, che è costretta a vagare in una dimensione parallela e a lavorare in uno stabilimento termale extra-dimensionale per spiriti dopo che un misterioso incantesimo ha trasformato i suoi genitori in maiali. Ma perché il film è diventato un instant cult?

È per tutti

Miyazaki non scrive sceneggiature, ma preferisce iniziare disegnando lo storyboard e lasciando che la storia si sviluppi naturalmente. “Non sono io che realizzo il film”, ha detto una volta. “Si costruisce da solo e non ho altra scelta che seguire il percorso”. Il maestro ha spiegato di aver creato il personaggio di Chihiro ispirandosi alla figlia di un amico, il produttore Seiji Okuda: è l’eroina del film sì, ma pure la rappresentazione di una bambina di 10 anni. All’inizio, è incavolata nera perché la sua famiglia si sta trasferendo e deve andare in una nuova scuola. Si appoggia totalmente ai suoi genitori e, quando vengono trasformati, si fa prendere dal panico, per poi imparare, durante questa avventura terrificante e inaspettata, a essere indipendente, intraprendente e forte. E questo è il motivo per cui la protagonista sembra così vera, una ragazzina fin troppo reale, in cui le ragazzine si possono davvero riconoscere. Ma non solo loro. C’è chi considera il lungometraggio un film per bambini, ma semmai è la storia di qualcuno che deve crescere in fretta e all’improvviso in cui si possono riflettere tutti. Pochi film animati parlano davvero a grandi e piccoli con la stessa potenza. E La città incantata lo fa. Di più, la sua solidissima trama di coming of age mascherata da favola attraversa anche le culture. Spesso capita che gran parte degli anime si perda nella traduzione, ma non è questo il caso, grazie all’universalità del racconto ma anche al lavoro di John Lasseter, che convinse la Disney a comprare i diritti per la distribuzione negli USA, diventando il produttore esecutivo della versione americana e aggiungendo dialoghi che chiarissero ciò che magari non era lampante per un spettatore non giapponese. Il film ci dà anche il tempo di respirare e vivere nel mondo di Miyazaki, con alcune scene che il maestro stesso definisce di “vuoto”: “Le persone che fanno film hanno paura del silenzio”, ha affermato il regista. “Si preoccupano che il pubblico si annoi. Ma solo perché l’80% del film è frenetico non significa che i bambini rimarranno concentrati. Ciò che conta davvero sono le emozioni che, invece, non vanno mai lasciate andare”. E Miyazaki ha ragione: dopo quasi vent’anni, proprio quei momenti di non-azione sono i più iconici del film, vedi Chihiro in piedi sul balcone fuori dalla camera da letto con vista mare o la ragazzina e Senza-Volto seduti con lo sguardo perso sul treno.

L’animazione

L’incanto (pardon) visivo del film è evidente: è senza dubbio tra le migliori animazioni mai realizzate, non c’è una sequenza che non sia spettacolare, con i suoi colori vividi e la cura maniacale per ogni aspetto. All’inizio ci sono bellissime inquadrature di edifici abbandonati, colline e rocce, ma le immagini diventano ancora più ipnotiche dopo che Chihiro è entrata nel regno degli spiriti. Anche a un occhio più attento l’animazione è praticamente perfetta, ogni fotogramma è progettato fino allo sfinimento e realizzato con una straordinaria quantità di “generosità e amore”, scrive ancora Ebert. C’è una scena in cui il drago Haku cade ferito nel locale caldaie. Pare che Miyazaki abbia usato tre diversi animali come esempi per spiegare il movimento che cercava ai suoi animatori: il drago si aggrappa al muro come un geco e cade a terra come un serpente. E il team creativo ha usato la bocca di un cane come modello quando Chihiro costringe il drago a ingoiare delle medicine, unendo poi i tre riferimenti per formare una sequenza fluida perfettamente realistica. Questo è il livello di attenzione ai dettagli di Miyazaki & C. I background sono impeccabili: quelli che durano pochi secondi sono minuziosi quanto quelli utilizzati per vari minuti (Disney scansati) e le animazioni dei personaggi hanno più fotogrammi chiave rispetto a quasi tutti i film disegnati a mano, nonostante uno stile artistico e delle linee molto più complesse della norma: i baffi di Kamaji ad esempio, segnala un utente su Reddit, sono praticamente un personaggio a parte da animare. I film di Miyazaki sono così amati e coinvolgenti anche perché sono immersivi, sembrano reali. E questo succede grazie alla sua attenzione ai dettagli: quando Senza-Volto impazzisce, ogni singolo membro della folla è unico, non vengono duplicati al computer come succede per la maggior parte dei cartoni animati. E, inoltre, i personaggi di sfondo hanno lo stesso numero di fotogrammi chiave di quelli in primo piano, anche quando non sono al centro dell’inquadratura. Infine piccole aggiunte neorealiste come la sporcizia sotto ai piedi, le bacchette che cadono quando urtate o una cerniera che cattura la luce del sole contribuiscono alla meraviglia del film.

La colonna sonora

Joe Hisaishi ha scritto quasi tutte le colonne sonore di Miyazaki e qui riesce a catturare magnificamente l’inquietudine e la nostalgia di questo coming of age travestito da favola uscito dal subconscio del maestro giapponese. La musica, eseguita dalla New Japan Philharmonic Orchestra e vincitrice di molti premi, intreccia brani al pianoforte minimalisti e sentimentali (Sixth Stop), ballate edificanti (The Name of Life) e orchestrazioni orientaleggianti (Dragon Boy). Sono le note di Hisaishi che aggiungono la vibrazione indispensabile a ogni sequenza del film, muovendosi con facilità estrema tra i suoi contrasti, ma sempre mantenendo una coesione stilistica impeccabile. C’è esaltazione, tristezza, tragedia, minaccia, misticismo. Finché, verso la fine, tutto non si scioglie nella dolce melodia di One Summer’s Day, che definisce il tono del film sull’immagine di Chihiro mentre si lascia alle spalle la sua avventura nel mondo degli spiriti, con la malinconia e la consapevolezza che nulla potrà mai essere come prima. Quanti livelli di profondità può aggiungere una grande colonna sonora a una storia? Infiniti, fino ad avvolgerti completamente nel mondo che Miyazaki ha creato.

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