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Non avete scuse: 12 film lunghissimi da vedere adesso o mai più

Se normalmente mettersi a guardare titoloni che durano più di tre ore è un'impresa impossibile, per ammazzare la quarantena non c'è niente di meglio

Robert De Niro nel 'Cacciatore'

Vuoi la pigrizia, vuoi la palpebra calante, vuoi il tempo tiranno: mettersi a guardare un film lungo più di tre ore è diventato un’impresa per stomaci forti (mentre per le serie facciamo binge-watching fino all’indigestione: ma questa è un’altra storia). Mai occasione cascò più a fagiolo. La quarantena sa essere bella tosta, e per ammazzare le lunghe ore in casa non c’è niente di meglio che accomodarsi sul divano, prevedere una razione formato famiglia di snack e bevande e affrontare con una certa cognizione di causa – nonché coraggio – i 227 minuti di Lawrence d’Arabia o i 183 del Cacciatore. Una sola regola: vietato barare e abusare dell’avanti veloce. Valgono invece le pause (bagno, Instagram, sigaretta), le scomposizioni (metà oggi, metà domani), i pisolini (a patto di riprendere dal punto in cui il sonno ha avuto la meglio). Tenete a mente che, come diceva Rossella O’Hara, «Dopotutto, domani è un altro giorno», che molto presumibilmente sarà uguale al precedente e al successivo: perché dunque non vincere la battaglia contro la noia con una maratona di proporzioni epiche? Quando ne riemergerete, probabilmente, il coronavirus non sarà che un brutto ricordo.

Via col vento, 1939, 238 minuti – Netflix

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 1936 di Margaret Mitchell, rimane il film con il maggiore incasso della storia per oltre un quarto di secolo – record tuttora mantenuto, se adattato all’inflazione monetaria. La tempestosa relazione tra la testarda e a tratti insopportabile Rossella O’Hara (Vivien Leigh) e quell’irresistibile canaglia di Rhett Butler (Clark Gable) ci ha regalato, oltre a uno degli apici mondiali dello struggimento amoroso, una serie di dialoghi che dovrebbero essere imparati a memoria e per i quali vale assolutamente la pena rimanere svegli. «Un altro ballo e la mia reputazione è rovinata», brontola Rossella; «Chi ha coraggio fa anche a meno della reputazione», replica Rhett, fissando inconsapevolmente l’asticella per il genere maschile molto, forse pure troppo, in alto.

Lawrence d’Arabia, 1962, 227 minuti – Amazon Prime Video

Dando per assodato che 3 ore e 47 minuti siano un periodo di tempo abbastanza considerevole da passare davanti alla tv, ecco una serie di motivi per cui dovreste trascorrerle vedendo il capolavoro di David Lean. In primis, la messa di Oscar che il film si aggiudicò nel 1963 (sette in tutto, inclusi miglior film e miglior regia). Poi, quello splendore di Peter O’Toole, attore britannico allora pressoché sconosciuto che con i suoi occhi azzurri e il volto seminascosto turbò i sonni di non poch* signor* e signorin*. Infine, il deserto giordano, forse il vero protagonista della pellicola, celebrato attraverso una fotografia perfetta. Fun fact: nei loro giorni liberi, Peter O’Toole e Omar Sharif andavano spesso a bere e a giocare d’azzardo al Casinò du Liban nella non lontana Beirut, all’epoca ritrovo del jet-set mondiale. Un film nel film.

Cleopatra, 1963, 243 minuti – Apple Tv +

«Cleopatra è stato concepito nell’isteria, girato nel casino, montato nel panico». Il regista Joseph L. Mankiewicz definì così il film che mandò quasi sul lastrico la Fox (il suo costo era stimato attorno ai 2 milioni di dollari, ma la realizzazione ne richiese 44) e in crisi psicologica Richard Burton. La critica lo definì un megakolossal privo di gusto, un «fumettone elefantiaco e pacchiano che si guadagnò quattro Oscar minori». Noi francamente ce ne infischiamo: è sul set di Cleopatra che Liz Taylor e Richard Burton si sono incontrati e hanno dato il via alla storia d’amore più folle, pazza e chiacchierata di sempre. E tanto basta per sorbirsi quattro ore di costumi e scenografie incredibili, nonché di curve e moine di Taylor, qui più Taylor che mai.

Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo, 1963, 192 minuti – Apple Tv +

Una delle più classiche commedie americane, piazzatasi al 40esimo posto della classifica stilata dall’American Film Institute delle migliori 100 di tutti i tempi, è anche un film lungo, lungo, lungo, lungo. Ma accidenti se ne vale la pena. Già solo per constatare per l’ennesima volta che il sogno di mettere le mani su grosse somme di denaro può farci diventare molto, molto, molto, molto matti.

Il padrino – Parte II, 1974, 202 minuti – Netflix

Raro caso di sequel migliore e più lungo – di 25 minuti – del suo predecessore, il film di Francis Ford Coppola che racconta l’ascesa criminale di Vito Corleone e la caduta spirituale di suo figlio Michael nel 1975 fece incetta di Oscar: sei in totale, incluso miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista (Robert De Niro), miglior sceneggiatura non originale. A posteriori, avrebbe dovuto aggiudicarsi anche quello per il bacio più infelice della storia del cinema: «Quando tentarono d’uccidermi, fosti tu a tradirmi. E m’hai spezzato il cuore».

Il cacciatore, 1978, 183 minuti – Apple Tv +

Una passeggiata di salute di soltanto 3 ore e 3 minuti, con un livello di intensità e tensione che su una scala da uno a dieci arriverebbe a toccare cifre a doppio zero. Il capolavoro sulla guerra del Vietnam di Michael Cimino annovera tre tra i più importanti interpreti del XX secolo – Robert De Niro, Christopher Walken e Meryl Streep – e segna il ruolo finale della sfortunatamente breve carriera di John Cazale. Nel 1979 il film fa l’asso pigliatutto agli Oscar: raccomandiamo di vederlo (o rivederlo) rigorosamente a stomaco vuoto e possibilmente con un animo sereno. Il rischio di addormentarsi è pressoché nullo.

Gandhi, 1982, 191 minuti – Amazon Prime Video

Un biopic lunghissimo e parecchio epico, che oggi forse verrebbe liquidato senza troppe smancerie come la classica esca da Oscar. L’ascesa del Mahatma e del suo movimento nonviolento rimangono comunque una buona occasione per fare un ripassino di storia, e poi insomma, un minuto di silenzio per la performance di Ben Kingsley, che l’ha giustamente reso una star. Morale: diamo a Gandhi quel che è di Gandhi.

JFK – Un caso ancora aperto, 1991, 206 minuti – Amazon Prime Video

Che meraviglia, i bei tempi andati in cui Oliver Stone era ancora Oliver Stone e sfornava questi film. Un thrillerone con la T maiuscola, che segue l’ex procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison (Kevin Costner) mentre tenta di scoprire la cospirazione rea di aver ucciso il presidente. Grazie a questo film conosciamo il Rapporto Warren, e sempre grazie a (o per colpa di) JFK si è generata una rabbiosa diffidenza nei confronti delle agenzie governative, che mostra una linea diretta con i teorici della cospirazione dell’11 settembre e persino dell’ascesa di Donald Trump. A voi il compito di stabilire se ciò sia stato un bene o un male.

Heat – La sfida, 1995, 172 minuti – Amazon Prime Video

Ok, a voler essere pignoli mancano ben otto minuti perché il film di Michael Mann superi le 3 ore, ma non sottilizziamo: Heat – La sfida ha diverse ragioni per essere annoverato in questa lista, tra cui l’essere il primo film dove Al Pacino e Robert De Niro recitano insieme. I due avevano già condiviso il set de Il Padrino – Parte II (vedi sopra), ma non erano mai stati presenti contemporaneamente nella stessa scena. La buona notizia è che torneranno fianco a fianco in un altro film-fiume: The Irishman (vedi più avanti). Val la pena comunque sostare qui per un po’ e godersi un dramma criminale coi fiocchi. Che, oltre a confermare Mann come maestro del genere, può pure contare su una sceneggiatura insolitamente colta, brillante e profonda.

Hamlet, 1996, 242 minuti – Apple Tv +

Altri ci avevano provato prima – gente del calibro di Laurence Olivier e Franco Zeffirelli, per dire – e tutti avevano comunque deciso di tagliare Amleto, il più grande dramma in lingua inglese, per renderlo più breve, più cinematografico, di base non più lungo di quattro ore. Kenneth Branagh però non ha tempo per le stronzate, se ne frega, e quando porta sullo schermo la tragedia di Shakespeare decide di girare tutto, in 70mm. Il risultato è un’interminabile orgia di splendore visivo, con attori super famosi come Robin Williams, Jack Lemmon e Billy Crystal scritturati per parti minori, eppure indimenticabili. Quale dei tanti adattamenti è il migliore? Beh, questo è il dilemma.

The Woman Who Left – La donna che se n’è andata, 2016, 228 minuti – Raiplay

Solo per veri cultori: con le sue 3 ore e 48 minuti, The Woman Who Left – scritto e diretto da Lav Diaz – è stato il primo film filippino a vincere il Leone d’oro alla Mostra di Venezia. Un drammone con tutti i sacri crismi ispirato al racconto di Tolstoj Dio vede la verità ma non la rivela subito, che racconta una storia di redenzione con protagonista una figura femminile (Horacia) generosa, paziente e conscia che, nella vita, non esistono risposte assolute a eventi privi di spiegazione. A voler essere parecchio filosofici, si può intravedere una specie di analogia con la situazione che stiamo vivendo proprio in questo periodo.

The Irishman, 2019, 210 minuti – Netflix

Siamo onesti: se sei Martin Scorsese e lavori con la combriccola di amici tuoi – Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, per intenderci – il rischio che le cose vadano male rasenta lo 0,01%. E l’epopea gangster di Frank Sheeran, Russell Bufalino e Jimmy Hoffa non rientra di certo in una simile (risicatissima) casistica. Molti hanno definito l’adattamento cinematografico del saggio del 2004 L’irlandese – Ho ucciso Jimmy Hoffa, scritto da Charles Brandt, il «testamento capolavoro» del buon Martin, ma noi ci rifiutiamo di pensarla così per una semplice ragione: non smetteremo mai di avere un disperato bisogno di film del ciclo “Di cosa parliamo quando parliamo di mafia movie”.

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