‘No Time to Die’: perché sì, perché no | Rolling Stone Italia
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‘No Time to Die’: perché sì, perché no

Il James Bond (per l’ultima volta) di Daniel Craig, le nuove Bond girl (ma non chiamiamole più così), la regia di Cary ‘True Detective’ Fukunaga. Tutto sul film più atteso da un anno. Anzi, quasi due

Daniel Craig in ‘No Time to Die’

Foto: Universal Pictures

Perché sì: Daniel Craig

In principio – era Casino Royale, era quindici (!) anni fa – ammettiamolo, pure certi bondiani di ferro hanno storto il naso: Daniel Craig è troppo working class per la parte dell’agente segreto più figo e classy del regno! Ma il primo film era bellissimo, tutti quelli che sono seguiti hanno funzionato (con picco assoluto su Skyfall), e il nostro è entrato sempre più nella parte. Fino all’ultimo capitolo che lo vede protagonista prima della (meritata) pensione: da Bond “tamarro” (pardon), Craig è diventato un eroe dalla statura granitica e dallo stile che ha saputo reinventare “presso sé stesso”, pur restando un inglesone duro e puro. Ma proprio per questo è diventato perfetto (e verrà rimpianto dai fan). Capelli ancora più corti effetto hooligan, guardaroba chic ma sempre più informale (quanti marroncini!) e una presenza sempre più convinta. E anche la performance dell’attore è cresciuta. Gli spoiler sono vietati, possiamo solo dire che qui più di sempre 007 diventa un uomo a tutto tondo, scoperto nella sua intimità. È l’epoca della fragilità, e anche James Bond segue il trend. Un bene? Un male? A voi la risposta: Daniel se la gioca comunque benissimo, fino alla fine.

Perché no: La regia di Cary Joji Fukunaga

Daniel Craig/James Bond sul set. Foto: Universal Pitcures

Il nome scelto inizialmente era un altro: Danny Boyle. Ovvero colui che ha firmato uno dei Bond più belli di sempre: il “corto” per le Olimpiadi di Londra del 2012 starring Daniel Craig e… la regina Elisabetta. Poi – solite “divergenze artistiche” – il regista premio Oscar per The Millionaire ha detto goodbye, ed è subentrato un americano: come osa! Dalla sua, Cary Joji Fukunaga aveva però già un film inglesissimo (Jane Eyre nella bella versione Mia Wasikowska), e soprattutto una serie di culto globale: True Detective. Che è stato, probabilmente, il vero lasciapassare verso una saga così mastodontica dopo un’altra incursione nel formato filmico piuttosto discutibile (Beasts of No Nation) e una serie pasticciatissima (Maniac). La mano c’è, e si vede. Soprattutto nel primo dei due prologhi, il flashback che introduce il nuovo cattivo interpretato da Rami Malek (vedi più avanti); il secondo, ambientato a Matera, resta invece un po’ troppo vittima dei soliti cliché. Poi, però, non si dimostra sempre all’altezza delle scene d’azione, è indeciso sul registro da prendere, e non partecipa con sufficiente calore all’epos della seconda parte. Cosa che Sam Mendes aveva dimostrato di padroneggiare con grande maestria: prima nel Mito (maiuscolo) consacrato in Skyfall, poi nel puro intrattenimento riservato al pur meno riuscito Spectre. E poi Fukunaga sconta il difetto dello sguardo “seriale”: ma pure su questo ci torneremo tra poco…

Perché sì: Le donne

Lashana Lynch è l’agente Nomi, Léa Seydoux torna nei panni di Madeleine Swann. Foto: Universal Pitcures

Se «James Bond non può essere una donna», come persino Craig in persona dixit, allora come minimo un intero commando al femminile “invade” No Time to Die in ogni ambito per ridefinire un intero franchise ben oltre la definizione di Bond girl. A partire dalla scrittura, con Phoebe “Fleabag” Waller-Bridge chiamata a svecchiare e rendere frizzante la storia: ci riesce con diversi spunti che qua e là che provano a emozionare ed alleggerire insieme soprattutto la parte più mélo (no spoiler nemmeno qua). Noi azzardiamo che forse una sua performance avrebbe ulteriormente fatto il suo, in questo senso. Poi c’è il plotone delle attrici: la psichiatra Madeleine Swann di Léa Seydoux, che diventa sempre più centrale con la sua backstory; Lashana Lynch, già passata agli annali come la prima 007 donna nera dopo il pensionamento del nostro (ma in realtà è più complicato e forse anche un po’ meno standard badass di così); la “solita” Moneypenny di Naomie Harris e la new entry Ana de Armas nei panni di Paloma, protagonista dell'”episodio” (per tornare all’influenza della serialità) cubano del film, che pare seguire una deliziosa linea comedy tutta sua mentre picchia duro agenti della Spectre in abito da sera. Sul versante musicale, la scena invece se la prende – anzi, se l’è presa da ormai più di un anno, quando è uscita la canzone – Billie Eilish: oltre a essere protagonista dei titoli di testa come da tradizione, la sua No Time to Die è campionata qua e là in tutto il film, con buona pace di Hans Zimmer.

Perché no: Il cattivo

Rami Malek alias Lyutsifer Safin. Foto: Universal Pictures

Rami Malek smetterà mai di recitare… con i denti? Ah, sì: l’aveva fatto ai tempi di Mr. Robot, che resta ad oggi il suo titolo (e la sua prova) migliore. Poi è arrivato Bohemian Rhapsody (e il relativo, generosissimo Oscar) e ci ha preso un po’ la man…dibola. Ok, basta. Saremo impopolari, ma troviamo che l’attore sia un tantino sopravvalutato. O, quantomeno, non troppo all’altezza di un ruolo che devi saper vestire con un savoir faire da equilibrista: quello del villain di Bond, appunto. Il gigionismo è quasi da contratto, d’accordo: ma stavolta rischia di esserci solo quello. La scrittura del personaggio di Lyutsifer Safin, con tanto di isolotto privato à la Dr. No, non aiuta granché (il trauma infantile buttato lì, il solito dominio del mondo random), ma anche Malek ci mette del suo. E – stando solo agli ultimi cattivi della saga – è decisamente inferiore sia al Raoul Silva/Thiago Rodriguez di Javier Bardem (Skyfall) sia al Blofeld di Christoph Waltz, che torna qui in versione Hannibal Lecter. E che sì, Rami se lo mangia tutto – forse pure con un buon Chianti.

Perché sì: Il ritmo (a dispetto della durata)

Ana de Armas è la Bond girl Paloma. Foto: Universal Pictures

2 ore e 43 minuti sono troppe? Certo che sì. Ma ormai se non son “grandi” al cinema non li vogliono. Sarà colpa delle serie? Chissà. Certo è che qua il passo è televisivo (nel senso buono – o quantomeno corrente – dell’aggettivo): No Time to Die pare quasi una miniserie da binge-watchare in una sera, fatta di episodi perfettamente chiusi in sé stessi. Forse per questo continuo “spezzare” azione e narrazione il ritmo va avanti spedito, nonostante la durata monstre. Per tutta la visione, non si guarda mai l’ora sullo smartphone: a noi li avevano sequestrati prima dell’anteprima blindatissima, ma vi assicuriamo che non avremmo sbirciato mai.

Perché no: La “marvellizzazione” dell’universo Bond

Naomie Harris/Miss Moneypenny, Ralph Fiennes/M e Rory Kinnear/Tanner. Foto: Universal Pictures

E non solo nel senso che, almeno nel Regno Unito, l’interesse (e di conseguenza le prevendite) per No Time to Die se la gioca con quello per l’uscita di Avengers: Endgame come evento imperdibile. L’ultimo Bond pare sempre meno entry action autonoma e sempre più ispirata al modello Marvel Cinematic Universe nel suo costruire su eventi e personaggi dei titoli precedenti, come se fosse stato tutto pensato e pianificato fin dall’inizio con Casino Royale (certamente per chi non ha visto almeno Spectre è impossibile raccapezzarsi, ma è consigliata la visione di tutte le uscite starring Craig per godersi appieno ogni dettaglio). Il villain di Rami Malek è praticamente una sorta di Thanos umanizzato che vuole spazzare via mezza umanità. E in generale il tono è più Marvel che mai, maestoso ma qua e là divertito. All’interno della famiglia professionale che si è costruito poi, Bond è ormai più una sorta di Iron Man nella sua versione più matura e saggia che l’eterna spia solitaria, cool e donnaiola al servizio segreto di Sua Maestà. Non sappiamo quale sarà il futuro di 007, ma di certo nemmeno lui è immune al lascito di Stan Lee: supereroi (moderni) con superproblemi (e qui si torna al punto 1). Ma Bond è questo?