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Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema che ama ‘Titanic’

Il regista 28enne è stato il protagonista del red carpet e di un incontro con il pubblico alla Festa del Cinema di Roma, dove è stato accolto come una rockstar

Diciamolo: Xavier Dolan è fighissimo, adorabile nel suo inedito taglio biondo platino, ha carisma, un sorriso timido ma le idee chiarissime. L’enfant prodige canadese del cinema, 28 anni, 7 film da regista e 2 premi vinti a Cannes (più un video da record per Adele), viene accolto alla Festa di Roma come una rockstar: probabilmente fino a un paio d’anni fa il suo nome in Italia diceva qualcosa solo ai cinefili più appassionati ma ora tutti (finalmente) lo conoscono. E lo amano.

Ad ogni frase che pronuncia durante l’incontro che lo vede protagonista, dal pubblico arrivano strilli di approvazione, ad ogni scena dei suoi film che viene proiettata (dal primo, Ho ucciso mia madre, al più recente uscito in sala È solo la fine del mondo) partono applausi a scena aperta. Lui è a suo agio, ha la battuta facile e si apre ogni volta in quel sorriso tenero e insieme deciso. E più parla di sé e dei suoi lavori più ti rendi conto che il suo è un talento naturale e purissimo.

Con un riferimento che proprio non ti aspetti. In attesa (molta attesa) di vedere il suo primo film in lingua inglese, The Life and Death of John F. Donovan con Kit Harington, Jessica Chastain, Natalie Portman,  Susan Sarandon e Kathy Bates.

Sulla preferenza tra il dirigere e il recitare

Amo la recitazione, ma quando dirigo in qualche modo interpreto, recito con gli attori che ammiro. Per un paio di mesi me la sfango così e ho anche l’opportunità di imparare tantissimo dagli artisti con cui lavoro. Ma devo ammetterlo, mi manca recitare e vorrei farlo di più in futuro, per me o per altri.

Sul cosa l’ha spinto a girare ‘Ho ucciso mia madre’

È stato il mio primo film, non ero mai andato a scuola, non avevo girato corti, avevo solo il diploma del liceo in tasca. Volevo iniziare a recitare ma come attore ero disoccupato e così ho pensato che se avessi scritto un lungometraggio sulla mia vita, avrei potuto scritturarmi senza avere nessuna concorrenza per la parte. Poi le cose sono state più complicate del previsto perché ho dovuto investire in quel progetto tutti i miei soldi: nessuno ci credeva, tranne gli attori, che sono stati sempre solidali. Più che da una necessità, credo che tutto nasca da problema da risolvere. Quel problema per me era iniziare la mia vita come artista e, visto che nessuno me lo permetteva, me lo sono permesso da solo.

Sul piano-sequenza

A noi registi piace molto: la tensione è palpabile per il pubblico ed è una grandissima sfida perché tutto deve far parte di una coreografia perfetta, richiede la concentrazione e la dedizione di ogni singola professionalità sul set. Ma dopo tanto lavoro spesso succede che la scena è troppo lunga, non funziona e dobbiamo tagliare. Il piano-sequenza non deve schiacciare il ritmo e l’azione del film. Nulla è così importante da mettere a repentaglio la storia, che per me viene prima di tutto.

Sul punto di riferimento cinematografico della sua formazione

Di film ne ho guardato qualcuno, ma non molti, e spesso vedo la delusione sul volto della gente quando mi parla di una pellicola e io dico: “Mi sa che non l’ho vista”. Un po’ mi vergogno: ci sono delle mancanze, dei buchi nella mia cultura cinematografica che devo riempire. Ma in Ho ucciso mia madre il riferimento a In the mood for love è così chiaro da essere quasi imbarazzante, se Wong Kar-wai l’ha visto potrebbe pensare di farmi causa.

Sul libro che più lo ha ispirato  

Si chiama Steal Like an Artist, è un volume su come canalizzare l’immaginazione. “Ruba come un artista, inizi che sei fasullo e poi diventi reale”. Ci sono citazioni sul furto artistico ,che è naturale e spontaneo perché tu non sai chi sei finché non crei. Ripeti delle idee sino a quando non le fai tue: io penso di aver trovato la mia strada con Tom à la ferme, è lì che ho iniziato a capire davvero me stesso.

Sul rapporto tra libertà e felicità nei suoi personaggi

Ci sono così tanti film su persone che non hanno speranza nè fortuna, che non combattono per ottenere qualcosa, oppure magari lo fanno, ma hanno il mondo contro. È la “poverty porn”, la pornografia del povero: parlare degli emarginati ma non dare loro mai una chance. I miei protagonisti invece sono pieni di speranza e hanno uno scopo, sono anime che lottano. La società ha un problema con le persone che cercano di vivere la loro vita in modo autentico e vero, mettendo gli altri davanti alla loro falsità. I miei personaggi hanno il desiderio di combattere dentro: non sempre vincono, ma non sono mai dei perdenti.

Sul genere a cui appartiene ‘Tom à la ferme’

Per me è un dramma, un thriller psicologico. Era qualcosa che non avevo mai fatto prima di allora, avevo girato drammi familiari, melodrammi, ma questo film invece ha suspence, tensione. Non saprei definirlo bene perché non conosco questo tipo di linguaggio: tipo Titanic, cos’è? Un dramma storico? Non conosco questi termini.

Sul suo amore per ‘Titanic’

Lo venero, è un prodotto stupendo, tutto è meraviglioso in quel film, lo considero un capolavoro dell’intrattenimento moderno. Due anni fa il mio agente mi ha portato ad una cena, doveva essere una cosetta informale e invece mi trovo davanti Paul Thomas Anderson, Ron Howard, Julian Schnabel, Sean Penn e Charlize Theron. C’era chi raccontava di essere stato ispirato da film anni ’30, da pittori, da viaggi in Africa, mentre io pensavo: “E ora cosa diranno questi quando tirerò fuori Titanic?!”. Ovviamente non è il film che in un contesto intellettuale ti vai a cercare, ma la domanda non era “qual è la miglior pellicola della storia” ma “qual è la tua preferita, quella che ti ha ispirato a fare cinema”. Io guardo i film con il cuore, non con il dizionario: avevo 8 anni quando ho visto Titanic e il messaggio che mi ha trasmesso è: “vola, sogna, niente ti può fermare”. Però non sono uscito dal cinema dicendo: “Mamma, voglio diventare un regista” ma “Mamma, voglio scrivere una bella letterina a Leonardo Di Caprio”.

Sul film italiano che gli ha toccato il cuore

Un paio di settimane fa ho visto Call my by your name di Luca Guadagnino: è profondo, tenero, saggio e cambia il modo in cui vedi non solo l’amore ma anche il dolore. Perché quando sei stato follemente innamorato e hai sperimentato il rifiuto, allora capisci la bellezza del dolore, da cui nasce la creazione. Molti dei miei film hanno visto la luce quando avevo il cuore spezzato o volevo fare colpo su qualcuno che amavo: il dolore apre tutte le porte.

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