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William Basinski, un alieno glam che suona ambient music

Abbiamo incontrato il compositore che ha rivoluzionato la musica elettronica, arrivato a Milano come uno Ziggy Stardust da un altro pianeta per presentare la sua nuova opera in cui risuonano i buchi neri

Il cameriere si ostina a ripeterci l’ordinazione. Siamo in sette e, al terzo tentativo, ha solamente quattro pizze segnate sul suo tablet. Ci riproviamo con ancora più calma e chiarezza, il tempo a disposizione per cenare non è molto. Siamo imbarazzati, il cameriere è nel suo mondo e non riusciamo a connetterci con lui. Sembra quella scena di Arrival in cui i linguisti si trovano per la prima volta di fronte a delle forme aliene, ma non hanno i mezzi per comunicarci. Quando finalmente l’ordine sembra evaso, William Basinski ci sorride bonariamente e ci chiede in tono leggero, “what’s just happened?“.

Ecco William, non sappiamo spiegartelo. Perché avrei anche l’esempio giusto, ma non so se potresti capirlo. Per farlo dovresti essere un ascoltatore, e non il compositore, del tuo capolavoro, quei Disintegration Loops che nel 2001 – per coincidenza – finirono per essere il requiem del post ground zero (e per questo introdotti nel National September 11 Memorial & Museum a New York). Solo così forse potresti capire cosa succede dopo 30/40 minuti di ascolto di dlp1.1. (sì, Basinski ama le composizioni lunghe), quando ti ritrovi completamente disperso di ogni certezza, corpo tra i corpi, privato e derubato delle tue certezze fisiche. Ma non sappiamo spiegartelo così. Sarebbe lungo e tu hai fame e a breve devi suonare. Per questo ci limitiamo ad un ironico “We really don’t know“.

William Basinski, più che un egregio compositore di ambient e tape music, sembra un Iggy Pop coi modi di David Bowie e alcune espressioni che mi ricordano il Jim Carrey di Kidding. Ha un’estetica da rockstar del glam rock: stivaletto nero lucente, skinny jeans, braccialetti e anelli d’argento, capelli lunghi e pulitissimo trench beige. Un look che tradisce un passato variopinto tra glam, big band e complessi jazz, tra clarinetto e saxofono e tape music, come ci racconta nell’intervista curata da Archivio Storico Ricordi nell’ottica di una serie di incontri all’interno della programmazione di Inner Spaces, la rassegna sonora all’Auditorium San Fedele di Milano per cui il compositore americano si esibirà la stessa sera.

Basinski è ironico, leggero, educato. Ci parla della genesi di Disintegration Loops, di quando, in una calda estate a Brooklyn, oramai al verde, decide di digitalizzare una serie di nastri di alcune sue registrazioni (field recording, sample, suoni) degli anni ’80 che aveva tenuto in uno scatolone etichettato The Land That Time Forgot. Durante il processo, però, il loop inizia a modificarsi, a disintegrarsi, a causa della polvere che oramai aveva invaso il nastro magnetico del tape. Stupito della magnificenza di questo loop, ne ha arricchito lo spettro sonoro con arpeggi e controcanti suonati con un Moog Voyager che emulava un corno francese. Ci svela quanto l’annoiarsi ad annotare i brani su pentagramma l’abbia portato a lasciare che la musica risuoni senza tregue nel suo studio, fino a quando l’ispirazione non giunge. Che con i suoi lavori vuole creare uno spazio in cui l’ascoltatore può sentirsi, ovunque egli sia con qualsiasi mezzo a disposizione. E conclude con un aneddoto su quando, negli anni ’80, suonò il sax per una band in apertura ad un concerto di David Bowie e, da fan, riuscì ad incontrarlo nel backstage e coglierne i suoi lati delicati ed educati. «Entrambi suonavamo il sax, io però ero molto più bravo, almeno in questo». Proprio al Duca Bianco, nel 2017, Basinski ha dedicato il requiem For David Robert Jones.

William Basinski non è sicuramente un personaggio conosciuto ai più, nonostante questa estetica da rockstar texana trasferitasi a Brooklyn e il sold out di questa serata a Milano. Ma, nonostante questo, è una delle figure fondamentali della musica ambient di questo secolo. Ad Inner Spaces presenta, per la prima volta in Italia, la sua opera On Time Out of Time (2017), ispirata al fenomeno astrofisico delle onde gravitazionali. Basinski ha avuto la possibilità di utilizzare i rilevamenti acustici dell’osservatorio statunitense LIGO, in grado, in questi anni, di rilevare tre segnali prodotti dalla fusione di buchi neri a tre miliardi di anni luce di distanza (valso un Premio Nobel per la Fisica nel 2017). Sempre attraverso tecniche di manipolazione dei campioni sonori e l’aggiunta di sintetizzatori, loop e melodie, l’opera è un drone spaziale potenzialmente infinito che ti divora e ti progetta in uno spazio-tempo differente, estraniandoti completamente dal tuo vicino di poltrona. Ecco, questa composizione sarebbe stata perfetta in quella scena di Arrival. Probabilmente stavolta con gli extraterrestri, che immagino in look Ziggy Stardust, ci saremmo capiti al volo. O quantomeno ci saremmo capiti con il cameriere.

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