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‘What You Gonna Do When the World’s on Fire?’, viaggio nel sottosuolo della comunità nera di New Orleans

Roberto Minervini è il secondo italiano in concorso a Venezia con un documentario in bianco e nero che riflette sul concetto di razza in America: «Sono stato con i protagonisti soltanto una manciata di mesi e mi sono buttato a terra tre volte per evitare le pallottole».

What You Gonna Do When the World’s on Fire? è uno spiritual di un paio di secoli fa che Roberto Minervini ha scelto come titolo per il suo nuovo documentario, il secondo film italiano in concorso a Venezia : «Ma quello che davvero m’interessava era la risposta a questo canto, lo scappare, lo sfuggire alle fiamme».

Se nei suoi lavori precedenti il regista di Lousiana (The Other Side) e Stop the Pounding Heart aveva già indagato parti dell’America del Sud, comprendendo in anticipo la rabbia reazionaria di quelle zone che avrebbe spianato la strada alla vittoria di Trump, qui ha deciso di scavare più a fondo, «nel sottosuolo», come precisa lui, per concentrarsi sulla disuguaglianza sociale.

Negli Stati Uniti vivono 40 milioni di afroamericani (il 12% della popolazione), di cui 10 al di sotto della soglia di povertà, 4 ufficialmente disoccupati e 1 milione in carcere, c’è scritto nella cartella stampa del film. Nel 2016, la polizia ha ucciso 39 suspicious unarmed blacks, neri disarmati, freddati sulla base di un vago sospetto. Nei primi quattro mesi del 2018 i neri giustiziati dalla polizia sono stati 69 e ogni anno, in media, il 32% circa delle vittime delle forze dell’ordine è di colore.

Minervini ha frequentato i quartieri inaccessibili di New Orleans, segnati dalle conseguenze dell’uragano Katrina del 2005 e dall’uccisione di Alton Sterling per mano della polizia nel 2016, ha bazzicato il bar di Judy Hill, la protagonista principale del film, «e si sono aperte delle porte, ho fatto molte amicizie. Quando filmo racconto tante storie, molte delle quali non arrivano poi a far parte del cut finale».

Oltre alla vicenda di Judy, donna dalla straordinaria energia che cerca di tirare avanti dopo aver perso il locale a causa della spietata gentrification di Tremé (il più antico quartiere nero di New Orleans e di tutta l’America), conosciamo Ronaldo King, 14 anni, e Titus Turner, 9, che la madre single cerca di tenere lontano dalla strada, con il più grande che spiega al fratello: “Ti insegno a fare a pugni, per proteggerti. Perché oggi la gente non fa a botte. Preferisce sparare”.

Ma anche Chief Kevin e le Frecce Ardenti, una delle oltre cinquanta tribù indiane che ci sono a New Orleans, e le Black Panthers, intente ad organizzare una manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia. Minervini è riuscito a conquistare la loro fiducia: «La prima stretta di mano tra me e il capo nazionale è stata accompagnata dalle parole: “Welcome to the dark side”. Ho capito sulla mia pelle cosa significhi far parte del sottosuolo, l’essere riconosciuto come mano tesa da parte della società dei bianchi nei confronti degli afroamericani mi mette in una posizione scomoda, ho il telefono sotto controllo da parte dell’FBI, ma non sono un eroe». Semplicemente il documentarista vuole mettersi al servizio di quello che racconta: «Lavoro sul filo dell’esaurimento nervoso perché sono circostanze molto difficili. Sono stato con i protagonisti soltanto una manciata di mesi e mi sono buttato a terra tre volte per evitare le pallottole, ho assistito a tre omicidi e ad oggi sono già morti due personaggi del film».

Visivamente What You Gonna Do When the World’s on Fire? si ispira al meglio del reportage in bianco e nero, «perché il bianco e nero è un non colore, che rende giustizia a tutte le storie. La diatriba razziale non si è mai sanata, può sembrare retorico, perché lo sappiamo tutti che la schiavitù è stata abolita, ma non c’è stata una risoluzione. Io mi sono messo in una posizione strategica proprio per essere un osservatore privilegiato della crisi razziale che si presenta ogni giorno, anche in modo molto virulento».

Minervini vive da anni nel sud degli Stati Uniti, ma il riferimento ai temi dell’integrazione e della diversità in Italia è quasi d’obbligo: «Questo tsunami è arrivato anche nel nostro Belpaese. Proprio nella mia terra d’origine, le Marche, abbiamo assistito a qualcosa di impensabile: si è arrivati all’uccisione e alla rivendicazione di omicidio come azione necessaria per risistemare gli equilibri di un paese».

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