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Abbiamo visto “Fresh Dressed”, la storia d’amore tra moda e hip hop

Dai tempi degli occhiali Cazal fino ai primi passi nel fashion system. Sacha Jenkins porta al cinema le origini e le evoluzioni della "strana coppia"

"Fresh dressed", il documentario sul rapporto tra moda e hip hop

"Fresh dressed", il documentario sul rapporto tra moda e hip hop

C’è una linea lunghissima (e parecchio spessa) che collega un cappotto di Salvatore Ferragamo ai cappelli Kangol, che mette in contatto Givenchy alle gang del Bronx negli anni Settanta.

Una linea tradotta e riportata in immagini da Sacha Jenkins nel suo lavoro Fresh Dressed, presentato al Milano Film Festival. Un maxi racconto parecchio approfondito che fa vedere la faccia un po’ nascosta dell’hip hop. Che è stato, sì, una rivoluzione musicale. Ma soprattutto sociale. E sociale vuol dire anche di costume, nel senso proprio della parola. Vestiti.

Fresh Dressed from Fresh Dressed Movie on Vimeo.

Sì, si parla di quella cosa lì, di moda, di abbigliamento, di tendenze. La street culture è intrisa fin dai suoi albori da una legge “dress to success” tutta sua. La storia d’amore adesso l’abbiamo scoperta tutti, con Kanye West che sfila con una sua linea, con i rapper seduti in prima fila durante gli show.

Ma questa cosa esiste da prima, da tantissimo tempo. Dalle battaglie tra gang nel Bronx, da quando per distinguersi gli uni dagli altri, si personalizzavano le giacche ispirandosi ai fuori legge di Easy Rider.

Fresh Dressed è una bellissima storia, ma una delle tante, che lega l’hip hop alla moda, ai vestiti. Ci sono tutti i momenti principali, ci sono tutti i punti da toccare, ci sono le voci necessarie a raccontarla. È un film con parecchia “ciccia”, con un sacco di testimonianze, di interviste, di materiale dagli archivi. Da Kanye West a A$ap Rocky, fino indietro a Dapper Dan, geniale stilista che prendeva i tessuti dei marchi di alta moda, se ne sbatteva dei diritti e delle leggi e personalizzava tutto all’inverosimile.

È giusto coinvolgere anche altre voci, e allora viene chiamato André Leon Talley, ex editor at large di Vogue, per sentire il parere delle istituzioni della moda, ma anche Riccardo Tisci, designer di Givenchy, e gli stilisti “urban”, i fondatori di marchi tipo Karl Kani e Fubu. Uno dei punti più interessanti e affascinanti è appunto il paragone con il fashion system, con la volontà di guardare quello che succede in Europa, e farlo con una certa ammirazione. Nonostante i tentativi di linee come quella di Diddy, la Sean John, di imitare se non lo stile, almeno l’approccio del mondo del prêt-à-porter “ufficiale”.

Fresh Dressed è una rassegna ragionata e cronologica sull’evoluzione dello stile hip hop. Che passa dai Run DMC (per forza di cose, quelli che hanno cambiato le regole dell’abbigliamento di successo, con i ragazzini a dire alle madri, «Hey, guarda, quelli sono ricchi e famosi e sono in tuta!», per far capire che non si sarebbero mai messi la camicia appena comprata), ma scava anche dentro curiose crew di fanatici di Polo Ralph Lauren, i Lo-Life, dei brand nati dal basso.

Mette in evidenza la socialità, i problemi e tutto il resto. O meglio, quasi tutto il resto. Manca una discreta fetta al lavoro di Jenkins per dargli le cinque stelle e il cinque alto. Fresh Dressed è perfetto per avere un contatto con l’argomento, per godersi Kanye che dice che lo stile è più importante dei soldi. Per conoscere la storia e i suoi salti mortali evolutivi.

Per l’approfondimento, per le schegge impazzite (penso a Tyler, the Creator e la sua gang, impossibile da catalogare dentro i canoni presi in esame dal doc), non basta di certo un film, ma piuttosto serve una maratona pomeridiana, come si fa con le serie.

Aspettiamo con ansia il secondo, a questo punto. Faccelo Jenkins.

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