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“The danish girl”, l’origine del transgender

La forza del film è nel raccontare un’identità mal sopportata dalla società, oggi come allora, come un passaggio normale della vita e giusta realizzazione di sé. Lili Elbe, impersonata dal premio Oscar Eddie Redmayne, sarà nei cinema italiani a febbraio

Potremmo parlarvi del primo film italiano in concorso, L’attesa. Ma proprio nell’attesa di quest’opera ci siamo consumati, piena di promesse e premesse, di sorrentiniane influenze nell’autoriale prologo e di intimista femminilità che è efficace più grazie alle ottime attrici (Juliette Binoche e Lou de Laâge) che a Piero Messina, assistente alla regia del premio Oscar e qui all’esordio in cabina di comando. Troppo labile nel contenuto e troppo acerbo lo stile per entusiasmarsi – e infatti alla seconda proiezione per la stampa si è sentito qualche fischio – e difficile anche scrivere di quest’opera fragile, flebile, un sussurro di talento che ha bisogno di parecchio tempo e lavoro per realizzarsi a pieno. E avendo già visto La prima luce di Vincenzo Marra, in fondo, si fa fatica a capire perché quest’ultimo non sia in concorso. E Messina, magari, a farsi le ossa altrove.

Ecco perché vale la pena raccontare The Danish Girl. Non solo per quel Tom Hooper, capace di regalare un film sottovalutato e potente come Il maledetto United o classico e commovente come Il discorso del re. O barocco e francamente eccessivo come Les Misérables. In The Danish girl forse ci mette tutto della sua cinematografia. L’uomo solo e incompreso del film su Brian Clough, quello a disagio nelle vesti che società e nascita gli hanno consegnato del monarca balbuziente, infine quello carico e depresso di Hugo.

Il risultato è il biopic di Einar Wegener, un oggetto cinematografico fin troppo classico per l’anticonformismo di un artista che si scoprì donna e provò l’impossibile (a fine diciannovesimo secolo, almeno) per correggere ciò che natura (e dio, per lui che ci credeva) aveva sbagliato. La prima trans, Lili Elbe, nasce dal suo travaglio interiore, dalla scoperta che fa posando, per necessità con abiti femminili, per la moglie amatissima Gerda. E subito negli occhi, sulle punte delle dita, nei tremori degli arti di Eddie Redmayne, Oscar per La teoria del tutto e attore capace di esprimersi con il suo corpo come pochissimi, scopriamo un’altra identità.

 

Eddie Redmayne al Festival del Cinema di Venezia - Foto via Facebook

Eddie Redmayne al Festival del Cinema di Venezia – Foto via Facebook

Eppure la forza del film non è nella forma sin troppo classica o nella storia lacerante e coraggiosa. No, è nel raccontare un’identità mal sopportata dalla società, oggi come allora, come un passaggio normale della vita, come una giusta realizzazione di sé. Tanto che più di Lili Elbe – così si ribattezza Einar -, finisci per apprezzare la moglie, interpretata da una magistrale e bellissima Alicia Vikander, fiera e sensibile icona di libertà e apertura mentale. Lei sì: perché Einar-Lili è un essere umano egoista ed egocentrico, incapace di accettarsi davvero, mentre Gerda sa guardare oltre, combattere con se stessa e accettare, anzi amare quella che altri considerano diversità. Guardi i travestimenti del protagonista e ti rendi conto che chi illumina il film e la storia è quella donna eroica nella sua normalità, nei suoi sentimenti. Lei è il vero talento artistico di casa (e forse lui soffre più il suo successo della lotta che ha dentro), lei è la vera ribelle, lei combatte la guerra più difficile. E capisci, forse, che Hooper ha scelto il titolo The Danish Girl perché, in cuor suo, il lungometraggio è dedicato a Gerda, più che a Lili.

Hooper sceglie, anche per i costumi d’epoca e le ambientazioni classiche, una narrazione lineare e una sceneggiatura solida, ma con guizzi niente male, anche grazie agli interpreti, al cast pieno di ottimi comprimari, tra cui Amber Heard che arriva un giorno dopo il marito Depp e si produce in poche pose ma buone, con la sua Ulla, ballerina scanzonata, sensuale e capace di una profonda leggerezza (e viceversa).

Ecco che allora l’Hooper più di rottura lo troviamo nell’elegantissima scena del bordello, struggente nella sua bellezza, o nella prima rappresentazione “fisica” del cambiamento, in cui la Vikander ci emoziona e ci eccita, persino, con la sua reazione. Ed è qui che ci conquista un film che non ha paura delle sue ambizioni e che allo stesso tempo fa la differenza nei dettagli.

E il sospetto che una delle due Coppe Volpi uscirà da questo lavoro, non è affatto peregrino. Vedremo, sarebbe un bel regalo, per Lili e Gerda.