Venezia 75, ‘The Ballad of Buster Scruggs’: il western antologico in stile Coen

Prima cosa da sapere: non è una serie tv ma un film, un puzzle di tematiche e stili cari ai fratelli, con un cowboy canterino, l'omaggio allo spaghetti western e, sì, un grande Tom Waits.
Ethan e Joel Coen al Lido per la 75ª Mostra del Cinema di Venezia. Foto di Karen Di Paola/Rockett.

Ethan e Joel Coen al Lido per la 75ª Mostra del Cinema di Venezia. Foto di Karen Di Paola/Rockett.


I fratelli Coen non sono mai stati di molte parole. Preferiscono far cantare a un cowboy usignolo un’esilarante ballata a cavallo oppure trasformare James Franco in un personaggio da spaghetti western. Ma quelle poche parole sono sempre asciutte, sarcastiche, della stessa ironia pungente che li contraddistingue fin dai primissimi lungometraggi.

Il nuovo capitolo del loro piano di sovvertimento dei generi si chiama The Ballad of Buster Scruggs che – attenzione – è un film antologico di 130 minuti, non una serie tv come anticipavano i rumors. Non che loro si siano presi la briga di correggere il tiro… In fondo te ne puoi pure fregare, se nella vita hai fatto Fargo, Il grande Lebowski e Non è un paese per vecchi, sei stato nominato a 13 Oscar e ne hai portati a casa 4. E se, di conseguenza, il pubblico aspetta con ansia la tua prossima mossa.

Dopo l’omaggio al western con il remake de Il Grinta, ora i fratelli terribili del cinema, il western hanno deciso di decostruirlo: «Le persone ci attribuiscono una consapevolezza che in realtà spesso è solo entusiasmo per quello che facciamo» precisa Ethan, che dei due è il più loquace, se così si può dire.

Tim Blake Nelson in 'The Ballad of Buster Scruggs'.

Tim Blake Nelson in ‘The Ballad of Buster Scruggs’.

The Ballad of Buster Scruggs ha probabilmente una delle sequenze di apertura più belle e fulminanti della Mostra finora: Tim Blake Nelson, alias l’Usignolo di San Saba, che canta una divertentissima ballata in sella al suo cavallo, con chitarra in braccio e un improbabile coro invisibile che viene dalle rocce del canyon. «Avevo letto il testo qualche anno fa. Quello che amiamo dei Coen è questo senso profondo del linguaggio filmico: il primo episodio dal punto di vista narrativo ed estetico parla della storia del western, dal più classico, che sarei io, al più rock come il look del mio rivale nella storia» dice l’attore.

Dal primo episodio si snodano sei micro racconti legati dalla frontiera che partono all’insegna dello humor coeniano più scatenato e si fanno via via riflessivi, scuri persino: «Ci abbiamo lavorato per tanto tempo, queste storie sono state scritte nell’arco di 25 anni, ma non sapevamo che farci» afferma Joel, che invece è quello più sarcastico e asciutto nelle risposte. La scelta del formato la motiva Ethan: «A noi piacciono i corti, ma non c’è mercato». E in effetti almeno i primi due segmenti avrebbero funzionato benissimo (forse meglio?) come cortometraggi per l’immediatezza e la genialità delle trovate. The Ballad of Buster Scruggs è un puzzle di tematiche e stili cari ai Coen, con una perfetta colonna sonora e, sì, un grande Tom Waits.

L’omaggio allo spaghetti western è evidente, soprattutto nel secondo racconto, dove James Franco interpreta un rapinatore di banche in lotta (comica) contro un destino beffardo: «Ovviamente ci siamo ispirati allo spaghetti western, a Sergio Leone che da giovani ammiravamo molto, così come ci piacevano alcuni prodotti televisivi italiani degli anni ’60 e ’70 e Monicelli».

I Coen ammettono di non essere mai stati troppo bravi a rispettare le regole: «A Minneapolis, dove vivevamo da ragazzi, dovevamo partecipare a una festa ebraica a scuola e invece ci hanno pizzicato lì a vedere un western, Invitation to a Gunfighter. Il direttore si arrabbiò moltissimo!».

The Ballad of Buster Scruggs sarà distribuita da Netflix e anche in sala: «C’è una versione theatrical che aiuta. Siamo persone di cinema quindi per noi è importante che chi vuole vedere il film sul grande schermo possa farlo», spiega Ethan. E Joel aggiunge «Netflix finanzia progetti che non sono mainstream e questo è importante, è un modo per tenere in vita questa arte, più società così ci sono più salutare è anche per l’industria del cinema».