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Venezia 75, ‘Suspiria’: la danza delle streghe di Guadagnino all’ombra del Muro

Sei atti e un epilogo ambientati nella Berlino divisa del 1977: il primo italiano in concorso è un film «sul terribile nei rapporti interpersonali, sul terribile del femminile, sul terribile nella Storia».

«Amo Dario, tutti noi lo amiamo: Dario, Dario, Dario!». In conferenza stampa Luca Guadagnino ha preso di petto subito e con intelligenza il confronto inevitabile con Argento: «Non starei seduto qui se non fosse per lui: sto diventando uno stalker dei grandi maestri». Poi ha raccontato un aneddoto su se stesso 15enne a Palermo: «Dopo aver visto Suspiria ho guardato tutti i suoi film. Un giorno mi ha chiamato mia madre, le avevano detto che Argento era a mangiare da qualche parte in città, solo. Sono rimasto alla finestra del ristorante ad osservarlo per tutta la cena. E lui sarà andato in paranoia, si sarà chiesto chi fosse quel ragazzino che lo fissava. Sì, ero io».

Ci vuole audacia, molta audacia a pensare di rifare Suspiria e ci vuole altrettanta visione per riuscire a distaccarsene, girando un film «sul terribile nei rapporti interpersonali, sul terribile del femminile, sul terribile nella Storia». Perché nella versione di Guadagnino, “sei atti e un epilogo ambientati nella Berlino divisa” (e non più a Friburgo), la danza inquietante delle streghe si fonde a quella altrettanto angosciante della realtà politica, alle conseguenze dell’Olocausto, alle molotov della banda Baader-Meinhof, ai fantasmi del terrorismo nascosti all’ombra del Muro nel 1977 (quando uscì il film originale): «È stato un anno molto importante per la rivoluzione femminista in Europa. Ed era il periodo del cinema di Fassbinder, un maestro della crudeltà che, con le sue donne non riconciliate, tormentate, ma mai vittime o schiacciate, mi ha influenzato moltissimo».

Come ricorda Tilda Swinton, amica di una vita e musa di Guadagnino, «non c’era un momento più urgente per un sotto testo politico di questo tipo e per ricordarci i pericoli di un pensiero di gruppo privo di etica, che può facilmente diventare isteria reazionaria da separatismo».

Dakota Johnson raccoglie “fisicamente” il testimone da Jessica Harper, la protagonista di Argento (che ha un ruolo anche qui): l’attrice di Cinquanta sfumature interpreta Susie Bannion, una ballerina americana che viene ammessa nella celebre scuola di danza tedesca diretta da Madame Blanc (Tilda Swinton, che fa anche altri due personaggi, ma non vi diremo quali) e si ritrova fin dall’audizione coinvolta in qualcosa di oscuro. La Johnson ha smentito di essere stata in psicanalisi dopo le riprese: «Sono una persona paurosa e che assorbe i sentimenti degli altri. A volte, quando lavoro su progetto molto cupo, mi aiuta parlare con qualcuno che sia carino e gentile, per poi andare oltre. Ma è stata un’esperienza tutt’altro che traumatica, semplicemente c’erano tante emozioni».

Suspiria, primo film italiano in concorso a Venezia 75, è esteticamente spettacolare, sensuale nel senso meno ovvio del termine: girato in un albergo abbandonato dai soffitti alti e dagli spazi cupi, con un production design radicato nel modernismo tedesco e nell’art decò, affida il cuore della storia alle coreografie di Damien Jalet, che ricordano molto da vicino i lavori di Pina Bausch: «Era fondamentale che la danza non fosse un orpello, come direbbe Madame Blanc, ma che fosse utilizzata come personaggio, come linguaggio della trascendenza della magia».

Il sangue e i corpi distrutti non mancano, ma Guadagnino tralascia i codici dell’horror e si preoccupa del dolore e delle cicatrici, più che della violenza che li ha inflitti, persino nel finale gore che più gore non si può. Che ci si trovi davanti a un Suspiria differente è chiaro fin dai titoli di testa, un trama onirica di immagini macabre accompagnate dalla musica ossessionante di Thom Yorke: «Quando Luca è venuto a trovarmi gli ho detto che era pazzo, non avevo mai fatto un sonoro prima di allora. E Suspiria è uno di quelli leggendari». Così il leader dei Radiohead si è preso qualche mese per contemplare l’idea, «ma sapevo che avrei avuto rimorsi se non avessi accettato». Così ha guardato il film di Argento: «Il sound design era molto intenso, ho trovato interessante che i Goblin avessero usato gli stessi motivi ancora e ancora, finché il cervello non riesce più ad ascoltarli. È stato importante per il mio processo creativo: mentre componevo, mi sembrava quasi di scrivere incantesimi».

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