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‘Twin Peaks’: invecchiare è bello

Lynch e Frost a 25 anni di distanza hanno creato un capolavoro. Totalmente inadatto alla televisione. Ma per questo perfetto

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Il ritorno di Lynch è stato un miracolo

Quando alcune frasi passano attraverso il prisma di Twin Peaks, non riuscirai più a sentirle nello stesso modo. “Damn good coffee” è una; “Gotta light” è un’altra. Aggiungiamo un altro candidato, un terzo, che la stagione appena conclusa del capolavoro sovrannaturale di David Lynch e Mark Frost ha involontariamente proposto per essere pensionato dal dizionario dei critici televisivi: “Like nothing else on television”. Il panorama televisivo rimane pieno di show singoli e spettacolari. Ma, come il primo Twin Peaks ha ispirato visionari showrunner, da David Chase a Damon Lindelof, e li ha portati a creare una New Golden Age della televisione, la terza stagione dello show potrebbe avere scavalcato di nuovo tutto. Quello che abbiamo visto non ha mai avuto niente di uguale nella storia del medium.

Per spiegarne le ragioni, vale la pena scavare un po’ più a fondo rispetto alle normali modalità di fruizione: i suoi rapidi cambi di umore, di stile, il suo montaggio d’avanguardia, quell’atomica ora che è stato l’ottavo episodio. Fondamentale per il successo dello show è stata l’insistenza di Lynch e Frost sul fatto che questo fosse un film, non uno show televisivo. Non solo nel modo in cui hanno trattato la stagione, “un film spezzato in 18 parti”, come afferma Lynch, anche se questa sarebbe una cortese replica a tutti quegli sbruffoni che pensano sia da stupidi pretenziosi pensare una serie tv in questi termini. La buona televisione, come il buon cinema, può essere fatto in molti modi: la terza stagione di Twin Peaks diventerà un esempio da libro di scuola su come un approccio “filmico” a una serie può essere vincente.

Ma, importante allo stesso modo, questo film (serie, qualsiasi cosa sia) si inserisce perfettamente nella filmografia di Lynch. Infatti, più film hai visto del regista, più sarai preparato a quello che il regista ti propone in questa serie. In particolare, negli ultimi episodi, Twin Peaks si basa su una struttura ricorsiva, come una striscia di Möbius, in cui gli eventi si addentrano in loop continui piuttosto che prendere una via dritta; queste ripetizioni e questi continui rimandi vengono, comunque, distorti abbastanza da far avanzare il pattern in maniera comunque opaca. Senza contare The Straight Story (in italiano, Una storia vera), un titolo abbastanza adeguato e un raro caso in cui Lynch ha lavorato da una sceneggiatura non scritta da lui, tutti i suoi film post-Twin PeaksLost Highway, Mulholland Drive, Inland Empire – sono costruiti in questo modo. Lui e Frost si sono fidati del fatto che il loro pubblico fosse abbastanza volenteroso da mantenere alta la concentrazione. O semplicemente, fosse disposto a fregarsene.

Lynch e Frost si sono fidati del fatto che il loro pubblico fosse abbastanza volenteroso da mantenere alta la concentrazione. O semplicemente, fosse disposto a fregarsene


Un appunto: è da stupidi accusare David Lynch di non partecipare al classico botta e risposta tra showrunner e spettatore fornendo delle risposte, delle conclusioni precise e un finale che si attiene alle aspettative. Una cosa che I Soprano e Lost avevano già sdoganato in maniera abbastanza ufficiale nel mondo televisivo. Ma, anche se questa intenzione non era esattamente nella testa del regista, sicuramente era nelle nostre. Quanto è stato rilassante vedere uno show totalmente alieno al dibattito che ha consumato le ultime stagioni dei più incredibili drammi, da Mad Men a The Leftovers. E quanto è stato figo vedere funzionare una serie così gloriosamente inadatta alla nostra era televisiva.

Facciamo un passo indietro, The Straight Story potrebbe essere l’anomalia degli ultimi 25 anni lavorativi di Lynch, in termini di flusso narrativo, tono e interessi, normalmente orientati verso l’horror e il sesso. Ma in un modo certamente tortuoso, fornisce anche questo una delle chiavi di lettura della forza di questa stagione di Twin Peaks. La storia di un vecchio agricoltore che viaggia con il suo trattore attraverso un’odissea per riconnettersi con suo fratello condivide diversi punti lynchiani con la serie, nello specifico l’amore per la strada, per gli spettacolari scenari dell’America dell’ovest e Harry Dean Stanton.

E più importante ancora, il film parla dell’invecchiare e dei viaggi nello spazio e nel tempo, anche quelli che non capiamo di aver fatto fino a quando le circostanze ci constringono a prenderne atto. Una descrizione che calza a pennello per Twin Peaks. Sia nella storia che nella realtà, i protagonisti di Twin Peaks sono invecchiati; gli uomini in particolare, da Bobby Bridge al vice sceriffo Hawk a Ed Hurley, sono diventati grigi. E l’elenco di chi ci ha lasciato prima di queste puntate è lungo e commovente: Miguel Ferrer, Catherine E. Coulson, Warren Frost, Michael Parks, David Warner, Don S. Davis, Jack Nance, Frank Silva e, ovviamente, David Bowie (che sarebbe stato felice di vedere come se la sta passando il suo Philip Jeffries).

E come nella stessa Loggia Nera, l’età è la fonte del potere e della sofferenza di Twin Peaks. Non è solo il gap di 25 anni che il pubblico e l’agente Cooper hanno subito. Shelly Briggs guarda sua figlia Becky finire preda di un marito violento come aveva fatto da teenager – mentre lei stessa ricade inconsapevolmente in un pattern di attrazione verso i cattivi ragazzi, con il suo nuovo fidanzato, uno spacciatore misterioso. La Signora Ceppo sta morendo di cancro, come lo sceriffo Truman, abbandonato fuori dallo schermo mentre la saga prosegue senza di lui. Audrey Horne è intrappolata, spaventata e solitaria, in un limbo di cui non conosceremo forse mai la verità. Lo stesso Coop è tormentato nella ripetizione dello stesso pattern.

Potremmo passare altri 25 anni cercando di conoscere tutti i segreti della serie

Anche nei panni di una donna matura, e soprattutto viva, Laura Palmer sarà per sempre legata alla casa degli orrori in cui è cresciuta. E sua madre Sarah… beh, Dio solo sa cosa le sia successo in tutti questi anni. Anche la stessa America sta ancora pagando per i suoi peccati storici legati alla bomba atomica, ancora oggi la più potente rappresentazione simbolica della potenza distruttiva del Paese. Certo, Big Ed Hurley ha avuto il suo happy ending con Norma Jennings, ma la sua faccia sconsolata parecchi episodi prima, mentre contempla il disastro che è la sua vita, potrebbe essere il volto dell’intera stagione.


Twin Peaks: Il Ritorno è stato un incredibile lavoro di regia. Ma al contrario delle sue riprese sbieche, dei flash di luce, della foschia e degli ambienti sibilanti, la sua base emozionale è solidissima. Potremmo ancora meravigliarci di fronte al cosmo creato da Lynch e Frost – un universo di oceani viola, di fortezze di metallo, di tende rosse e di infiniti campi stellati. Potremmo passare altri 25 anni cercando di conoscere tutti i segreti della serie, l’identità di “Judy”, cosa esattamente è successo alla ragazza con l’insetto in bocca. Ma non c’è niente di etereo o misterioso riguardo le violenze, i traumi e l’irresistibile marcia del tempo. Quella parte di Twin Peaks, quella che conta di più, è chiara come il nostro riflesso nello specchio.

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