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“Twerkumentary”, il doc sul ballo che fa muovere le chiappe del mondo

Una regista italiana conquista L.A. con un documentario sul twerk dove intervista tutti, da Diplo ai Club Dogo, dall'America all'Australia

Foto di Gianfilippo De Rossi

Foto di Gianfilippo De Rossi

Tutto comincia un paio di anni fa, con una donazione per aiutare il progetto creativo di un’amica regista della quale conosco sudore e fatica nel fare quello che fa: farvi vedere alcuni aspetti dell’underground a stelle e strisce. Il tutto seguito, nei mesi successivi, da email e post che ci mettono al corrente del processo creativo del documentario… finché qualche giorno fa, con mia grande gioia, ricevo l’invito per la World Premiere di Twerkumentary, il documentario di Diana Manfredi aka Spaghetto. Detto fatto. L’imbrunire del cielo è in netto contrasto con le luci accese delle macchine sulla 101 Ventura Fwy, attraversata da un infinito serpente-drago rosso fuoco che si snoda lungo le colline di Hollywood. Niente di poetico, solo il traffico bumper-2-bumper a cui siamo abituati a LA, come se fossimo sulla circonvallazione Milano-Sesto San Giovanni di venerdì mattina. Guardo l’ora, ci siamo. Esco dalla Hollywood Freeway, e mi trovo in piena KoreaTown, zona di uno dei mitici landmark losangeleni di sempre: il Wiltern Theater, considerato uno degli esempi migliori di architettura Art Deco USA; venue di concerti di musicisti alternativi tipo Wilco (a settembre a LA) e sede preferita di Laura Pausini quando viene qui a LA per i suoi concerti; e scelta D.o.c per il Lebowski Festival, omaggio a uno dei miei eroi di sempre. Oggi è invece cinema-teatro per la premiere mondiale di TWERKUMENTARY, documentario sul Twerk, scritto e diretto da Diana Manfredini aka Spaghetto, regista, produttrice, illustratrice e sociologica urbana extraordinarie per l’occasione.

#TWERKUMENTARY TRAILER from SPAGHETTO on Vimeo.

Come mai un doc sul Twerking?
Per un sacco di ragioni. All’inizio pensavo che fosse mio compito informare gli ‘amici’ europei sul fenomeno americano. Poi volevo sapere origini e storia, cercare di capire se fosse una fenomeno solo sociale o sociologico. Essendo regista e amando documentari e video come mezzo d’informazione, mi sono detta ‘perché non vedere se il fenomeno (visto che aveva sempre a che fare con la musica) poteva esplorare e toccare sia la pop-culture generazionale americana che la libertà di espressione e, perché no, anche il femminismo in generale. Poi, una volta cominciate le riprese, passo dopo passo, mi sono accora che era meglio se mi limitavo a FARVI VEDERE, oltre che origini e diffusione, perché il twerking piace alle donne e farmi spiegare dagli uomini la loro percezione. Ho capito che quando si balla e quando si twerka, ci sono differenze fra uomini e donne.

Tipo… che differenza?
Tipo che le donne possono farlo benissimo da sole, anzi, lo fanno come ‘slow dance’ personale, come inno alla propria sensualità, e non hanno certo bisogno dei guys che le schiaffeggino e che tocchino il culo…questa la differenza più importante.

Chi hai intervistato?
Tanti, tantissimi, devo essere sincera, mi sono stupita dalla disponibilità di tanti musicisti che hanno accolto il mio invito con piacere. Ho intervistato E-40, Too Short, Chippy Nonstop, Kreyshawn, Remy Fox, Diplo, Big Freedia, George Clinton, Brittney Scott, Sissy Nobby, DJ Jubilee… e tanti altri.

Che significa ‘Twerking’?
Twerk è un verbo della lingua americana, aggiunto al dizionario Oxford della lingua inglese, e sta a indicare un tipo di ballo accompagnato da musica popolare, eseguito in maniera dichiaratamente sensuale e sexy, dove i movimenti richiedono spinte ritmate dell’anca, e la posizione accovacciata di gambe e glutei.

Quale è stata la genesi?
Tutto inizia con me, filmmaker italiana trapiantata nella scena musicale californiana, che dopo aver visto Miley Cyrus agli MTV Awards e aver assistito personalmente alla crescita in popolarità fra la cultura underground in LA, decido di fare un documentario sul …TWERKING!

Da cosa cominci esattamente?
Fatto curioso e divertente allo stesso tempo: mentre sto facendo ricerca in una fabbrica di sex toys nella Simi Valley, aka la capitale dei vibratori, trovo fra gli scaffali un prodotto MADE IN CHINA che mi incuriosisce, nella fattispecie, un culo che twerka. Chiedo e me ne danno uno da portare a casa, una fatica!, pesa una tonnellata. La classica lampadina di Archimede che s’accende… È il 2015 e il twerk è diventato un fenomeno così grosso da ispirare una compagnia cinese nella fabbricazione di vibratore maschile dal nome “twerking butt”.

Per poi passare a…
Alle origini. Andiamo a ritroso e comincia la storia del twerking. Dal paleolitico, alla danza greca Cordax del 423 AC, al significato antropologico. Dalla danza africana della costa d’avorio Mapuka, fino alle strade di New Orleans, gli strip club di Atlanta e i pool party di Oakland e Miami.

Qual è la scintilla grazie alla quale il twerking diventa fenomeno?
Grazie a Apple, quando nel 2007 l’iPhone viene introdotto nella maggior parte dei paesi del mondo e chiunque è in grado di documentare la propria vita on the go e condividerla online.

Ti riferisci anche a YouTube?
Sì, il luogo dove si trovano i webcam video di tre ragazze di Atlanta chiamate “twerk team” formatesi nel 2005. Grazie a milioni di views diventano popolarissime, con il loro nome che viene citato in canzoni rap da classifica. Il 2007 è anche l’anno dell’invenzione dell'”hashtag”. E quindi nel documentario, vado a San Francisco e intervisto Chris Messina, l’inventore dell’hashtag.

Quand’è che a LA il twerking esplode come fenomeno di massa?
A Los Angeles, nel 2012. La crew Ham On Everything organizza dei party illegali nelle warehouse delle zone più ghetto di downtown LA. In breve tempo diventano twerk parties. Sembra di essere in un centro sociale occupato degli anni ’90 dove ragazzini vestiti da raver ma anche da skater pogano e fanno stage diving, mentre le ragazze attorno twerkano. Il tutto su musica rap o elettronica… ma giuro, se togli la musica sembra un concerto punk. Un mix culturale e musicale super interessante e super underground. Ovvio che poi questi party finiscono sulla bocca di tutti, sono ricercatissimi tant’è che rappers del calibro di Wiz Khalifa, Waka Flocka Flame e molti altri non solo li frequentano, ma vanno a fare delle performance a sorpresa. Il 2012 è anche l’anno in cui Diplo va a New Orleans e produce la canzone Express Yourself con Nicky Da B. L’hashtag della canzone impazza per mesi su tutti i social network e migliaia di persone sparse nel mondo postano meme twerkando a testa in giù.

Successivamente…
Vado da Diplo e lo intervisto. Qualche mese dopo Miley Cyrus posta un video dove twerka e nel 2013 fa la sua performance ai WMA che fa esplodere il ballo su scala planetaria. Da qui il passo, inizio a studiare e vedere come il twerk ha influenzato altre culture dove la gente non è cresciuta con questo tipo di ballo. In Europa vado in Inghilterra, Spagna, Danimarca e Italia. Per l’Italia intervisto il twerkatore delle Iene, e i rapper Fedez e i Club Dogo. Poi vado in Giappone dove hanno una versione di twerking molto pacata e kawaii.

Se la prima parte del film è dedicata al sociale, cosa c’aspettiamo nella seconda parte?
La seconda parte tocca tematiche legate allo sviluppo del fenomeno: è empowering per le donne o non lo è? È appropriazione culturale? Il twerk è femminista? Cosa pensano gli uomini delle donne che twerkano? Perché la si vede in tutti i music video? Ma non voglio dire di più.

Nel film ci sono anche un sacco di animazione.
Si, meno male che lo menzioni, Bestia… È il mio stile, sta benissimo con le immagini. Era tanto che non usavo l’animazione in un mio progetto, proprio io che sono andata a scuola e adoro tracciare e dipingere.

Come al solito, quando si finisce un progetto ci sono tante persone da ringraziare…
Innanzitutto Gianfilippo De Rossi (cameraman e direttore della fotografia) col quale ho filmato il documentario e che ha inventato il nome #Twerkumentary… poi Silvia Carluccio, manager del teatro più bello di Los Angeles, il Wiltern. Lei ha creduto moltissimo nel film ed è grazie a lei che abbiamo potuto presentarlo al pubblico. Ci sono anche un sacco di musicisti italiani che mi hanno aiutato permettendomi di usare le loro musiche: MACE, The Ceasar, Kermit & MasterMaind. Poi il producer Inglese IceKream e la rapper americana Kreayshawn che ha anche suonato all’after party alla premiere insieme a Ham On Everything e Mike G di Odd Future (tutti intervistati nel film). L’audio mix lo ha fatto in Italia Michelangelo Roberti e ho utilizzato nel film delle foto bellissime scattate a New Orleans dal fotografo italiano Sha Ribeiro. Poi Marco Pastore e Fun Mob per il loro supporto. E poi Fedez, i Club Dogo, il twerkatore Stefano Corti, l’antrolopogo Duccio Canestrini e la ballerina Raffaella Tresor per le loro interviste. La parte italiana del film tra l’altro è stata quella più applaudita in sala!

È stata una fatica quindi.
Non è stato facile realizzare questo progetto da sola, ci ho messo due anni. Mi ha portato un sacco di gioia ed energia, mi ha fatto conoscere realtà interessanti e persone fantastiche. Ho avuto anche un sacco di momenti meno felici dove mi sono sentita frustrata e depressa. Quando non trovavo aiuto gratuito, o investitori, o le persone che volevo intervistare mi dicevano di no, o durante i lunghissimi mesi di montaggio passati da sola davanti al computer, quando ho guardato il mio conto in banca ed era a zero. Non riuscivo a vedere la fine per questo progetto. Pensavo che mentre montavo il tutto, tutti avrebbero perso interesse. Mi sono sentita sola e penso che l’ultima volta che sono stata così povera era durante gli anni dell’università. Ma ora è finito e mi piace e la premiere è andata così bene che mi alleggerita da tutto lo stress dell’ultimo anno.

Next?
Per il momento spero in una bella vacanza in Italia e poi di avere delle opportunità di lavoro interessanti, non necessariamente negli Stati Uniti, mi piacerebbe anche tornare in patria se ci fossero delle prospettive.

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