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Tra amnesie e una Sky da Oscar, cos’è successo ai David di Donatello 2016

Troppi ingiustamente ignorati – uno su tutti Caligari e il suo "Non essere cattivo". Ma l'edizione 2016 dei David è stata segnata anche dall'iniziativa Verità per Giulio, e dal primo tentativo di valorizzare il cinema italiano come si deve

Paolo Sorrentino sul red carpe dei David di Donatello con l'omaggio a Giulio Regeni

Paolo Sorrentino sul red carpe dei David di Donatello con l'omaggio a Giulio Regeni

È stato il David delle amnesie, innanzitutto. Ha iniziato chi scrive, che ha dimenticato il papillon – l’unico che aveva, bianco, di solito usato a Carnevale – e ha rimediato sulla cravatta sempre a portata di mano nel cruscotto. Fuori moda, la macchina ha 12 anni, la cravatta forse pure. Ma chi mi aveva assegnato il pezzo era stato chiaro: “il direttore vuole una foto in abito scuro”. E per un giornalista precario, di cinema (che è un’arte precaria per definizione) l’espressione “il direttore vuole” è più emozionante e ansiogena della frase “Natalie Portman vuole uscire con te ma vuole andare all’unico spettacolo di Broadway che ha i biglietti esauriti fino al marzo 2019”.

Ci si è dimenticati in parecchi, poi, che sulla Tiburtina a Roma trovi parcheggio con la stessa frequenza con cui venerdì pomeriggio incontri un parlamentare a Montecitorio (ma ai colleghi che si lamentano, ricordiamo l’Auditorium della Conciliazione: in quella zona un posto per la macchina lo trovi con la stessa frequenza con cui cambia l’inquilino della vicina San Pietro).

Arrivati agli Studios, ecco che troviamo la protesta. Dei dimenticati: montatori di presa diretta, fonici, rumoristi. Striscioni ironici (“Molto rumore per nulla, David di Donatello vi meritate il cinema muto”), fischietti, applausi ironici e rumori vari per artisti, registi e candidati vari che gli passavano davanti, perché loro rivendicano il diritto ad avere un premio di categoria. Ma ai David di amnesie ne hanno parecchie: pensate a 87 ore di Costanza Quatriglio, il miglior documentario dell’anno (e pure del decennio), dimenticato persino nella cinquina, o agli effetti speciali scenici, categoria sempre più importante – da Suburra a Lo chiamavano Jeeg Robot, serve spiegarlo? – e ignorata bellamente favorendo solo i digitali.

E poi tanti colleghi giornalisti hanno scritto della bella campagna #DavidperGiulio: da Mastandrea a Gifuni, da Sorrentino a Marinelli, fino a Genovese che un adesivo lo attacca addirittura sul David per la miglior sceneggiatura dedicandolo alla “verità”. La verità per Giulio Regeni, chiesta con una campagna fatta di adesivi e braccialetti gialli, che tutti hanno attribuito ad Amnesty e Repubblica. Non è così, è tutta farina del sacco dell’account twitter @giuliosiamonoi.

Angelo Bonanni, vincitore del premio "Miglior  fonico di presa diretta", con l'adesivo "Verità per Giulio"

Angelo Bonanni, vincitore del premio “Miglior fonico di presa diretta”, con l’adesivo “Verità per Giulio”

Poi si comincia e l’ottimo Cattelan – che meraviglia il David su Sky, non più sagra di paese ma vero Oscar italiano: a partire dai montaggi delle categorie principali e del finale su La cura di Battiato, meritavano una statuetta a parte (come pure i The Jackal per il video introduttivo con un grande Paolo Sorrentino – si dimentica che il motivo che fischietta è de Lo chiamavano Trinità ed è stato composto da Micalizzi, non da Morricone.

E poi, Caligari. L’unica vera grandissima colpa di questo David 2016. Perché a quest’amnesia non c’è redenzione: quel genio ci ha lasciato e il suo capolavoro Non essere cattivo lo abbiamo ignorato. Almeno, il cinema italiano in questo è stato coerente. Lo aveva sempre massacrato con l’arma feroce dell’oblio e dell’emarginazione, il grande Claudio. Un amore tossico quello con la Settima Arte tricolore, il suo. Era illuminante la faccia di Mastandrea, produttore e primo promotore di quest’opera terza di uno che non ha mai avuto niente da questo mondo. Molti, con miopia, al momento della proclamazione del miglior attore protagonista, hanno pensato che masticasse amaro per la propria sconfitta (era meritatamente nominato per Perfetti sconosciuti). No, aveva capito l’antifona, visto che sia Borghi che Marinelli erano stati ignorati (il secondo, il David l’ha vinto come non protagonista per Lo chiamavano Jeeg Robot). E poi, sul palco, per Perfetti sconosciuti, aveva degli occhi pieni di struggente malinconia: dopo il mancato concorso a Venezia, l’ennesima beffa. Ma la bellezza di Non essere cattivo, Valerio, rimarrà. Sempre, comunque. Pure se l’odore della notte dei David, quando si è capito che non avrebbe portato a casa almeno uno dei premi più importanti, si era fatto pessimo.

Miglior attrice a Ilenia Pastorelli  per "Lo chiamavano Jeeg Robot"

Miglior attrice a Ilenia Pastorelli per “Lo chiamavano Jeeg Robot”

Ci si è dimenticati di Paola Cortellesi: la Pastorelli è stata meravigliosa in Lo chiamavano Jeeg Robot (a proposito, torna in sala dal 21 aprile), ma l’attrice de Gli ultimi saranno ultimi meritava quella statuetta. Senza se e senza ma.

E Santamaria? Aveva promesso di buttarsi nel Tevere se avesse smesso di essere il DiCaprio italiano (tre candidature ma ancora nessuna statuetta fino a ieri): ovviamente se l’era scordato. Ha chiesto di portare il David al sicuro a casa, prima.

E ancora, incomprensibile aver dimenticato Youth di Paolo Sorrentino, soprattutto alla luce della miglior regia a Matteo Garrone, che si è permesso pure la sferzata ironica a Lo chiamavano Jeeg Robot. E dire che uno che fa un bell’uso del genere come lui, dovrebbe essere contento del successo di un regista così bravo, giovane, inventivo. Ma se sei un autore affermato, una nuova leva fa sempre paura. Eppure è chiaro che quel David come miglior regista per Il racconto dei racconti è una scelta dell’inconscio collettivo del cinema italiano, di giurati che si sentivano troppo in colpa a dare l’en plein a Lo chiamavano Jeeg Robot, in fondo il nostro è pur sempre un paese per vecchi (o almeno di meno giovani). Certo, si fa fatica a capire perché non scegliere Sorrentino, appunto, (che merita un David come miglior attore per il video con i Jackal), ma Youth è sottovalutato fin dallo scorso Cannes. Curioso anche il miglior film a Perfetti sconosciuti: si premia una commedia, evviva, scritta benissimo e girata con eleganza. Giusto. Ma allora perché, ancora, l’ostracismo verso Checco Zalone? Se incassi quasi 20 milioni di euro va ancora bene, ma 60 sono troppi?

Il cast di "Perfetti sconosciuti"  sul palco per il premio "Miglior Film"

Il cast di “Perfetti sconosciuti” sul palco per il premio “Miglior Film”

Chissà. Tante domande, le solite risposte. Ma alcune sono state soddisfacenti. Sì, si poteva valorizzare il più grande premio del cinema italiano, bastava impegnarsi. Sky lo ha fatto e ieri sembrava davvero tutta un’altra cosa: bello il monologo iniziale di Cattelan, buone le idee degli autori, anche quella “chiave ironica” che Servillo ha stigmatizzato con eleganza quando il conduttore gli ha detto che gli avrebbe lasciato il David vinto per La grande bellezza al guardaroba (sì, il cinema italiano è ancora un po’ snob e permaloso: guardate la reazione alla battuta sui suoi 94 anni del grande capo Rondi. Glaciale). Forse il Castelnuovo in gran forma sul red carpet, troppo breve, meritava più spazio, per non lasciare sul solo Cattelan il peso della cerimonia. Ma ora, finalmente, si potrà parlare di dettagli, perché le imperfezioni, per la prima volta, sono marginali. Il cinema italiano, forse, è al suo anno zero. E i David pure, per fortuna.

P.S.: ovviamente mi ero dimenticato la foto vestito elegante. Per il direttore. Grazie Filippo Ferrari di avermela ricordata.

boris sollazzo

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