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Tognazzi e Vianello, sinistra e destra

Alcune divagazioni intorno a Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e la politica. Ovvero, di come due comici finirono per diventare il capo delle BR (per finta) e un testimonial di Forza Italia (per davvero).

Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello nel varietà 'Un, due, tre'. Foto Mondadori Portfolio via Getty Images

Se non ho fatto male i conti, il titolo di “primi epurati” della televisione pubblica in Italia spetta a Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Anno: 1959. Prima di Dario Fo (1962), di Beppe Grillo (1986), della triade Biagi-Santoro-Luttazzi (2002) e di Sabina Guzzanti (2003).

Comicità e politica: connubio inevitabile (in senso lato, il comico è sempre “politico”) ma anche pericoloso. I divi della rivista, che la sapevano lunga, erano tutti serenamente qualunquisti: questione di necessità. (Naturalmente non mancavano le eccezioni: come Totò, che durante l’occupazione di Roma, a forza di provocare nazisti e fascisti a suon di battute, si vide recapitare una bomba nel foyer del teatro Valle).

Così era anche la comicità di Tognazzi & Vianello – alle cui spalle c’erano quasi sempre due autori coltissimi come Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi, in grado di aggiungere un alone british alle facezie dei due. Il momento più felice per la coppia, nata sul palcoscenico e durata un decennio, coincide proprio con la conduzione del varietà televisivo Un, due, tre. Sei stagioni (1954-1959), settantasette trasmissioni (negli archivi RAI ne rimangono tre soltanto), settantacinque minuti a puntata.

Il programma, che si rifaceva in parte allo statunitense Your Show of Shows, era una sorta di “rivista televisiva” in cui i pezzi forti (le coreografie, gli ospiti internazionali e non) finivano per essere regolarmente confinati sullo sfondo, mentre acquistava spazio la “cornice”, composta dagli sketch dei due comici-conduttori, ovvero Tognazzi & Vianello – il cui acronimo “T.V.” sembrava pensato apposta per rendere omaggio al neonato piccolo schermo. Nella sua Storia della televisione italiana, Aldo Grasso li definisce «ragazzacci, provocatori della quiete televisiva». Può darsi: ma con le limitazioni imposte dalla censura democristiana, il massimo della provocazione consentita era la presa in giro della televisione stessa – e quindi, indirettamente, la sua celebrazione.

Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini durante la presentazione del libro “L’abbuffone”. Foto di Egizio Fabbrici, Mondadori Portfolio via Getty Images

Dall’inchiesta di Ugo Zatterin La donna che lavora al Viaggio nella valle del Po di e con Mario Soldati (riproposto con il consueto aplomb da un Vianello baffuto e basco-munito per l’occasione), le puntate di Un, due, tre offrono una sapida tranche de vie del palinsesto televisivo della RAI agli esordi. Alcuni di questi sketch, come quello dell’artigiano della Val Clavicola, noto anche come “il troncio”, finirono per perdere le originarie connotazioni parodistiche per diventare numeri perfettamente autonomi.

Com’è possibile dunque che Tognazzi & Vianello, con la loro comicità tutto sommato bonaria e poco trasgressiva, abbiano finito per diventare i primi due comici censurati della televisione italiana?

Tutto ha origine da una caduta: quella dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi da una poltroncina del palco reale della Scala di Milano, maldestramente spostata da un valletto. Vianello, sempre sul pezzo, decise di alludere all’episodio durante una puntata del programma: Tognazzi, facendo per sedersi, sarebbe rovinato a terra; Vianello lo avrebbe redarguito dicendogli “Ma chi ti credi di essere?”; al che l’altro avrebbe risposto “Tutti possono cadere”. «La cosa fu organizzata all’ultimissimo momento», ricordava l’attore quarant’anni dopo, in un’intervista di Roberto Buffagni: «Io pensavo: “Questa la capiscono in pochi”… Il teatro venne giù dalle risate, e noi ci guardammo pensando: “Siamo fregati”. Doveva essere una cosa per pochi intimi, e invece…».

E invece i due, una volta concluse le ultime puntate della trasmissione, vennero prontamente allontanati dai teleschermi per ordine di Ettore Bernabei, futuro direttore generale (1961-1974) della Tv pubblica, che paventava fantomatici complotti ai suoi danni. «Non posso credere a un colpo di testa di Tognazzi, che non era tipo da colpi di testa», avrebbe raccontato l’ex funzionario a Giorgio Dell’Arti, «il suggerimento gli sarà arrivato da qualcuno che sapeva benissimo quali conseguenze l’episodio avrebbe potuto provocare.

Qualcuno avrà pensato: «chissà se si riesce a liberarci di questo direttore generale…». Difficile dire se avesse ragione Vianello o Bernabei: della puntata incriminata non è rimasta alcuna traccia. Di sicuro, il pio Bernabei si sbagliava su un punto: Tognazzi era effettivamente uno da colpi di testa. E su questo punto è interessante, per concludere il nostro excursus “laterale” fra comicità e politica nell’Italia della prima repubblica, vedere come i due ex compagni di scena abbiano declinato l’argomento negli anni successivi.

Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello sul set del film “Tu che ne dici?”. Foto Mondadori Portfolio, Getty Images

Per quanto riguarda Vianello, oltre all’endorsement elettorale in favore del suo editore ai tempi della “discesa in campo”, si può essere tutto sommato d’accordo con quello che scrisse Michele Serra in occasione della scomparsa: con il suo nichilismo vagamente snob e la sua diffidenza nei confronti di tutto ciò che poteva anche soltanto odorare di impegno, l’aristocratico Raimondo ha finito per diventare, quatto quatto, l’unico autentico “satirico di destra” che lo spettacolo italiano abbia avuto.

Quanto a Tognazzi, a testimoniare una insopprimibile vocazione ai colpi di testa, non bastasse la puntata di Fantastico in cui si divertiva a scandalizzare l’onesto e nazionalpopolare Pippo Baudo con dichiarazioni su pornografia, terrorismo e legalizzazione delle droghe leggere, sarebbe sufficiente tirare fuori le false prime pagine de Il Male che lo ritraggono ammanettato e con ancora indosso il grembiule da cuoco, sotto il titolo «Arrestato Ugo Tognazzi. È il capo delle BR» (memorabili anche il fondo, «Quando la comicità diventa eversione», e l’intervista all’ex sodale: «Vianello: È pazzo ma lo perdono»). Era il 1978: altro che post-verità.

In quell’occasione, fingendo di giustificarsi ma in realtà rincarando la dose, Tognazzi rivendicò il proprio “diritto alla cazzata”. Tutto sommato, in questi tempi di confusione fra comicità e politica (e viceversa), potrebbe essere perfino uno slogan elettorale. Ugo for President.

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