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“Stranger Things”: come due fratelli hanno creato il più grosso successo televisivo dell’estate

I creatori della serie Matt e Ross Duffer ci raccontano delle origini tortuose del revival anni '80 prodotto da Netflix

Un'immagine della prima stagione di "Stranger Things"

Un'immagine della prima stagione di "Stranger Things"

I fratelli sono nati con il marchio del North Carolina nel 1984 – un anno dopo l’ambientazione della serie – e, mentre possiedono ricordi confusi dell’ansia della Guerra Fredda, sono cresciuti giocando a Magic: The Gathering più che Dungeons & Dragons.
«Ci sentivamo tipo, ‘Cazzo, i ragazzini dello show non possono giocare a Magic: The Gathering; non era ancora stato inventato’», ha detto Matt ridendo. «Io e mio fratello giocavamo a D&D. Soltanto non eravamo particolarmente bravi».

«Abbiamo memorie sbiadite degli anni ’80 – ha detto Ross – ma abbiamo vissuto gran parte della nostra infanzia nell’era pre-Internet e pre-telefono cellulare. Siamo stati l’ultima generazione ad vivere l’esperienza di uscire con gli amici per andare nel bosco o alla ferrovia e l’unico modo in cui i nostri genitori si potevano mettere in contatto con noi era dire, ‘è ora di cena’. Eravamo anche nerd dei film e avevamo tutte quelle VHS di tutti quei film classici degli 80’s che guardavamo di continuo; è stato il nostro punto di riferimento per capire come fosse vivere a cavallo fra i ’70 e gli ’80».

Indipendentemente da quando siano cresciuti, i Duffer Brothers, così come sono noti professionalmente, hanno ricostruito l’epoca di Stranger Things in un modo così credibile e autentico da riuscire ad amplifica il mistero al centro della trama senza diventare una distrazione. La serie, in cui spiccano le icone anni ’80 Winona Ryder e Matthew Modine, racconta la storia di come una cittadina dell’Indiana reagisce alla scomparsa di un ragazzino, mentre nello stesso momento una giovane ragazza fugge da una struttura per test militari; alla fine, incappano in un oscuro portale fantastico per un’altra dimensione. Mentre i fan iniziavano ad analizzare e a ricercare su internet tutti i rimandi ai film, libri e dischi, Stranger Things è diventata una serie di successo chiacchieratissima.

È stato un trionfo improvviso per i due fratelli, che hanno iniziato la loro carriera alla fine del 2011, dopo essersi laureati al college. Prima di Stranger Things, le produzioni più importanti ad apparire sul loro curriculum erano state il thriller Hidden del 2015 e, nello stesso anno, qualche episodio del riadattamento del romanzo fantascientifico di M. Night Shyamalan, Wayward Pines.

Per cui, come hanno fatto due ‘debuttanti’ a girare una serie fantasy per Netflix? «Non avevamo mai provato a fare TV prima, e non avevamo mai incontrato nessuno dell’industria televisiva – ha detto Ross – poi il produttore Donald De Line ci disse di aver letto il nostro copione per Hidden e ci ha chiesto di fare Wayward Pines. Divenne il nostro campo d’allenamento, e M. Night Shyamalan è diventato un grande mentore per noi. Quando finimmo con quello show, eravamo come ‘Ok, sappiamo come costruire una serie’. Ed era così quando abbiamo scritto Stranger Things».

Inizialmente i due fratelli hanno preso spunto per la trama da Prisoner, il thriller del 2003 con Hugh Jackman che parla di un uomo che, alla ricerca della figlia scomparsa, si trova ad affrontare dilemmi morali. «Pensavamo ‘Quel film sarebbe stato migliore in otto ore su HBO o su Netflix? – ha detto Matt – quindi abbiamo cominciato a discutere di una storia che parlasse di una persona scomparsa».
«È stato grandioso vedere personaggi di quel tipo sul grande schermo, ma pensavamo che ci fosse bisogno di qualcosa di più – ha rivelato Ross – così abbiamo preso quell’idea di un bambino scomparso, combinandola con la nostra sensibilità più infantile. Tipo, possiamo metterci un mostro che mangia le persone? Perché noi siamo nerd e bambini nel cuore, pensavamo fosse la cosa migliore in assoluto».

«Il mostro non proviene da una sfera spirituale, né è connesso con qualche religione. Questo lo rende ancora più spaventoso. Non credo nei fantasmi, ma credo negli alieni e in altre dimensioni»

Dopo aver discusso del film come un punto di partenza, i fratelli hanno iniziato a parlare di ciò che Matt descrive come “i bizzarri esperimenti svolti durante la Guerra Fredda di cui avevamo letto”, in particolare il progetto MKUltra, un programma di controllo mentale che la CIA portò avanti dagli anni ’50 fino ai ’70. Quello li ha spinti ad ambientare lo show nel 1983, un anno prima dell’uscita di Alba rossa, l’epico film paranoico sulla Guerra Fredda, e li ha portati a concentrarsi sull’aspetto fantasy che volevano includere nella storia. «Volevamo che l’elemento sovrannaturale si basasse in qualche modo sulla scienza – ha detto Matt – per quanto sia ridicolo, il mostro [nell’altra dimensione] non proviene da una sfera spirituale né è connesso con una qualche religione. Questo lo rende ancora più spaventoso. Non credo nei fantasmi, ma credo negli alieni e in altre dimensioni».

«Una volta deciso che gli ’80 sarebbero stati il periodo migliore in cui ambientare la serie – continua – abbiamo capito che questo ci avrebbe permesso di rendere omaggio a tutto ciò che più ci ha ispirato. Avremmo potuto prendere un po’ dello spirito dei libri di Stephen King e dei film di Spielberg. Abbiamo lasciato che tutte queste influenze convergessero nell’idea della serie».

Dopo aver scritto la sceneggiatura iniziale di Stranger Things, non avrebbero mai immaginato di avere una chance di raggiungere Netflix; pensavano fosse una piattaforma solamente per nomi affermati come Jenji Kohan, il creatore di Orange Is the New Black, o per il produttore di House of Cards, il regista David Fincher. Matt calcola che i due siano stati scartati quindici o venti volte dalle varie reti, mentre altri produttori esecutivi esitavano all’idea di una seria che avesse come protagonisti quattro ragazzini ma che al contempo non fosse adatta ai bambini, uno di loro gli disse: «O lo trasformi in uno show per ragazzini o lo fai sul detective Hopper che indaga di attività paranormali per la città». Matt ricorda di avergli risposto «In questo modo si perde tutto ciò che rende interessante la serie». Al contrario, altre persone con cui avevano rapporti all’interno dell’industria televisiva capirono la loro visione e li aiutarono a entrare in contatto con Netflix. «È stata una settimana in cui ci sentivamo tipo ‘non funzionerà perché le persone non lo capiscono», ha detto Matt.

Una volta raggiunto l’accordo con il servizio streaming, il casting fu un gioco da ragazzi. Avevano i ragazzi cui avevano fatto leggere battute di Stand by Me durante il provino, e si rivolsero al direttore del casting Carmen Cuba per il ruolo di Joyce Byers, la madre distrutta per la scomparso del figlio Will. «La sua prima idea per il ruolo fu Winona Ryder, e ce ne siamo immediatamente innamorati – ha dichiarato Matt –. Inoltre, Winona è stata una parte fondamentale della nostra infanzia. Abbiamo un sacco di suoi film nella nostra collezione di VHS». Le hanno inviato il copione, e avendo rimesso piede quest’anno nella tv che conta con la mini serie Show Me a Hero, l’attrice ha pensato non fosse sbagliato fare un’altra serie TV. «Ha creduto abbastanza in noi da lanciare il dado», ha dichiarato Matt.

«Qualcuno ha fatto un montaggio su Vimeo dove ci sono le nostre scene fianco a fianco con alcune tratte dai film anni ’80. Alcune le abbiamo realizzate volutamente, altre in maniera inconscia»

Una volta iniziata la produzione, con un solo copione completato, i Duffer hanno lavorato sodo per mantenere un autentico sentimento anni ’80 per tutto lo show. Nonostante in rete giri molto materiale sui riferimenti nascosti all’interno degli episodi – ampie liste dei rimandi cinematografici e una guida completa al lessico degli anni ’80 – i fratelli non hanno speso molto tempo a riguardare il cinema dell’era Reagan per trovare ispirazione. «Li abbiamo visti così tante volte da ricordarli a memoria – ha spiegato Matt – non stavamo cercando di riferirci a quei film in maniera diretta; stavamo cercando di catturarne il sentimento. È buffo, qualcuno ha fatto un montaggio su Vimeo dove ci sono le nostre scene fianco a fianco con alcune tratte dai film classici. Alcune le abbiamo realizzate volutamente, altre in maniera inconscia».

Ha reso anche il giusto merito ai produttori e ai costumisti, ai compositori delle musiche e ai direttori della fotografia per essere riusciti a catturare lo spirito della serie. Il duo ha fatto del proprio meglio anche per evitare di usare effetti speciali digitali, cosa che si è rivelata più difficile del previsto. «All’inizio dicevamo ‘Facciamolo come ai vecchi tempi, mettiamoci a costruire il mostro –poi abbiamo realizzato che con una tempistica da serie TV e con il budget non avremmo avuto sei mesi per provare a usare gli effetti fatti dal vero – ha detto Ross – quindi abbiamo dato il massimo per entrambi i ‘mondi’. Abbiamo costruito il mostro ma per gli effetti speciali che non avevamo tempo di capire come realizzare – come il mostro mentre spunta attraverso il muro-membrana o mentre compare dal soffitto – siamo andati sul digitale. Abbiamo unito l’aspetto visivo con il reale. Penso che J.J. Abrams l’abbia fatto magnificamente con Il Risveglio della Forza: non è tutto fatto a computer né tutto realizzato dal vero, è qualcosa che sta in mezzo».

A metà della conversazione, Matt si prende un minuto per ammirare lo Xenomorfo di Alien nella versione originale diretta da Ridley Scott. “Il filmato di prova per il mostro era terribile, si vedeva che c’era un attore dentro un costume – ha detto – è il mondo in cui ha fatto le riprese che è geniale; non l’ha praticamente mai inquadrato. La produzione impazzì con lui perché avevano speso tutti quei soldi per il costume e pensavano fosse un film sui mostri e quando lo videro sbottarono, ‘Che cazzo stai facendo?” Fai vedere la creatura’. Ovviamente lui era molto più intelligente di tutti i produttori”.

Nonostante Stranger Things contenga elementi dell’horror e della fantascienza, in aggiunta a un’avventura nello stile de I Goonies, i due fratelli sono riusciti a tenere in equilibrio ogni genere da cui hanno tratto ispirazione. La loro speranza era creare una serie cui ognuno potesse relazionarsi. «Quando ripenso a qualcosa come E.T., non solo il film regge ancora in una maniera splendida, ma è come fosse senza tempo – ha detto Ross – speravamo potesse essere lo stesso con questa serie. Non importa se sei cresciuto negli anni 80 oppure no, puoi creare un legame con questi personaggi. Dentro ci sono ragazzini, teenagers e adulti, per cui per ognuno c’è un personaggio con cui rapportarsi. L’intenzione è sempre stata di far sì che sembrasse un blockbuster estivo ‘da popcorn’. Ma non sapevamo se lo sarebbe stato”.

Ora che lo show è diventato un successo, i Duffer stanno facendo del loro meglio per gioire degli elogi pur restando cauti riguardo il futuro. Ad oggi, Netflix non ha ordinato una seconda stagione. «Abbiamo finito il lavoro una settimana prima del rilascio mondiale, quindi ora ci stiamo rilassando un attimo – ha dichiarato Ross – ma speriamo anche di poter continuare la storia per almeno un altro po’ di tempo».

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