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La storia dietro “Making a Murderer”, il true-crime show di Netflix

Le registe parlano della nuova serie culto della piattaforma

La storia di "Making a Murderer" ripercorre il processo di Steven Avery

La storia di "Making a Murderer" ripercorre il processo di Steven Avery

Per tutti coloro che sono finiti su Netflix durante le vacanze non è stato esattamente un Natale felice. Dal 18 dicembre è andata in onda sul servizio streaming la docu-serie Making a Murderer, che ha trasportato gli spettatori all’interno di uno dei casi più disturbanti della cronaca recente. Nel 1985, Steven Avery, un 22enne, figlio di una famiglia di rottamatori di auto nel Wisconsin, venne accusato di stupro e arrestato. Diciotto anni dopo, fu rilasciato grazie a un test del Dna, che provò la sua innocenza.

Ma a quel punto la storia prese la prima delle tante pieghe oscure: due anni dopo la sua scarcerazione, quando Avery stava per fare causa alla contea per 36 milioni di dollari, venne arrestato per l’omicidio di una fotografa locale, Teresa Halbach. Avery, anche questa volta, si dichiarò innocente, ma nel 2007 venne condannato all’ergastolo senza condizionale in primo grado per omicidio doloso; Brendan Dassey, il nipote di Avery e suo vicino di casa, venne condannato anche lui all’ergastolo per concorso in omicidio, ma con possibilità di libertà condizionale nel 2048.

Prodotto e diretto da Laura Ricciardi e Moira Demos — due registe con rispettivi background in legge e film editing – Making a Murderer dedica la sua prima ora agli anni Ottanta, all’arresto di Avery per stupro. I nove episodi successivi sono tutti basati invece sull’arresto del caso Halbach e il seguente processo. Dall’analisi del crimine stesso agli indizi di manomissione delle prove, fino alle riprese dell’ inquietante inverno del Wisconsin, Making a Murderer è inesorabile, intenso e a volte irritante. (Quella subita da Avery è stata una vendetta per il suo primo processo? La confessione di Dassey è stata estorta con la forza?). È anche diventata una delle serie più chiacchierate del momento. Star come Alec Baldwin, Rosie O’Donnell, Ricky Gervais e Rainn Wilson l’hanno tutti consigliata su Twitter.

E il soggetto della vicenda è ancora tutto in evoluzione. Avery sta studiando di ricorrere in appello, una petizione online su Change.org per il suo rilascio ha superato le 350mila firme grazie alla serie ed è stata inviata anche una petizione (con oltre 100mila firme) al presidente Obama per chiedergli di concedere la grazia a Avery e a Dassey. Il presidente ha già risposto alla petizione, dicendo che non essendo un caso federale, non è tra i suoi poteri concedere la grazia. Nel frattempo, Ricciardi e Demos hanno annunciato di essere state contattate da un giurato che sostiene che molti altri pensavano fosse stato incastrato, ma che hanno comunque votato per la sua colpevolezza, per timore di essere attaccati personalmente («Questa persona si è sentita un peso sulla coscienza negli ultimi otto anni, sperando che arrivassero nuove prove per portare a un nuovo processo», dice Ricciardi). In mezzo a questo caos, Rolling Stone ha parlato con le registe Ricciardi e Demos riguardo le loro particolari sensazioni.

Avete detto che tutto questo ha avuto inizio grazie a un articolo del New York Times riguardo all’arresto di Avery nel 2005. Cosa vi ha spinto a investigare?
Ricciardi: Parlando di cosa ci ha colpito in particolare di questa storia, sfortunatamente molte persone in America sono accusate di crimini violenti, tra cui l’omicidio. Ma questa non era una storia di un omicidio, per noi. Da quando abbiamo letto quel pezzo sul Times, abbiamo capito che questo uomo, se ci fossimo messe a raccontare la sua storia, avremmo attraversato con lui il sistema giudiziario americano, completamente. Quando abbiamo letto di questo tizio, scarcerato grazie al DNA e ora accusato di un nuovo crimine, ci ha colpito come nient’altro.
Demos: Quello che abbiamo visto nella storia di Steven è stata questa incredibile finestra sul sistema giudiziario. Ci è entrato negli anni Ottanta. Ha dimostrato che il sistema era sbagliato. È stato incarcerato ingiustamente, quindi, e ora ricade, nello stesso sistema, nel 2005. C’è stata la possibilità di dire, okay, in questi 20 anni, il DNA, le nuove leggi che sono state fatte, tutte queste cose che sono state annunciate come un miglioramento del sistema. Ecco, testiamolo allora e vediamo cosa succede. Siamo migliorati o no?

Cosa vi ha suggerito di trasferirvi nel Wisconsin del nord-est per circa due anni, per girare la serie?
Demos: Abbiamo letto l’articolo il giorno del ringraziamento, quindi a novembre 2005, e abbiamo iniziato a girare il 6 dicembre. Vivevamo a New York in quel periodo ma la sorella di Laura viveva a Chicago, quindi abbiamo noleggiato una macchina, siamo andate fino al Wisconsin e abbiamo noleggiato una macchina, da presa questa volta. Le prime riprese sono state durante l’udienza preliminare di Steven, che si può vedere nel terzo episodio. Erano solo per sondare il terreno e vedere se ne valesse la pena. Siamo tornate a New York ma era chiaro che qualcosa stesse succedendo, quindi a gennaio del 2006 abbiamo subaffittato il nostro appartamento e ne abbiamo preso uno nella contea di Manitowoc, in Wisconsin. Pochi mesi dopo, quando stavamo facendo le valige per tornare a NY ai nostri lavori quotidiani, con lo scopo di mettere da parte qualche soldo per tornare al processo di settembre, abbiamo ricevuto una chiamata: «Avete sentito che ci sarà una conferenza stampa?». L’argomento sarebbe stato Brendan (e la sua presunta confessione di aver partecipato allo stupro e all’uccisione della Halbach, ndt). Quella conferenza cambiò tutto. Allargò la storia di molto. Abbiamo letteralmente disfatto le valige e abbiamo cercato di capire come avremmo potuto chiedere più soldi al nostro fondo studentesco per stare là.

Qual è stato il vostro rapporto con Avery?
Ricciardi: Steven è stato in prigione tutto il tempo delle riprese. Potevamo solo parlargli al telefono. Prima che arrivassimo noi, aveva rilasciato alcune interviste video con le tv locali. Steven aveva un difensore d’ufficio durante il processo e credo gli abbia detto di non rilasciare interviste televisive, specialmente dal carcere. Abbiamo chiesto se potevamo portare una camera con noi durante le visita e ci è stato detto di no.

Come avete avuto accesso alle telefonate dalla prigione, alle registrazioni delle confessioni e ad altro materiale importante come questo?
Ricciardi: Il Wisconsin ha un archivio pubblico molto ampio. Tutto il materiale generato dalla polizia di stato o di contea è di pubblico dominio.
Demos: Per tutte le telefonate registrate dalle prigioni di contea o dagli istituti di detenzione preventiva, ci sono pile e pile di cd audio all’interno degli archivi. Ottenerle non è stato difficile. Piuttosto riuscire a trovarle.

Pensate che Avery sia innocente? Oppure avete avuto dei momenti durante il processo in cui vi siete dette, “Hmmm… magari…”?
Demos: Non è mai stato nel nostro interesse. Il nostro lavoro non vuole parlare del suo ruolo, se è colpevole o meno…
Ricciardi: Alcune persone hanno fatto dei paragoni con Serial e The Jinx. Da quello che ho sentito di Serial, è un viaggio per capire se una persona sia effettivamente colpevole o meno. Non è quello che ci interessa. Il nostro punto di vista è più ampio. Ci interessa la procedura, capire come funziona il sistema. Non puntiamo sul risultato finale del processo, non abbiamo motivi di credere che Steven sia innocente o colpevole. Sarebbe un rischio per noi fare tutto questo lavoro e dipendere dall’esito finale del processo. Abbiamo documentato la procedura, il percorso verso il verdetto.
Demos: Quello che l’accusa sta facendo per arrivare a una condanna è di grande importanza. Viviamo in un Paese in cui ci possiamo fidare della giustizia o no?