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“Spotlight”, tutti gli uomini del Cardinale

Fuori concorso, l’opera di Thomas McCarthy che sembra uscita dai migliori anni ’70, ci racconta il grande giornalismo e la Chiesa pedofila di Boston. Risultato? Applausi a scena aperta

Thomas McCarthy, già attore per Clint Eastwood, ci aveva scartavetrato l’anima con L’Ospite Inatteso. Un film asciutto e potente sull’immigrazione clandestina in America, su un’amicizia che diventava metafora implacabile delle ingiustizie e degli egoismi di un Occidente così impegnato a esportare democrazia da non averne più in casa.

Con quell’occhio umanissimo e allo stesso tempo razionale e lucido, ha pensato bene di andare a Boston e fare lo stesso con la Chiesa Cattolica e il suo peccato mortale: la pedofilia. Preti manipolatori e senza scrupoli che hanno cresciuto i loro pupilli a forza di molestie, abusi, traumi. Bastardi senza gloria. Eterna e non. Per far capire che strage abbiano compiuto, vale la pena ricordare che chi ha potuto denunciare quell’ignominia si definisce un sopravvissuto: come racconta l’avvocato di origine armena che li ha sempre sostenuti, molti non ce l’hanno fatta, tra suicidi e eroina.

Ama il prossimo tuo come te stesso. Lo chiamano l’undicesimo comandamento, ma chi dovrebbe farlo rispettare ha pensato bene di violentare la sua fede, oltre che almeno cinque generazioni di minorenni. Sì,perché per ben 40 anni, nel Massachusetts, il cardinale Bernard Francis Law ha ignorato le richieste d’aiuto del suo gregge, pastore di interessi politici ed economici, ma non certo d’anime. Da quando nel lontano 1962 una madre di sette figli denunciava con una lettera come tutta la sua prole fosse stata violata da un prete impunemente sempre al suo posto, fino al 2002, quando una task force di reporter del Boston Globe lo inchiodò alle sue responsabilità. E il Vaticano con grande “coraggio” lo destinò a una pensione dorata a Santa Maria Maggiore. A Roma. Nel cuore della cristianità. Se voleva essere un messaggio al mondo, non poteva essere più chiaro.

Spotlight ci racconta l’inchiesta giornalistica, ma anche la rete di connivenze che ha nascosto la verità per anni, le sabbie mobili di una città che consente ai suoi potenti di regnare indisturbati. E McCarthy il suo stile e il suo intento li denuncia subito, in una scena d’epoca (risalente al 1975) in cui in una stazione di polizia un vescovo convince una madre a ritirare una denuncia. E il colpevole, il prete violentatore, se ne va con l’alto prelato su una macchina di lusso, uscendo da quel luogo che dovrebbe essere di giustizia con la baldanza di chi si sente intoccabile. Hanno una tonaca, ma sembrano gangsters in colletto bianco. Che in effetti hanno.

Spotlight è un lavoro mirabile, diciamolo pure, un capolavoro

Spotlight è un lavoro mirabile, diciamolo pure, un capolavoro, soprattutto nella sceneggiatura, proprio perché sembra uscito dai migliori anni ’70, dai migliori Lumet e Pollack, per ristabilire la verità che solo il Boston Globe, tardi ma non troppo, seppe tirare fuori. Abbattendo un sistema rodatissimo di coperture, di malattie strategiche e vergognosi trasferimenti che permettevano agli stupratori consacrati di continuare a schiacciare sotto il peso dei loro desideri infami generazioni di ragazzi dimenticati, figli di famiglie disfunzionali e della povertà. Gli umili, il popolo di Dio. Già.

Generazioni di cattolici a cui è stata rubata l’innocenza e rapita la fede, perché come dice Phil Saviano, una delle vittime, “è un abuso spirituale, non solo fisico, ci hanno preso qualcosa che per noi era fondamentale e che nessuno potrà restituirci”. Fa piacere, allora, che la Bim abbia avuto il coraggio di comprarlo e che, nonostante l’atteggiamento ambiguo (quando non apertamente criminale) del Vaticano su questa maniera, lo farà proiettare nelle sale italiane.

Il cinema serve anche a questo. Ad accendere lo spotlight, il riflettore, sulle ingiustizie più atroci, su chi, impunito, continua a corrompere il nostro mondo, sul racket che avvocati, politici e clero hanno costruito sul dolore di bambini innocenti.

E Venezia, forse, poteva e doveva mettere in concorso questo lungometraggio che rimarrà dentro, indelebile, tutti gli spettatori che avranno la fortuna di sceglierlo. Come fece, in fondo, Magdalene di Peter Mullan, che qui al Lido, denunciando le violenze di suore torturatrici di giovani donne la cui sola colpa era stata amare con troppa passione e ingenuità, vinse il Leone d’Oro.

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