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Siamo tutti orfani di Emily Ratajkowski

L'ennesima foto senza veli pubblicata dalla modella ha gettato nello sconforto i suoi fan: «Poso per mio marito».

Non ci credevano. Pensavano fandonie. Ma lo apprendevano da due, da tre, da tutti. Diciassette milioni di follower in riga, uno di fianco all’altro, riuniti in una sola, silenziosa, chilometrica lacrima versata per un sogno fermatosi di botto. Ombrelli neri, pioggia incessante. La primavera viaggia con Trenitalia, si scusa per il disagio.

Un corteo funebre lungo decine di terabyte. Impiegati, mercanti, operai, studenti, giornalisti, avvocati, impresari, commercialisti, uomini per lo più, piagnucolanti e chini sugli smartphone, si allineavano a passo lento, procedevano composti in fila dietro allo sgomento più grande.

«Avete sentito di Emiliy? Si è sposata!».

Posing for my husband like

Un post condiviso da Emily Ratajkowski (@emrata) in data:

Era un giorno, un innocuo giorno di fine febbraio ed Emily Rataikowski, a sorpresa, stupiva il mondo sposando in gran segreto a New York, Sebastian Bear-McClard, primate dalle mascelle mastodontiche, conosciuto due settimane prima. Lui, blazer azzurro, camicia nera, occhiali da sole e anelli d’oro. Lei, niente abito bianco, completo pantalone color senape di Zara, giacca lunga e cintura, cappello nero con veletta, pendente dorato al collo. La donna più desiderata e disinibita del pianeta, l’unità di misura dei palpiti più scoscesi, il corallo bruno pescato in fondo agli abissi dei videoclip, pronuncia il fatidico Sì con centotrenta modestissimi euro addosso.

Ventisei anni di pura flessuosità polacca lasciata a lievitare sotto il sole di California, Emily Ratajkowski diventa parte integrante della libido collettiva un giorno di luglio del 2013, danzando come nessuna prima, sulle note di Blurred Lines di Robin Thicke. Quel giorno l’asse di rotazione terrestre, che è un asse immaginario attorno al quale la Terra compie il movimento di rivoluzione, divenne un palo da pole dance e la popolazione mondiale maschile smise di fare quello che stava facendo per godersi uno spettacolo inedito.

Tutta la morbidezza del creato distribuita su un corpo esile e minuto. Centosettanta centimetri di sensualità improvvisa e scombinata. Un fitto reticolato d’ossa rivestito della più sorprendente combinazione di curve mai vista prima. Lunghi capelli neri, occhi grandi e scuri come calamai, labbra grosse e brillanti come ciliegie Ferrovia. Un volto da bambina dispettosa e perennemente imbronciata, sopracciglia folte e lunghe, una gabbia per uccelli come torace, seni pesanti e ben torniti, glutei come emisferi di pace.

Foto via Facebook

Emily non è solo una cheerleader che danza sulle note di un motivetto accattivante ciucciando un lecca lecca, è molto di più. È la rappresentazione di una femminilità nuova, spavalda, impudente, che ama mostrare tutto di sé per non lasciare campo alla malizia. L’immaginazione di un uomo può arrivare ovunque? Lei ci arriva un attimo prima. Il suo rapporto con la nudità, così libero e sfrontato, disorienta. Sbirciare il suo account Instagram “Emrata” è come entrare nella camera d’albergo sbagliata e trovare una ragazza completamente nuda che salta sul letto.

Emily ci ha inebetiti così. Fragore, prosperità e sfrontatezza. Amazzone piovuta dall’Isola di Paradiso sulla terra, ha preso al lazo l’umanità, l’ha strangolata post dopo post, foto dopo foto, e poi l’ha gettata nell’oblio, prendendo marito. Oggi Emily si fa fotografare in Messico, sapientemente appoggiata alle pareti di una struttura alberghiera scavata nella roccia e nel nostro rancore. È completamente nuda, indossa solo un paio d’orecchini e un cappello di paglia. Posta la foto su Instagram, aggiunge una didascalia che ha il retrogusto di un’iscrizione sepolcrale: posing for my husband like.

Perché ci hai lasciati, Emily? Siamo tutti tuoi orfani adesso, anime bannate. Vaghiamo senza meta, trasciniamo la nostra nera e maleodorante vedovanza per le strade. Entriamo negli altri profili e ci chiedono sorridendo: «Salve, posso aiutarla ad amare qualcuno?». Rispondiamo «No, grazie. Do solo uno sguardo». Siamo persi, svuotati, privi di riferimenti.

Noi, che in Messico non ci siamo mai stati e il deserto ce l’abbiamo sui polpastrelli, scrolliamo la vita, giorno dopo giorno, girone dopo girone, senza arrivare mai da nessuna parte perché nemmeno il fondo si lascia toccare più.

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