Seinfeld: il nulla ha inventato la sitcom americana | Rolling Stone Italia
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Seinfeld: il nulla ha inventato la sitcom americana

Oggi su Netflix "Jerry Before Seinfeld", ovvero la storia di Seinfeld prima della serie. Che ha dato vita a tutte le altre

"Seinfeld" è andata in onda sulla NBC dal 1989 al 1998

Un pezzo uscito lo scorso 12 maggio sul Financial Times a firma di India Ross, in cui si cercava di spiegare come Master of None avesse reiventato la sitcom americana, conteneva una intuizione abbastanza rilevante. Lo show di Azari Ansari – se si escludono le fantasiose interpretazioni della provincia italiana della seconda stagione – aveva convinto più o meno tutti, mettendo in scena tic, costrutti sociali, avventure e dinamiche di una New York che pure restava prevalentemente elitaria, multiculturale e fondamentalmente invidiabile. Nonostante gran parte del pubblico avesse trovato in alcuni frangenti parecchio fastidioso il suono dell’”aloooora” di Aziz, lo show di Ansari aveva mostrato – soprattutto grazie a Dev e al suo partner-in-food Arnold – come anche gli stronzi potessero essere gradevoli e amorevoli, come l’egoismo fosse tutto sommato un sentimento molto più diffuso e meno pericoloso del previsto e il razzismo qualcosa di estremamente sfumato e difficile da capire e inscenare. Aveva mostrato, insomma, un qualcosa che si avvicinava a noi e alla nostra realtà, con la differenza che né io né (forse, spero per voi di sì) tutti quelli che leggeranno questo pezzo potremmo mai permetterci un bell’appartamento a Manhattan.

Il primo nome che salta fuori quando la Ross cerca di spiegare cos’è Master of None e perché ci piace così tanto è Seinfeld (tra le nostre serie preferite di tutti i tempi). A ben vedere infatti, lo show di Ansari assomiglia tremendamente a una versione moderna, Millennials e tinderizzata – con tutti i pro e contro del caso – della creatura di Larry David e Jerry Seinfeld. La cosa più interessante e indicativa della faccenda è che non è l’unica: le somigliano anche Louie, How I Meet Your Mother, 30 Rocks, Parks and Recreations e, soprattutto, Friends, l’unica in grado di pareggiarne la fama. Quest’ultima affermazione è da prendere con le molle: resta valida per gli Stati Uniti, diventa falsa se ci si affaccia nel nostro pase, dove per una serie di motivi (tra cui un doppiaggio non esattamente soddisfacente), non ha mai preso piede. Ad ogni modo: ci sono i presupposti per considerare Seinfeld la madre di tutte le moderne sit-comedy.

Ci sono i presupposti per considerare Seinfeld la madre di tutte le moderne sit-comedy

Ma andiamo con ordine: cos’è Seinfeld? Definito spesso “uno show sul nulla”, una definizione auto-imposta ma più volte fraintesa, Seinfeld è tra le più longeve serie della NBC, le cui loyalty continuano a far dormire sonni tranquilli al network (qualche mese fa Prime Video di Amazon e ha acquistato i diritti rendendo disponibili tutte le 9 stagioni). Lo show è stato creato da David e Seinfeld, ottimo autore e scarso stand-up il primo, ottimo stand-up il secondo, che proiettarono le loro peculiarità e i loro talenti sulla serie. David scriveva e sfogava la propria sfiga su George Costanza, pelato, occhialuto e interpretato da Jason Alexander, mentre Jerry Seinfeld portava in scena la sua stessa vita, e cioè quella di un arrogante figlio di puttana con un talento comico fuori dal normale. Completavano il quadro Elaine, ex fidanzata dello stesso Seinfeld, e Kramer, il vicino di casa dalla strabordante comicità fisica. Già da questa breve e raffazzonata sinossi è possibile individuare i più banali modi in cui Seinfeld ha condizionato la tv a venire: Kramer viveva proprio nella porta accanto a quella di Jerry, un escamotage che Friends ha ricopiato paro paro, ed è stato pure il primo vero freak della televisione americana, prima ancora di Phoebe, il cui personaggio era palesemente costruito su Kramer, a partire dalle acconciature fuori dal mondo. Ogni puntata poi è inserita all’interno di spezzoni di show in cui Jerry si esibisce in spettacoli stands up che parlano dello stesso tema dell’episodio in corso – se avete visto Louis CK avete capito. Anche il nuovo spettacolo di Jerry Seinfeld, Jerry Before Seinfeld, disponibile dal 19 settembre su Netflix (a seguito di un accordo che ha portato sulla piattaforma anche tutte le puntate di Comedians in Car Getting Coffee, il precedente progetto comico di Seinfeld), sarà incentrato su uno stand-up show tenuto da Jerry al Comic Strip. Sarà una sorte di momento amarcord in cui Jerry parlerà della sua infanzia a Long Island – uno dei bersagli preferiti di Seinfeld – ma soprattutto misurerà la longevità delle sue battute e la sua incredibile capacità di suscitare una risata, provando ad esempio a raccontare la sua prima battuta a 40 anni dal suo esordio.

Non è, tuttavia, da relegare alla sola componente “fun” l’impatto che Seinfeld ha avuto sulla televisione moderna. Un illuminante pezzo uscito in occasione dei festeggiamenti dei 25 anni della serie sul New York Magazine, sottolineava come Seinfeld avesse contribuito alla generazione di interi topoi narrativi anche lontano dal campo comedy. La tesi è che senza Jerry non avremmo mai avuto Tony Soprano né tutta una serie di personaggi fondamentalmente disprezzabili, che i loro ruoli ci avevano insegnato ad amare. E poi ancora il senso di community seriale – che pensavamo nata con Lost – esiste in realtà già da Seinfeld, ed era (anzi, è ancora) composta da ossessivi molto peggiori, che hanno creato una sorta di mondo parallelo, Seinfeldia, in cui si continuano a festeggiare le ricorrenze inventate dallo show e onorare rituali che non esistono.

Seinfeldia è anche il titolo di un libro scritto da Jennifer Keishin Armstrong, che è la più completa analisi di come Seinfeld abbia cambiato non solo il modo di intendere la televisione americana, ma anche la stessa cultura nazionale. A essere del tutto sinceri, l’incipit del libro non lascia chissà quanto ben sperare. Nell’introduzione infatti, la Armstrong racconta di una partita di baseball giocata nel New Jersey dove, una volta l’anno, una marea di esagitati si incontrano per ricordare Seinfeld. La gara, va da sé, è solo un pretesto, e durante ogni intervallo succede qualcosa riconducibile alla serie. Se non siete americani e siete mai stati ad una partita di baseball – che dura in media tra le 3 e le 4 ore, e non fa del cardiopalma la sua caratteristica essenziale – capirete quanto una persona possa amare Seinfeld per decidere di guardare una partita di uno sport noioso, lungo, giocato da semi-principianti, solo per godere di qualche momento amarcord.

Superato quel primo capitolo, immergendosi nella lettura del libro non si può far a meno di pensare a quanta poca New York esterna sia visibile in Seinfeld. Non che manchino i riferimenti espliciti: una volta Kramer recita a memoria le possibili combinazioni di subway per arrivare a Coney Island, un’altra Jerry e George arrivando negli studi della NBC ci offrono una bella panoramica di Rockfeller Center anni ’90. Ma nulla di più. Questo perché Seinfeld è stato uno show molto newyorkese più che uno show su New York. La differenza esiste e va a braccetto con una estetica televisiva molto focalizzata sugli interni, un modo di fare televisione che sta cambiando solo oggi ma che Seinfeld ha contribuito a delinearne i contorni.

Quella della “eccessiva newyorkesità” era stato considerato inizialmente un limite dalla NBC. Quello, insieme all’ebraismo che saltava fuori da ogni episodio (“non che ci sia qualcosa di male in questo”, per parafrasare una delle battute più iconiche dello show). Sia Jerry che David, così come entrambi personaggio e attore di Costanza, erano infatti ebrei. Kramer veniva pure lui considerato ebreo (pur non essendolo l’uomo a cui era ispirato). Una sagra di ebraismo, seppur tanto annacquato da portare alcuni studiosi del Jewish Studies di Stanford a comparare Seinfeld al bagel al salmone, «entrambe le cose hanno smesso di essere ebree da parecchio tempo». A leggere in giro pare che gli ebrei non abbiamo mai preso troppo in simpatia Seinfeld, inteso come Jerry, mentre le cose pare siano andate meglio a Larry David. Sarà forse merito della sua passione, condivisa con Woody Allen, per gli knish, uno dei più tradizionali piatti ebrei.

Un altro dei temi che è stato più e più volte sviscerato nei fiumi di parole che hanno provato a vivisezionare ogni parte di Seinfeld è stato quello razziale. Incidentalmente, è stato il punto in cui lo show è andato incontro ai suoi più grossi problemi. Se Friends aveva deciso di ignorare l’esistenza stessa di altre razze, Seinfeld non poteva far altrimenti che portarle in scena, trovandosi a vivere un’era di enorme fermento etnografico cittadino. Non sempre però questione è stato affrontata nel modo giusto: se il ruolo di Sid, il parcheggiatore abusivo afroamericano, resta riuscitissimo, è successo pure che la NBC si trovasse costretta a cancellare un episodio in cui George faceva notare: «non ho mai visto una persona di colore ordinare un’insalata». E non è tutto: il network ha dovuto chiedere scusa alla comunità portoricana per come dipinta nell’episodio The Puerto Rican Day (spoiler: come una massa di nullafacenti che ballano tutto il giorno), e pure uno dei migliori episodi di MoN – quello in cui Ansari riflette sullo status degli attori indiani costretti a “fare l’accento indiano” – viene da una polemica in cui Seinfeld si ritrovò coinvolto quando l’attore Danny Hoch venne rimandato a casa dopo essersi rifiutato di “fare l’accento spagnolo”. Insomma, che Jerry e David avessero qualche problema a identificare un limite pare chiaro, allo stesso modo sarebbe stupido considerarli razzisti e, anzi, a loro forse dobbiamo lo sdoganamento dei “racial jokes”, almeno per quanto riguarda la televisione in chiaro.



Sì perché non dobbiamo mai dimenticare che Seinfeld andava in onda sulla NBC, e aveva quindi l’obbligo di essere politically correct almeno quanto ce l’ha ogni sceneggiato su Rai 1. Il grande merito di Seinfeld, e la sua più grande eredità sulla tv che è venuta dopo, era riuscire ad esserlo pur mettendo in scena personaggi che compivano scelte umane ed etiche molto discutibili. Mediamente un personaggio di Seinfeld era egoista, insicuro, immaturo e, per non farsi mancare nulla, approfittatore. Ed è singolare – e in qualche modo esplicativo – che i suoi personaggi tirassero fuori il peggio quando entrava in qualche modo in gioco l’amore. Gli esempi sono innumerevoli e vengono capiti forse meglio se ci si mette in gioco in prima persona: come reagireste se il vostro migliore amico ci provasse con la vostra ex il giorno dopo la vostra rottura? Cosa pensereste di una persona (Jerry) che bacia la fidanzata del suo vicino un attimo dopo che questo entra in coma? O di chi (George) si masturba a casa dei suoi genitori e cerca di avvelenare il proprio capo? Ecco, forse non cose troppo simpatiche.
La vera forza di Seinfeld derivava quindi dalla capacità di mettere tutto ciò in scena senza drammi, esagerando, ma poi non così tanto. Era come se dicessero: «la gente fa cose spregevoli tutti i giorni e ci convive, who cares? ¯\_(ツ)_/¯».

L’asso nella manica di Seinfeld stava quindi nella ricerca di un equilibrio, un equilibrio che veniva trovato grazie alla tensione positiva generatasi tra Jerry Seinfeld e Larry David.

I due si erano conosciuti negli anni ’80, tentando di sfondare in quell’infernale circuito che sono i comedy club newyorkesi. È lì, tra Comedy Cellar, Catch A Rising Star, Gotham Club che Larry David prova a sfondare, senza successo. La frustrazione degli scarsi risultati sul palco però si trasforma in Seinfeld, e permette al mondo di conoscere Larry David. Larry era una persona, per così dire, complicata. Ipocondriaco, ossessivo, raccontò di aver più volte pianto alla fine di ogni stagione di Seinfeld, pronto ad andar via. Provate un po’ a guardare George Costanza, sottraete qualche esagerazione, mescolatelo con Boris Yellnikoff di Basta che Funzioni, e avrete la cifra dei disturbi di Larry David. Disturbi geniali, s’intende. Ha resistito fino alla settimana stagione, per poi tornare “on air” qualche anno dopo con Curb Your Enthusiasm.

Basta farsi un rapido giro su Google per rendersi conto di quanto profondo sia stato l’impatto linguistico di Seinfeld

Curb – che ritorna il prossimo primo ottobre con la nona stagione – è probabilmente la conseguenza più diretta di Seinfeld, e non solo perché ne condivide una penna. Seppur più sboccato e meno bigotto – Curb dopotutto andava in onda su HBO, con tutte le maggiori possibilità espressive che questo comportava – tutta l’estetica e la poetica di Curb altro non erano che il proseguimento di Seinfeld. Uno spin-off si direbbe, sbagliando, oggi. Il personaggio di Larry David – che interpreta l’ex creatore di Seinfeld durante una indefinita pensione – è per sua stessa ammissione la sua persona se non conoscesse alcun tipo di pudore. Una versione di George Costanza meno amabile, più isteria, saccente, sicura di se e divertente. Allo stesso modo di Seinfeld, Curb è riuscita a inventarsi un linguaggio proprio, fatto di nomi appositamente creati per situazioni piuttosto quotidiane (il double-dip, ad esempio), singole espressioni (“baldist”, una persona che discrimina i pelati) e catch-phrase ripetute all’infinito (“get out!”). Basta farsi un rapido giro su Google per rendersi conto di quanto profondo sia stato l’impatto linguistico di Seinfeld, tanto da spingere Jerry a scriverci un libro (SeinLanguage).

E così ci si ritrova a discutere di chi ha più diritto di parcheggiare in un determinato spot, di quando tempo aspettare prima di richiamare dopo un appuntamento o di chi dovrebbe avere le chiavi di scorta dell’altro e perché. Partendo dallo sviscerare qualsiasi cosa Jerry e gli altri arrivano ad avere una risposta per tutto, anche per cose che non necessariamente ne richiedevano una. Creano, insomma, un manuale comportamentale per ogni aspetto della loro società. Che è poi la nostra.

Seinfeld ha messo in scena un modo di essere, che dagli anni ’90 in poi è diventato sempre più diffuso: pedanti, saccenti, costantemente “over-thinking”, insicuri ma non troppo e meticolosi nel valutare ogni singolo aspetto di ogni singola situazione. Lo stesso modo di fare che spinge George e Jerry (i personaggi) a proporre alla NBC – nel momento meta per eccellenza della tv USA – uno show “about nothing”, che non avrebbe avuto una storia. La loro storia, in realtà, era quella del racconto di come e dove uno stands-up comedian trova le sue battute, una storia finita poi per cambiare la sit-com americana per sempre.

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