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Sei film presentati a Toronto di cui sentiremo parlare

Dal vincitore fino alla sorpresa con la nostra Matilda Lutz, i film da ricordare dal festival visti dalla nostra Bestia

Siamo andati a Toronto, per il Toronto Film Festival. O meglio, ci è andata La Bestia.

Qui di seguito i cinque film da segnarsi di cui sicuramente sentiremo parlare.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Erano anni che non vedevo una partecipazione attiva del pubblico in sala durante la proiezione del film stesso. Dai tempi di Independence Day con Will Smith. Quando lo vidi, mi resi conto dell’importanza del cinema ad Hollywood, dell’importanza delle sale cinematografiche, dei templi art deco-baroque dove ancora si può andare al film oggigiorno. Grazie a Tre manifesti è successo di nuovo. Una mamma si impegna personalmente nel ricordare alla polizia locale l’omicidio/stupro della figlia ancora irrisolto. E lo fa affittando tre billboards/cartelli pubblicitari. Scritto e diretto da Martin McDonagh (In Bruges e 7 Psicopatici) il film è un dialogo dietro l’altro, momenti e situazioni attuali, con risposte altrettanto vere che portano immediatamente ad un coinvolgimento diretto con il pubblico seduto in sala che ‘si vede’ chiamato in causa. È un susseguirsi di situazioni che sebbene fittizie, le viviamo sulla pelle come vere. Non ci fosse Frances McDormand (Fargo, Burn After Reading) non sarebbe lo stesso film, tale è bravura e onestà con cui ci mostra il personaggio. Performance da Oscar (scommetto!). È bravissima perchè… è sempre incazzata. Le sfumature con cui se la prende con TUTTI (figlio, ex marito, sceriffo, prete, nano, amici) sono i valori di rabbia, furia (anche distruttiva) umorismo, satira, presa per il culo di CHI SA DI AVER RAGIONE e di CHI SI È ROTTO I COGLIONI di subire. Qualità che al giorno d’oggi riconosciamo immediatamente. Aggiungeteci Sam Rockwell (erano anni che non faceva un personaggio del genere) nel ruolo di un poliziotto razzista-nazi-kkk-bastardo-egoista che vive ancora con la madre 80enne, e Woody Harrelson, metronomo di logica e razionalità in questo caos meraviglioso. Ha vinto il People Choice Award come miglior film.

The Florida Project

Mamma, figlia e ragazzini vari che cercano di sopravvivere in un motel in Florida, e che nel contempo ti fanno vedere che non sono i soldi che fanno la felicità, anche se dark e rivelatore di situazioni disperate, il tutto a pochi chilometri da Disneyland. Film emotivamente coinvolgente, specialmente per chi non solo vive in America, ma conosce quanto sia difficile mantenersi e vivere quotidianamente, soprattutto quando si è hanno pochi dollari in tasca e quanto poco ti divida dalla strada, dall’essere completamente homeless. Scritto e diretto da the kid Sean Baker, quello di Tangerine fatto due anni fa con un telefono (questa volta ha addirittura usato la pellicola). Willem Dafoe bravissimo, calmo, lucido, emotivo al punto giusto, è la persona che ancora il film. Brooklynn Prince è la nuova Shirley Temple, nel senso che è attrice nata, consumata e perfida nel farti credere che le venga tutto in maniera naturale. Bria Vianatie, di New York, è invece l’esatto opposto. Non ha idea di cosa siano metodo, recitazione ed esercizi… ma ha quello che conta: passione e cuore, che ti coinvolgono senza problema. Sapendo che è stata notata e chiamata al casting per un post su Instagram dove fumava una canna, si capisce bravura, maestria e occhio clinico del regista, che trovo sia anche documentarista e giornalista investigativo nel scegliere i soggetti e portarli a galla per la discussione di tutti. Bello, evoca gioia e dolori di un Piccole Canaglie coloratissimo e poverissimo, mi ha preso, anche se manca di risoluzione finale, è uno dei pochi film neorealisti di quest’edizione.

The Wife

È la storia di una moglie. E di quello che fa per il marito. Uno scrittore che ha appena vinto il Nobel alla letteratura. Se l’inizio è didascalico, nel senso che intuiamo vita e incarichi di una “moglie” accanto al marito “più famoso”, ben presto scopriamo che non tutto è cosi semplice. Se poi la moglie in questione era una scrittrice come il marito, non voglio rivelare altro della storia, che vi sorprenderà. Attrice magnifica e da nomina Oscar sicura anche per Glenn Close che ha sempre fatto benissimo ruoli da ‘cattiva’ (Le relazioni pericolose e Attrazione fatale). Bravo anche Jonathan Pryce come il marito riconoscente ma bastardamente troppo orgoglioso per ammetterlo. Commedia dark con risvolti psicologici di attualità sociale-femminista diretto squisitamente da Björn Runge, il quale ci ha confessato di essere stato lui ad essere scelto da Mrs. Close e non viceversa. Non solo è vera la frase che “dietro ad un grande uomo ci sta una donna ancora più grande” ma per me ha anche dei risvolti personali, in quanto, mia moglie, fa il mio stesso lavoro e posso capire benissimo la frustrazione.

The Shape of Water

Una favola, un’altra storia d’amore universale, dove tutti possono sentirsi uguali, anche e sopratutto nelle proprie diversità, nel nostro caso specifico, una ragazza ed un mostro “della laguna” in mano alla C.I.A. Altra nomina oscar senza dubbio alcuno, Sally Hawkins, che adoro, fornisce sempre dei personaggi disfunzionali da un lato e normalissimi dall’altro, proprio per questo ci identifichiamo in loro. Poi Michael Shannon, che lascia sempre il segno. Favola e mostri sono temi al quale Guillermo del Toro ci ha abituati, anche fin troppo bene. In The Shape of Water, che è anche una lettera d’amore a Toronto (con diversi sets, locations e il meraviglioso cinema art deco Elgin con più di 1500 posti a sedere) Guillermo di regala una donna fragile ma seppur DONNA VERA, mai ingenua, mai rassegnata, legata alla propria sessualità (la masturbazione quotidiana) e spontaneità, elemento sempre presente nel mondo dal tema “fantastico” di Del Toro, insieme a violenza e sangue. Bello, dolce, struggente…ma preferisco sempre il vincitore del TIFF 2017.

Chiamami col tuo nome

Una storia d’amore. Di Oliver e di Elio. Una relazione sentimentale tra un adolescente americano che vive nell’Italia del Nord nei primi anni ’80 e un connazionale, studente universitario, in visita in Italia per l’estate per preparare la tesi di dottorato. Armie Hammer, finalmente bravo, profondo, misurato. E il giovane prodigio Timothée Chalamet che ben presto vedermo sotto Woody Allen e Scott Cooper. Smettiamola di rompere i coglioni con chi definisce Luca Guadagnino un regista nobile aristocratico distaccato innamorato solo della propria estetica. Quando due si amano, quando ci si innamora, quando rispetto e coraggio vanno di pari passo, tutto è possibile. Prima di essere un amore omossessuale, è un amore. Punto e basta. E forse ci siamo dimenticati i vari passaggi fra innamoramento e amore. Altro protagonista del film per me: la mia Lombardia, prati, fiumi, la campagna e quella voglia infinita di pace e ozio estivo. Da non perdere.

Revenge

Trasformazione piscologica-fisica in stile western, di una bellissima ragazza che dal ruolo di lolita – dopo essere stata stuprata – diventa cacciatrice e vendicatrice, il tutto in uno scenario bellissimo fra deserto (marocchino) e casa ultramoderna. Diretta da Coralie Farget, la nostra giovane attrice Matilda Lutz (L’estate addosso di Muccino e, più in tema, l’horror Rings) risplende nel ruolo della protagonista con picchi di machismo e con un tatuaggio indimenticabile. Midnight Madness, ad honorem Le Iene, Raw, Blair Witch aiuta con il fatto che il film debba seguire pochi punti di riferimento se non quello di spaventare e shoccare, se poi lo si fa bene, tanto di meglio.